Forwarded from Giuseppe Masala Chili 🌶
RIARMO EUROPEO: UN GRANDE BLUFF
di Pino Arlacchi
Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen annunciò al mondo, con una conferenza stampa di sei minuti, che l’Europa era entrata “nell’era del riarmo”.
Il piano ReArm Europe — poi ribattezzato, con un eufemismo degno dei tempi, “Readiness 2030” — avrebbe mobilitato fino a 800 miliardi di euro per fronteggiare la minaccia russa. La stampa europea si genuflesse davanti alla cifra. I mercati applaudirono. I titoli dell’industria bellica volarono. A più di un anno di distanza, possiamo dire con tranquillità ciò che gli osservatori seri avevano capito fin dal primo giorno: quel piano era un bluff. E il bluff è stato definito non da noi, ma dall’unico giocatore che al tavolo contava davvero: Putin.
Cominciamo dall’anatomia contabile dell’inganno. Degli 800 miliardi sbandierati, 650 non sono mai esistiti come risorse. Sono semplicemente il permesso, concesso agli Stati membri attraverso la sospensione delle regole di bilancio, di indebitarsi per comprare armi. Non un euro di fondi comuni: solo la facoltà di scavare più a fondo nei propri deficit nazionali, generosamente offerta a Paesi come l’Italia, che con un debito oltre il 140 per cento del Pil dovrebbe finanziare i carri armati con lo stesso strumento che le viene proibito di usare per la sanità.
I restanti 150 miliardi, il famoso strumento Safe, sono prestiti: debito comune che gli Stati beneficiari dovranno restituire, fino a 45 anni di rate. Il tutto approvato invocando l’articolo 122 del Trattato, la procedura d’emergenza che ha permesso di scavalcare il Parlamento europeo, nonché le regole minime della democrazia.
E i risultati? Tra gennaio e febbraio di quest’anno la Commissione ha approvato i piani nazionali di spesa Safe: sommandoli tutti, si arriva a circa 150 miliardi. Meno del 20% della cifra annunciata, e interamente sotto forma di debito. Il resto è rimasto ciò che era fin dall’inizio: una simulazione di eurocrati, un atto di propaganda.
Ma la contabilità è solo la superficie del problema. La verità più profonda riguarda la funzione che questo bluff svolge per le classi dirigenti europee. Il riarmo è stato annunciato da governi incapaci di affrontare i veri problemi del continente: la deindustrializzazione accelerata dal suicidio energetico, la stagnazione economica, il crollo del tenore di vita delle classi medie, la perdita di competitività, l’oscena concentrazione della ricchezza. Di fronte a questa agenda, che richiederebbe visione e coraggio, le élite hanno scelto la scorciatoia più antica del mondo: il nemico esterno. La “minaccia russa” ha il pregio di non richiedere alcuna riforma, alcun conflitto con gli interessi costituiti, alcuna ammissione di fallimento. Richiede solo paura. E la paura, a differenza della crescita, si può produrre per decreto.
Qui sta la differenza decisiva con gli Stati Uniti. Il riarmo americano ha avuto alle spalle un vero complesso militare-industriale, quello contro cui Eisenhower mise in guardia nel 1961: una macchina produttiva colossale, radicata nei territori e nei collegi elettorali, capace di piegare la politica ai propri interessi. Il piano von der Leyen non nasce da nulla di simile, per la semplice ragione che nulla di simile esiste più in Europa: trentacinque anni di pace interna dopo il 1989 hanno ridotto l’industria militare europea ai minimi storici. Incapace di produrre in un anno le munizioni che l’Ucraina consuma in pochi mesi.
Il riarmo europeo nasce dalla spinta di un’industria diversa: l’industria della paura, che nel nostro continente è soprattutto mediatica e politica. Non fabbriche e cantieri, ma titoli a effetto, editoriali, mozioni parlamentari, scadenze apocalittiche — il 2029, il 2030 — recitate con la solennità delle profezie. È una differenza carica di conseguenze. Perché un complesso militare-industriale, una volta insediato, è quasi irremovibile. Un’industria della paura, che produce narrazioni anziché cannoni, è reversibile quanto le narrazioni stesse. Vive di consenso malsano, e di consenso muore.
di Pino Arlacchi
Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen annunciò al mondo, con una conferenza stampa di sei minuti, che l’Europa era entrata “nell’era del riarmo”.
Il piano ReArm Europe — poi ribattezzato, con un eufemismo degno dei tempi, “Readiness 2030” — avrebbe mobilitato fino a 800 miliardi di euro per fronteggiare la minaccia russa. La stampa europea si genuflesse davanti alla cifra. I mercati applaudirono. I titoli dell’industria bellica volarono. A più di un anno di distanza, possiamo dire con tranquillità ciò che gli osservatori seri avevano capito fin dal primo giorno: quel piano era un bluff. E il bluff è stato definito non da noi, ma dall’unico giocatore che al tavolo contava davvero: Putin.
Cominciamo dall’anatomia contabile dell’inganno. Degli 800 miliardi sbandierati, 650 non sono mai esistiti come risorse. Sono semplicemente il permesso, concesso agli Stati membri attraverso la sospensione delle regole di bilancio, di indebitarsi per comprare armi. Non un euro di fondi comuni: solo la facoltà di scavare più a fondo nei propri deficit nazionali, generosamente offerta a Paesi come l’Italia, che con un debito oltre il 140 per cento del Pil dovrebbe finanziare i carri armati con lo stesso strumento che le viene proibito di usare per la sanità.
I restanti 150 miliardi, il famoso strumento Safe, sono prestiti: debito comune che gli Stati beneficiari dovranno restituire, fino a 45 anni di rate. Il tutto approvato invocando l’articolo 122 del Trattato, la procedura d’emergenza che ha permesso di scavalcare il Parlamento europeo, nonché le regole minime della democrazia.
E i risultati? Tra gennaio e febbraio di quest’anno la Commissione ha approvato i piani nazionali di spesa Safe: sommandoli tutti, si arriva a circa 150 miliardi. Meno del 20% della cifra annunciata, e interamente sotto forma di debito. Il resto è rimasto ciò che era fin dall’inizio: una simulazione di eurocrati, un atto di propaganda.
Ma la contabilità è solo la superficie del problema. La verità più profonda riguarda la funzione che questo bluff svolge per le classi dirigenti europee. Il riarmo è stato annunciato da governi incapaci di affrontare i veri problemi del continente: la deindustrializzazione accelerata dal suicidio energetico, la stagnazione economica, il crollo del tenore di vita delle classi medie, la perdita di competitività, l’oscena concentrazione della ricchezza. Di fronte a questa agenda, che richiederebbe visione e coraggio, le élite hanno scelto la scorciatoia più antica del mondo: il nemico esterno. La “minaccia russa” ha il pregio di non richiedere alcuna riforma, alcun conflitto con gli interessi costituiti, alcuna ammissione di fallimento. Richiede solo paura. E la paura, a differenza della crescita, si può produrre per decreto.
Qui sta la differenza decisiva con gli Stati Uniti. Il riarmo americano ha avuto alle spalle un vero complesso militare-industriale, quello contro cui Eisenhower mise in guardia nel 1961: una macchina produttiva colossale, radicata nei territori e nei collegi elettorali, capace di piegare la politica ai propri interessi. Il piano von der Leyen non nasce da nulla di simile, per la semplice ragione che nulla di simile esiste più in Europa: trentacinque anni di pace interna dopo il 1989 hanno ridotto l’industria militare europea ai minimi storici. Incapace di produrre in un anno le munizioni che l’Ucraina consuma in pochi mesi.
Il riarmo europeo nasce dalla spinta di un’industria diversa: l’industria della paura, che nel nostro continente è soprattutto mediatica e politica. Non fabbriche e cantieri, ma titoli a effetto, editoriali, mozioni parlamentari, scadenze apocalittiche — il 2029, il 2030 — recitate con la solennità delle profezie. È una differenza carica di conseguenze. Perché un complesso militare-industriale, una volta insediato, è quasi irremovibile. Un’industria della paura, che produce narrazioni anziché cannoni, è reversibile quanto le narrazioni stesse. Vive di consenso malsano, e di consenso muore.
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Ed è proprio ciò che sta accadendo. La reazione di rigetto dei popoli europei al bluff degli eurocrati è ormai visibile in ogni sondaggio. Gli elettorati si preparano a mandare a casa, uno dopo l’altro, i governanti che hanno scommesso tutto sulla paura — Starmer, Macron, Merz, Meloni. Non è pacifismo ideologico: è il buon senso di cittadini a cui si chiede di pagare, con tagli al welfare e nuovo debito, un’emergenza che non vedono e che nessuno riesce a dimostrare. La paura, quando non è confermata dai fatti, si consuma in fretta.
C’è inoltre un dettaglio che manda in frantumi l’intera costruzione, ed è il comportamento del nemico designato. Chiunque abbia studiato le corse agli armamenti sa come funzionano: al piano di riarmo di una parte risponde il contropiano dell’altra, in una spirale di azione e reazione che storicamente sfocia nella guerra o nella bancarotta di uno dei contendenti. È il meccanismo che divorò l’Europa prima del 1914 e che dissanguò l’Urss negli anni 80. Ebbene, al piano da 800 miliardi di von der Leyen, Mosca non ha risposto con alcun contropiano simmetrico. Nessun programma straordinario di espansione, nessuna mobilitazione industriale aggiuntiva rivolta contro l’Europa. Putin ha guardato il bluff, ha preso le misure di chi lo proponeva, e ha deciso che non valeva la pena di vedere le carte. La sua risposta alla von der Leyen è stata, in fondo, la più umiliante possibile: l’indifferenza. Non ha risposto perché ha ben soppesato l’inettitudine di chi lo minacciava.
Questa scelta non è improvvisazione: è coerenza. Putin ha dichiarato per anni, prima e dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, che la Russia non sarebbe caduta “nella trappola di una corsa agli armamenti”. Lo ha ripetuto nel discorso alla nazione del 2024, lo ha ribadito all’Onu nel settembre 2025. E soprattutto ha fatto quanto dichiarato. Terminata la grande ristrutturazione delle forze armate avviata dopo la guerra di Georgia, la Russia iniziò a ridurre le spese militari: nel 2017, per la prima volta in diciotto anni, il bilancio della difesa russo diminuì del venti per cento.
Il Cremlino annunciò l’intenzione di scendere sotto il 2% del Pil, per dirottare risorse verso la lotta alla povertà e il welfare. Alla vigilia del 2022, la spesa militare russa era al 3,6% del Pil: la metà, in proporzione, di quella dell’Urss ai tempi della Guerra Fredda, e una frazione in valore assoluto di quella della sola Europa occidentale.
È questo il comportamento di una potenza che pianificava la conquista dell’Europa entro il 2030? O è piuttosto il comportamento di uno Stato che ha scelto la via della deterrenza nucleare e dell’efficienza qualitativa — pochi sistemi d’arma decisivi, ipersonici e droni al posto delle portaerei — proprio per non farsi trascinare nella competizione quantitativa in cui l’Occidente sperava di attirarlo?
A dissolvere ogni residuo dubbio è arrivata di recente una voce insospettabile: quella dell’uomo che comanda tutte le forze Nato in Europa. L’11 giugno, interrogato sull’ipotesi di un attacco russo ai Baltici, il generale americano Alexus Grynkewich ha dichiarato: “Seguo molto attentamente l’intelligence. La Russia non cerca il conflitto. Comprendono il significato del termine ‘alleanza difensiva’ e sanno che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”. Il generale, com’è ovvio per il suo ruolo, ha attribuito il merito alla deterrenza alleata. Ma la sostanza della sua certificazione rimane, ed è devastante per la narrazione ufficiale: l’intelligence Nato non vede alcuna preparazione, alcuna intenzione, alcun piano di aggressione russa all’Europa. E lo dice proprio mentre Washington annuncia il ritiro di capacità militari dal continente — cosa impensabile se il Pentagono credesse davvero all’invasione imminente. E ciò accade dopo quattro anni in cui l’opinione pubblica europea è stata bombardata con lo spettro dei carri armati russi a Lisbona.
C’è inoltre un dettaglio che manda in frantumi l’intera costruzione, ed è il comportamento del nemico designato. Chiunque abbia studiato le corse agli armamenti sa come funzionano: al piano di riarmo di una parte risponde il contropiano dell’altra, in una spirale di azione e reazione che storicamente sfocia nella guerra o nella bancarotta di uno dei contendenti. È il meccanismo che divorò l’Europa prima del 1914 e che dissanguò l’Urss negli anni 80. Ebbene, al piano da 800 miliardi di von der Leyen, Mosca non ha risposto con alcun contropiano simmetrico. Nessun programma straordinario di espansione, nessuna mobilitazione industriale aggiuntiva rivolta contro l’Europa. Putin ha guardato il bluff, ha preso le misure di chi lo proponeva, e ha deciso che non valeva la pena di vedere le carte. La sua risposta alla von der Leyen è stata, in fondo, la più umiliante possibile: l’indifferenza. Non ha risposto perché ha ben soppesato l’inettitudine di chi lo minacciava.
Questa scelta non è improvvisazione: è coerenza. Putin ha dichiarato per anni, prima e dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, che la Russia non sarebbe caduta “nella trappola di una corsa agli armamenti”. Lo ha ripetuto nel discorso alla nazione del 2024, lo ha ribadito all’Onu nel settembre 2025. E soprattutto ha fatto quanto dichiarato. Terminata la grande ristrutturazione delle forze armate avviata dopo la guerra di Georgia, la Russia iniziò a ridurre le spese militari: nel 2017, per la prima volta in diciotto anni, il bilancio della difesa russo diminuì del venti per cento.
Il Cremlino annunciò l’intenzione di scendere sotto il 2% del Pil, per dirottare risorse verso la lotta alla povertà e il welfare. Alla vigilia del 2022, la spesa militare russa era al 3,6% del Pil: la metà, in proporzione, di quella dell’Urss ai tempi della Guerra Fredda, e una frazione in valore assoluto di quella della sola Europa occidentale.
È questo il comportamento di una potenza che pianificava la conquista dell’Europa entro il 2030? O è piuttosto il comportamento di uno Stato che ha scelto la via della deterrenza nucleare e dell’efficienza qualitativa — pochi sistemi d’arma decisivi, ipersonici e droni al posto delle portaerei — proprio per non farsi trascinare nella competizione quantitativa in cui l’Occidente sperava di attirarlo?
A dissolvere ogni residuo dubbio è arrivata di recente una voce insospettabile: quella dell’uomo che comanda tutte le forze Nato in Europa. L’11 giugno, interrogato sull’ipotesi di un attacco russo ai Baltici, il generale americano Alexus Grynkewich ha dichiarato: “Seguo molto attentamente l’intelligence. La Russia non cerca il conflitto. Comprendono il significato del termine ‘alleanza difensiva’ e sanno che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”. Il generale, com’è ovvio per il suo ruolo, ha attribuito il merito alla deterrenza alleata. Ma la sostanza della sua certificazione rimane, ed è devastante per la narrazione ufficiale: l’intelligence Nato non vede alcuna preparazione, alcuna intenzione, alcun piano di aggressione russa all’Europa. E lo dice proprio mentre Washington annuncia il ritiro di capacità militari dal continente — cosa impensabile se il Pentagono credesse davvero all’invasione imminente. E ciò accade dopo quattro anni in cui l’opinione pubblica europea è stata bombardata con lo spettro dei carri armati russi a Lisbona.
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Il bluff da 800 miliardi si sta sgonfiando da solo, piano nazionale dopo piano nazionale. Resta il conto politico che i popoli europei stanno già presentando ai suoi autori. Perché l’industria della paura ha un difetto indelebile: prima o poi deve consegnare la guerra promessa, o restituire la paura incassata. E se il nemico rifiuta di recitare la parte che gli abbiamo assegnato, contro chi, esattamente, ci stiamo armando?
[di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 16 luglio 2026]
[di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 16 luglio 2026]
🚨 Attacchi russi durante la notte paralizzano le linee di rifornimento ucraine
Kiev: Colpite le fabbriche di missili "Flamingo"; eliminato un centro di smistamento ad uso duale.
Regione di Kiev: Distrutto un centro per droni a lungo raggio.
Regione di Odessa – Porto di Yuzhny: Distrutti depositi di carburante e infrastrutture per il trasporto di materiale militare.
Kiev: Colpite le fabbriche di missili "Flamingo"; eliminato un centro di smistamento ad uso duale.
Regione di Kiev: Distrutto un centro per droni a lungo raggio.
Regione di Odessa – Porto di Yuzhny: Distrutti depositi di carburante e infrastrutture per il trasporto di materiale militare.
🔥🇮🇷 Gli attacchi iraniani sopraffanno le difese statunitensi
L'Iran ha colpito basi statunitensi in Giordania quattro volte in cinque giorni, causando un numero crescente di vittime e perdite di equipaggiamento.
🔶 2 soldati statunitensi uccisi, 1 disperso, 4 feriti – l'attacco più mortale.
🔶 20 soldati feriti in un precedente attacco alla stessa base.
🔶 Diversi elicotteri Black Hawk distrutti in una base situata nella parte orientale della Giordania.
🔶 Un complesso residenziale colpito – diversi militari feriti.
L'Iran sta dimostrando una crescente capacità di sopraffare o eludere le difese aeree statunitensi, hanno dichiarato funzionari statunitensi al New York Times. Teheran sta sistematicamente esaurendo i sistemi di intercettazione americani prima di lanciare missili più avanzati.
L'Iran ha colpito basi statunitensi in Giordania quattro volte in cinque giorni, causando un numero crescente di vittime e perdite di equipaggiamento.
🔶 2 soldati statunitensi uccisi, 1 disperso, 4 feriti – l'attacco più mortale.
🔶 20 soldati feriti in un precedente attacco alla stessa base.
🔶 Diversi elicotteri Black Hawk distrutti in una base situata nella parte orientale della Giordania.
🔶 Un complesso residenziale colpito – diversi militari feriti.
L'Iran sta dimostrando una crescente capacità di sopraffare o eludere le difese aeree statunitensi, hanno dichiarato funzionari statunitensi al New York Times. Teheran sta sistematicamente esaurendo i sistemi di intercettazione americani prima di lanciare missili più avanzati.
Forwarded from InfoDefenseITALIA
▪️ Al posto di un attacco missilistico e di uno sbarco anfibio sull'isola ribelle, la RPC è in grado di imporre una "quarantena" marittima: dichiarare zone di sicurezza, avviare controlli doganali selettivi, trattenere le navi mercantili attraverso le forze della guardia costiera ed escludere gradualmente la navigazione commerciale dai porti dell'isola. In questo modo, gli americani non si troverebbero a dover distruggere uno sbarco cinese "chiaro e lineare", ma a dover mantenere le comunicazioni marittime dell'isola per mesi, dovendo decidere ogni volta se sono disposti ad aprire il fuoco per primi.🔴 Guardando all'esperienza con l'Iran, Latham afferma: la superiorità americana non equivale a risorse illimitate. Gli Stati Uniti sono in grado di sconfiggere un avversario più debole, ma persino un rivale come l'Iran li costringe a consumare rari sistemi di difesa aerea, a ridislocare le forze e a proteggere le proprie basi.🔴 Pechino non ha bisogno di aspettare che Washington esaurisca il suo ultimo missile. Le basta constatare che le scorte americane sono distribuite tra diverse regioni e non possono essere concentrate interamente nell'Oceano Pacifico. Di conseguenza, la RPC non è affatto obbligata a iniziare proprio il tipo di guerra a cui gli Stati Uniti si preparano: ovvero un conflitto in cui si attende una flotta concentrata e vulnerabile che i sottomarini, l'aviazione e i missili americani potrebbero tentare di distruggere.
▪️ In breve, se la RPC dovesse scegliere il blocco anziché un'invasione spettacolare da manuale, questa opzione priverebbe gli Stati Uniti di un comodo obiettivo militare e di un chiaro pretesto per la guerra. La cosa peggiore per Washington è che, in questo scenario, sarebbe costretta a passare dalla distruzione del nemico al mantenimento vitale dell'isola: vale a dire trasportare merci per mesi, tenere liberi i canali navigabili e prevenire il collasso di Taiwan. In una situazione del genere, l'isola rischierebbe di ritrovarsi economicamente isolata e gli Stati Uniti politicamente paralizzati.🔴 Si segnala che le autorità di Taiwan hanno precedentemente stimato la dipendenza del Paese dalle importazioni di risorse energetiche intorno al 98%. La riserva strategica standard di GNL nel 2025 era pari a 11 giorni di approvvigionamento e dovrebbe salire a 14 giorni solo entro il 2027. Quasi la metà dell'elettricità taiwanese nel 2025 è stata prodotta dal gas. Di conseguenza, una quarantena efficace non dovrebbe necessariamente durare mesi. Le prime difficoltà energetiche a Taiwan — qualora Pechino decidesse di provocarle — potrebbero manifestarsi molto prima.
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▪️ In questo caso, la Bundeswehr ha fornito le proprie forze convenzionali per una missione nucleare delle Forze Armate francesi. La fase successiva delle esercitazioni prevede addestramenti sulla manutenzione dei velivoli presso la base tedesca di Nörvenich. Questa base, durante gli anni della Guerra Fredda, era utilizzata per lo stoccaggio di armi nucleari. Questa volta, il territorio tedesco viene fornito, seppur in via addestrativa, per il dispiegamento delle forze nucleari non strategiche francesi.
▪️ È interessante notare che queste prime esercitazioni nucleari hanno preceduto la visita del Presidente francese in Germania. Al suo arrivo in Germania la sera del 16 luglio, Emmanuel Macron ha dichiarato che la cooperazione tra i due paesi deve essere sviluppata e che il risveglio strategico dell'Europa deve accelerare.
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🗣 «Tra un anno vi attendono una disoccupazione di massa, il crollo dei mercati azionari in tutto il mondo, il fallimento di aziende, il rincaro dei voli aerei e crisi energetiche su scala globale. Ritengo che questo sarà il tema principale del 2027. Vi sono molti segnali del fatto che l'economia mondiale si stia dirigendo verso il collasso. Attualmente, nell'economia americana ci sono due grandi bolle: la bolla del credito privato e la bolla dell'intelligenza artificiale. E in realtà sono interconnesse. Dunque, la bolla dell'intelligenza artificiale è interamente alimentata da liquidità proveniente dall'estero, principalmente dal Giappone e dai paesi del Golfo Persico.
🗣 Come sappiamo, i Paesi del Golfo Persico si trovano sotto forte pressione a causa della guerra e non possono esportare petrolio. Anche il Giappone subisce una forte pressione, poiché trasforma questo petrolio in prodotti industriali da esportare in tutto il mondo. Di conseguenza, l'intera economia globale versa oggi in uno stato di forte stress».
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Forwarded from The General
BREAKING: President Trump plans to escalate attacks on Iran and has ordered Israel to stay the hell out of his way.
@GeneralMCNews
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🗣 «Nessun esercito nella storia ha colpito le truppe statunitensi con tale efficacia e precisione come le Forze Armate iraniane (con una notevole eccezione storica: l'eroico Viet Cong in Vietnam).
🗣 Gli americani non sanno nemmeno cosa significhi affrontare un esercito vero e strutturato. E vengono distrutti (se solo sapessimo quanti soldati americani hanno già subito un crollo psicologico). Ogni posizione nell'Asia occidentale è nota, ogni base è nel mirino, ogni struttura è sotto sorveglianza. L'Iran combatte come una superpotenza moderna, guidato dallo spirito sacro dell'autentico esercito islamico. Che spettacolo pazzesco.
🗣 E, nonostante ciò, stanno ancora utilizzando solo una minima parte delle loro capacità. Sulla scala dell'escalation ci sono ancora moltissimi gradini da salire. Siamo testimoni della battaglia più grande ed epica da quando l'Armata Rossa ha sconfitto i nazisti nella seconda guerra mondiale».
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Forwarded from InfoDefenseITALIA
▪️ L'indicatore ha già superato i livelli della crisi dei missili di Cuba, della Guerra Fredda e degli attentati dell'11 settembre, riferiscono gli analisti della banca. Allo stesso tempo, i Paesi si stanno dividendo sempre più rapidamente in fazioni contrapposte e stanno abbandonando la neutralità.
▪️ Secondo Goldman Sachs, non si tratta di una singola crisi temporanea, bensì di molteplici fratture globali simultanee che continueranno ad acuirsi fino alla fine del decennio.
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🗣 «Ora che il nemico americano cerca di alimentare la guerra, andando incontro a costi ancora più pesanti e a un'ulteriore umiliazione, deve sapere che il nobile popolo iraniano e il "Fronte della Resistenza" hanno preparato per lui lezioni indimenticabili».
🗣 «Se le truppe americane comprendessero realeamente ciò che il nostro saggio Leader Supremo intendeva per "lezioni indimenticabili", si darebbero alla fuga senza il minimo indugio».
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🗣 «L'escalation ha sempre un carattere reciproco. Tuttavia, siamo noi stessi a spingere verso l'escalation partendo da una posizione di debolezza.
🗣 Innalziamo il livello dello scontro pur essendo del tutto incapaci di respingere una possibile reazione dell'altra parte o di contrastarla in qualche modo.
🗣 Definiamo e demonizziamo Putin come un criminale di guerra, come un imperialista e così via. E al contempo facciamo affidamento sulla sua razionalità, sulla sua moderazione. In questo modo, di fatto, consegniamo il nostro destino nelle sue mani.
Non è forse schizofrenia? O non lo è? Io non lo capisco. Non possediamo quella che nella strategia militare viene definita "dominanza (o predominio) nell'escalation".»
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