"Un giorno Ryokan venne invitato a recitare dei sutra per i defunti di un tale, e lui, una volta giunto, piuttosto che porsi di fronte agli altarini per il Buddha e per cari estinti del suo ospite come era ed è consuetudine, si mise a declamare guardando la finestra, con sommo sgomento di tutti.
Ora, Ryokan stava sbagliando, stava infrangendo tutte le regole, o stava facendo la cosa più sensata da fare? Egli stava recitando rivolto verso il cielo e la terra, dunque verso quello che in Giappone è considerato il simbolo del Tutto, dell'Universo, della natura di Buddha, e dunque cosa era giusto fare? Ryokan era un folle stravagante o un vecchio saggio?
Quando quotidianamente Ryokan usciva per la questua, si dice si fermasse a giocare volentieri con i bambini. Egli portava sempre nella manica del kolomo delle palle colorate che faceva rimbalzare con i fanciulli che incontrava, instaurando così un giocoso dialogo, che spesso gli faceva dimenticare di proseguire la questua, suo unica fonte di sostentamento. Si trattava forse di un pazzo o di qualcuno che aveva profondamente compreso che l'unico modo sensato di rapportarsi alla vita era quello di giocare con essa, e di giocarci seriamente, come solo un bambino sa veramente fare?
Alla fine della conferenza la persistente pioggia era svanita, e quando per ultimo sono uscito dalla sala, nel chiudere la porta, ho percepito un grande calore e ho avuto la certezza che in molti sono tornati a casa tenendo nel cuore questi versi di Ryokan:
Cessata è la pioggia, il cielo è di nuovo sereno;
se il cuore è puro, tutte le cose sono pure.
Avendo abbandonato il mondo e me stesso,
passo la vita con la luna e coi fiori."
-Dario Doshin Girolami
Ora, Ryokan stava sbagliando, stava infrangendo tutte le regole, o stava facendo la cosa più sensata da fare? Egli stava recitando rivolto verso il cielo e la terra, dunque verso quello che in Giappone è considerato il simbolo del Tutto, dell'Universo, della natura di Buddha, e dunque cosa era giusto fare? Ryokan era un folle stravagante o un vecchio saggio?
Quando quotidianamente Ryokan usciva per la questua, si dice si fermasse a giocare volentieri con i bambini. Egli portava sempre nella manica del kolomo delle palle colorate che faceva rimbalzare con i fanciulli che incontrava, instaurando così un giocoso dialogo, che spesso gli faceva dimenticare di proseguire la questua, suo unica fonte di sostentamento. Si trattava forse di un pazzo o di qualcuno che aveva profondamente compreso che l'unico modo sensato di rapportarsi alla vita era quello di giocare con essa, e di giocarci seriamente, come solo un bambino sa veramente fare?
Alla fine della conferenza la persistente pioggia era svanita, e quando per ultimo sono uscito dalla sala, nel chiudere la porta, ho percepito un grande calore e ho avuto la certezza che in molti sono tornati a casa tenendo nel cuore questi versi di Ryokan:
Cessata è la pioggia, il cielo è di nuovo sereno;
se il cuore è puro, tutte le cose sono pure.
Avendo abbandonato il mondo e me stesso,
passo la vita con la luna e coi fiori."
-Dario Doshin Girolami
La miseria è dovuta agli oggetti. Se non ci sono, non ci saranno pensieri contingenti e così la miseria sarà cancellata.
"In che modo gli oggetti cesseranno di essere?" È la domanda successiva. Gli Shruti (antichi testi religiosi) e i Saggi dicono che gli oggetti sono solo creazioni mentali. Non hanno alcun essere sostanziale. Indagare sulla questione e accertare la verità della dichiarazione. Il risultato sarà la conclusione che il mondo oggettivo è nella coscienza soggettiva. Il Sé è quindi l'unica Realtà che permea e avvolge anche il mondo.
Poiché non c'è dualità, non sorgono pensieri per disturbare la tua pace. Questa è la Realizzazione del Sé. Il Sé è eterno e così anche la sua realizzazione.
-Bhagwan Sri Ramana Maharshi
"In che modo gli oggetti cesseranno di essere?" È la domanda successiva. Gli Shruti (antichi testi religiosi) e i Saggi dicono che gli oggetti sono solo creazioni mentali. Non hanno alcun essere sostanziale. Indagare sulla questione e accertare la verità della dichiarazione. Il risultato sarà la conclusione che il mondo oggettivo è nella coscienza soggettiva. Il Sé è quindi l'unica Realtà che permea e avvolge anche il mondo.
Poiché non c'è dualità, non sorgono pensieri per disturbare la tua pace. Questa è la Realizzazione del Sé. Il Sé è eterno e così anche la sua realizzazione.
-Bhagwan Sri Ramana Maharshi
''Sono molti i pazienti colti che rifiutano categoricamente di andare dal religioso. Dei filosofi poi non vogliono nemmeno sentir parlare, perché la storia della filosofia li lascia freddi e l’intellettualismo è per loro più arido del deserto. E dove sono i grandi saggi, che non si limitano a parlare del significato della vita e del mondo, ma lo possiedono davvero? Non è assolutamente possibile escogitare sistemi e verità capaci di dare al malato quello di cui ha bisogno per vivere, cioè fede, speranza, amore e conoscenza. Queste quattro massime acquisizioni, meta del desiderio umano, sono altrettante grazie che non si possono né insegnare, né apprendere, né dare né prendere, né trattenere, né meritare perché sono legate a una condizione irrazionale, sottratta all’arbitrio umano, cioè all’esperienza. Ma le esperienze non si possono mai ‘fare’: accadono.
Negli ultimi trent’anni una clientela proveniente da tutti i paesi civili della terra è venuta a consultarmi: mi sono passate per le mani molte centinaia di pazienti.
Fra tutti questi pazienti al di sopra della mezza età, cioè al di sopra dei trentacinque anni, non ce n’è stato uno il cui problema sostanziale non fosse quello del suo atteggiamento religioso. In definitiva tutti si ammalano perché hanno perduto ciò che le religioni vive di tutti i tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso. Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con la confessione di una fede o l’appartenenza a una chiesa.''
-Jung
Negli ultimi trent’anni una clientela proveniente da tutti i paesi civili della terra è venuta a consultarmi: mi sono passate per le mani molte centinaia di pazienti.
Fra tutti questi pazienti al di sopra della mezza età, cioè al di sopra dei trentacinque anni, non ce n’è stato uno il cui problema sostanziale non fosse quello del suo atteggiamento religioso. In definitiva tutti si ammalano perché hanno perduto ciò che le religioni vive di tutti i tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso. Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con la confessione di una fede o l’appartenenza a una chiesa.''
-Jung
"Tu soffri a causa del male, perché segretamente lo ami, senza esserne consapevole dinnanzi ai tuoi occhi.
Vorresti sfuggirlo e cominci a odiarlo e ancora una volta resti legato al male dal tuo odio perché, sia che tu lo ami sia che lo odi, per te è lo stesso: sei legato al male.
Il male va accettato.
Quel che vogliamo, rimane nelle nostre mani. Ciò che non vogliamo, ma che è più forte di noi, ci trascina con sé e noi non possiamo fermarlo, senza recar danno.
La nostra forza resta infatti incatenata al male. Dunque dobbiamo accettare il nostro male, senza amore né odio, riconoscendo che esso esiste e che deve avere la sua parte nella vita. In questo modo gli togliamo la forza di sopraffarci."
Jung- Libro Rosso, L'apertura dell'uovo
Vorresti sfuggirlo e cominci a odiarlo e ancora una volta resti legato al male dal tuo odio perché, sia che tu lo ami sia che lo odi, per te è lo stesso: sei legato al male.
Il male va accettato.
Quel che vogliamo, rimane nelle nostre mani. Ciò che non vogliamo, ma che è più forte di noi, ci trascina con sé e noi non possiamo fermarlo, senza recar danno.
La nostra forza resta infatti incatenata al male. Dunque dobbiamo accettare il nostro male, senza amore né odio, riconoscendo che esso esiste e che deve avere la sua parte nella vita. In questo modo gli togliamo la forza di sopraffarci."
Jung- Libro Rosso, L'apertura dell'uovo
" Uno studente andò dal suo maestro zen e disse: “Non riesco a meditare bene. Mi sento distratto. Penso ad altre cose più terrene, mi fanno male le gambe, mi addormento in continuazione. È terribile.”
Il maestro zen lo guardò, e disse prosaicamente: “Passerà”.
Una settimana dopo, lo studente tornò dal suo maestro e disse: “La mia meditazione è fantastica. Mi sento così consapevole, così in pace, così vivo!”
“Passerà” fu la risposta del maestro zen."
Il maestro zen lo guardò, e disse prosaicamente: “Passerà”.
Una settimana dopo, lo studente tornò dal suo maestro e disse: “La mia meditazione è fantastica. Mi sento così consapevole, così in pace, così vivo!”
“Passerà” fu la risposta del maestro zen."
All’ epoca del Buddha, a una donna di nome Kisagotami morì l’unico figlio. Incapace di accettare la perdita, Kisagotami consultò innumerevoli persone per trovare una medicina che riportasse in vita il ragazzo. Si diceva che il Buddha possedesse il miracoloso rimedio.
La donna allora andò da lui, gli rese omaggio e domandò: “Hai un medicamento che riporti in vita mio figlio?”
“Ne conosco uno”, rispose il Buddha, “ma per prepararlo devo avere determinati ingredienti.”
Sollevata, Kisagotami chiese: “Di quali ingredienti hai bisogno?”
“Portami un pugno di senape”, rispose lui.
La donna promise di procurarglieli, ma prima che se ne andasse il Buddha aggiunse: “Bisogna che i semi di senape siano prelevati da una famiglia in cui non siano morti né figli, né coniugi, né genitori, né servitori”.
Lei annuì e andò di casa in casa alla ricerca di quanto richiesto. Dappertutto la gente si mostrò disposta a darle i semi, ma quando Kisagotami si informò sugli eventuali lutti, non trovò alcuna casa a cui la morte non avesse fatto visita: in una era deceduta una figlia, in un’altra un domestico, in altre ancora il marito o un genitore.
La donna non rinvenne una sola famiglia risparmiata dalla sofferenza della morte. Vedendo che non era sola nel suo dolore, depose il corpo esanime del figlio e tornò dal Buddha, il quale disse con grande compassione: “Credevi di essere l’unica ad avere perso un figlio, ma la legge della morte è che in nessuna creatura vivente vi è permanenza”.
“L’arte della felicità”
– Dalai Lama con H.C. Cutler
La donna allora andò da lui, gli rese omaggio e domandò: “Hai un medicamento che riporti in vita mio figlio?”
“Ne conosco uno”, rispose il Buddha, “ma per prepararlo devo avere determinati ingredienti.”
Sollevata, Kisagotami chiese: “Di quali ingredienti hai bisogno?”
“Portami un pugno di senape”, rispose lui.
La donna promise di procurarglieli, ma prima che se ne andasse il Buddha aggiunse: “Bisogna che i semi di senape siano prelevati da una famiglia in cui non siano morti né figli, né coniugi, né genitori, né servitori”.
Lei annuì e andò di casa in casa alla ricerca di quanto richiesto. Dappertutto la gente si mostrò disposta a darle i semi, ma quando Kisagotami si informò sugli eventuali lutti, non trovò alcuna casa a cui la morte non avesse fatto visita: in una era deceduta una figlia, in un’altra un domestico, in altre ancora il marito o un genitore.
La donna non rinvenne una sola famiglia risparmiata dalla sofferenza della morte. Vedendo che non era sola nel suo dolore, depose il corpo esanime del figlio e tornò dal Buddha, il quale disse con grande compassione: “Credevi di essere l’unica ad avere perso un figlio, ma la legge della morte è che in nessuna creatura vivente vi è permanenza”.
“L’arte della felicità”
– Dalai Lama con H.C. Cutler
"La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inamissibili.
Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario.
Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica negli altri."
-Carl Gustav Jung- "Ricordi, sogni, riflessioni"
Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario.
Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica negli altri."
-Carl Gustav Jung- "Ricordi, sogni, riflessioni"
Una volta un imperatore cinese si recò da un grande Maestro Zen. Il Maestro Zen si stava rotolando per terra e rideva, anche i suoi discepoli ridevano: doveva aver raccontato una barzelletta. L'imperatore si trovò in imbarazzo. Non riusciva a credere ai suoi occhi, a capire perché si comportassero in modo così poco educato.
Non poté non dire qualcosa, rimproverò il Maestro: "Questo comportamento è increscioso! Non ce lo si aspetta da un uomo come voi, ci vuole un po' di decoro: vi state rotolando per terra ridendo come un matto?".
Il Maestro guardò l'imperatore, che portava un arco. All'epoca gli imperatori erano guerrieri, e avevano con sé archi e frecce. Il Maestro chiese: "Ditemi una cosa, Maestà. Tenete sempre teso il vostro arco, o qualche volta lo allentate?".
L'imperatore rispose: "Se lo tenessi sempre teso perderebbe elasticità e non servirebbe a nulla. Bisogna lasciarlo allentato, in modo che sia flessibile quando occorre".
E il Maestro allora concluse: "È quello che sto facendo".
Kōan Zen - L' Arco teso
Non poté non dire qualcosa, rimproverò il Maestro: "Questo comportamento è increscioso! Non ce lo si aspetta da un uomo come voi, ci vuole un po' di decoro: vi state rotolando per terra ridendo come un matto?".
Il Maestro guardò l'imperatore, che portava un arco. All'epoca gli imperatori erano guerrieri, e avevano con sé archi e frecce. Il Maestro chiese: "Ditemi una cosa, Maestà. Tenete sempre teso il vostro arco, o qualche volta lo allentate?".
L'imperatore rispose: "Se lo tenessi sempre teso perderebbe elasticità e non servirebbe a nulla. Bisogna lasciarlo allentato, in modo che sia flessibile quando occorre".
E il Maestro allora concluse: "È quello che sto facendo".
Kōan Zen - L' Arco teso
"Se mai provavo un piccolo desiderio umano per qualcosa che non potevo avere, nella mia anima affiorava immediatamente questa domanda:"Per quale motivo sei venuta nell'ashram del Guru?". La risposta era sempre la stessa: "Per Dio soltanto". In un attimo tutto mi era chiaro. Questo è sempre stato il fondamento saldo e incrollabile della mia vita di discepola."
God Alone: The Life and Letters of a Saint
Sry Gyanamata (discepola di Paramahansa Yogananda)
God Alone: The Life and Letters of a Saint
Sry Gyanamata (discepola di Paramahansa Yogananda)
" [201 d] Dirò invece il discorso su Amore che ho ascoltato una volta da una donna di Mantinea, di nome Diotima, la quale era dotta su questa e molte altre questioni. Facendo fare dei sacrifici agli Ateniesi prima della peste, ritardò l’epidemia di dieci anni; e fu proprio lei che mi istruí nelle cose d’amore ... Mi proverò dunque a riportarvi cosí da me solo, per quanto mi riuscirà, il discorso che mi tenne lei, partendo dai punti sui quali già siamo d’accordo io e Agatone. Naturalmente, o Agatone, è bene discutere come tu hai spiegato, in primo luogo [e] chi è Amore nella sua essenza e natura, e in seguito le sue opere. Ora mi par piú facile parlarne nell’ordine che tenne allora la straniera, interrogandomi. Perché anch’io le dicevo quasi le stesse cose che ora Agatone sosteneva con me, che cioè Amore è un gran dio e ama le cose belle. Lei allora mi provava, con gli stessi argomenti che ho tenuto ora contro di lui, che Amore, secondo il mio stesso discorso, non era bello né buono. E io: “Che dici mai, o Diotima? Amore è forse brutto e cattivo?”. E lei: “Non bestemmiare;” rispose “o credi forse che ciò che non sia bello debba essere brutto?”.
[202 a] “Sicuramente!”. “E cosí ciò che non è sapiente, ignorante? Ma non t’accorgi che c’è qualcosa di mezzo fra sapienza e ignoranza?”. “Che cosa?”. “Giudicare con giustezza, anche senza essere in grado di darne ragione. Non sai che ciò appunto non è scienza – perché dove non si sa dar ragione come potrebbe esservi scienza? Né ignoranza – giacché ciò che coglie il vero come potrebbe essere ignoranza? Orbene qualcosa di simile è la giusta opinione, qualcosa di mezzo fra l’intendere e l’ignoranza”. “È verissimo” le dissi. “Non conseguirne, dunque, che una cosa non bella sia necessariamente brutta, né una cosa non buona, cattiva. Cosí anche Amore, poiché tu stesso [b] concordi che non è buono né bello, non credere piú in alcun modo che debba essere cattivo e brutto, ma qualcosa di mezzo fra questi due estremi”. “E però, risposi io, tutti pensano d’accordo che sia un grande dio”. “Quali tutti? Quelli che non sanno o anche quelli che sanno?”. “Tutti, tutti, dico”. E lei ridendo: “E come possono mai [c] sostenere concordi, o Socrate, che Amore sia un grande dio, coloro che affermano che egli non è neppure dio?”. “E chi sono questi?” esclamai. “Uno, rispose, sei proprio tu, un’altra, io”. E io: “Come sarebbe a dire?”. “È facile, rispose lei, perché rispondimi: non ritieni tutti gli dèi felici e belli? Oseresti dire che qualche dio non è bello e felice?”. “Per Giove, no di certo” risposi. “E del resto non chiami felici coloro che possiedono bontà e [d] bellezza?”. “Sicuro!”. “Ma Amore, l’hai ammesso, proprio perché è privo di bontà e bellezza, desidera questi beni che non ha”. “Già, l’ho ammesso”. “E come potrebbe essere dio quello a cui mancano bellezza e bontà?”. “Temo che non potrebbe in alcun modo”. “Vedi dunque che anche tu pensi che Amore non sia un dio?”.
“Ma cosa sarebbe allora, esclamai, questo Amore? un mortale?”. “Niente affatto”. “Ma allora cos’altro è?”. “Come nel caso di prima, qualcosa di mezzo fra mortale e immortale”. “Che è dunque, o Diotima?”. “Un demone grande, o Socrate. E difatti ogni essere [e] demonico sta in mezzo fra il dio e il mortale”. “E qual è la sua funzione?” domandai. “Di interpretare e di trasmettere agli dèi qualunque cosa degli uomini, e agli uomini qualunque cosa degli dèi; e di quelli cioè reca le preghiere e i sacrifici, di questi invece i voleri e i premi per i sacrifici. In mezzo fra i due, colma l’intervallo sicché il tutto risulti seco stesso unito. Attraverso di lui passa tutta la mantica, e l’arte sacerdotale concernente i sacrifici, le [203 a] iniziazioni e gli incantesimi e ogni specie di divinazione e di magia. Gli dèi non si mischiano con l’uomo, ma per mezzo di Amore è loro possibile ogni comunione e colloquio con gli uomini, in veglia o in sonno. E chi è dotto di queste arti, è un uomo demonico, ma chi è conoscitore di altre tecniche o mestieri non è che un generico. Ora, questi demoni sono molti e vari: uno di questi è anche Amore
[202 a] “Sicuramente!”. “E cosí ciò che non è sapiente, ignorante? Ma non t’accorgi che c’è qualcosa di mezzo fra sapienza e ignoranza?”. “Che cosa?”. “Giudicare con giustezza, anche senza essere in grado di darne ragione. Non sai che ciò appunto non è scienza – perché dove non si sa dar ragione come potrebbe esservi scienza? Né ignoranza – giacché ciò che coglie il vero come potrebbe essere ignoranza? Orbene qualcosa di simile è la giusta opinione, qualcosa di mezzo fra l’intendere e l’ignoranza”. “È verissimo” le dissi. “Non conseguirne, dunque, che una cosa non bella sia necessariamente brutta, né una cosa non buona, cattiva. Cosí anche Amore, poiché tu stesso [b] concordi che non è buono né bello, non credere piú in alcun modo che debba essere cattivo e brutto, ma qualcosa di mezzo fra questi due estremi”. “E però, risposi io, tutti pensano d’accordo che sia un grande dio”. “Quali tutti? Quelli che non sanno o anche quelli che sanno?”. “Tutti, tutti, dico”. E lei ridendo: “E come possono mai [c] sostenere concordi, o Socrate, che Amore sia un grande dio, coloro che affermano che egli non è neppure dio?”. “E chi sono questi?” esclamai. “Uno, rispose, sei proprio tu, un’altra, io”. E io: “Come sarebbe a dire?”. “È facile, rispose lei, perché rispondimi: non ritieni tutti gli dèi felici e belli? Oseresti dire che qualche dio non è bello e felice?”. “Per Giove, no di certo” risposi. “E del resto non chiami felici coloro che possiedono bontà e [d] bellezza?”. “Sicuro!”. “Ma Amore, l’hai ammesso, proprio perché è privo di bontà e bellezza, desidera questi beni che non ha”. “Già, l’ho ammesso”. “E come potrebbe essere dio quello a cui mancano bellezza e bontà?”. “Temo che non potrebbe in alcun modo”. “Vedi dunque che anche tu pensi che Amore non sia un dio?”.
“Ma cosa sarebbe allora, esclamai, questo Amore? un mortale?”. “Niente affatto”. “Ma allora cos’altro è?”. “Come nel caso di prima, qualcosa di mezzo fra mortale e immortale”. “Che è dunque, o Diotima?”. “Un demone grande, o Socrate. E difatti ogni essere [e] demonico sta in mezzo fra il dio e il mortale”. “E qual è la sua funzione?” domandai. “Di interpretare e di trasmettere agli dèi qualunque cosa degli uomini, e agli uomini qualunque cosa degli dèi; e di quelli cioè reca le preghiere e i sacrifici, di questi invece i voleri e i premi per i sacrifici. In mezzo fra i due, colma l’intervallo sicché il tutto risulti seco stesso unito. Attraverso di lui passa tutta la mantica, e l’arte sacerdotale concernente i sacrifici, le [203 a] iniziazioni e gli incantesimi e ogni specie di divinazione e di magia. Gli dèi non si mischiano con l’uomo, ma per mezzo di Amore è loro possibile ogni comunione e colloquio con gli uomini, in veglia o in sonno. E chi è dotto di queste arti, è un uomo demonico, ma chi è conoscitore di altre tecniche o mestieri non è che un generico. Ora, questi demoni sono molti e vari: uno di questi è anche Amore
”. “E suo padre e sua madre, domandai, chi sono?”. “È cosa un po’ lunga da raccontare, rispose, ma a te la dirò. [b] Quando nacque Afrodite gli dèi tennero un banchetto, e fra gli altri anche Poro (Espediente) figlio di Metidea (Sagacia). Ora, quando ebbero finito, arrivò Penia (Povertà), siccome era stata gran festa, per mendicare qualcosa; e si teneva vicino alla porta. Poro intanto, ubriaco di nettare (il vino non esisteva ancora), inoltratosi nel giardino di Giove, schiantato dal bere si addormentò. Allora Penia, meditando se, contro le sue miserie, le riuscisse d’avere un figlio da Poro, gli si sdraiò accanto e rimase incinta di [c] Amore. Proprio cosí Amore divenne compagno e seguace di Afrodite, perché fu concepito il giorno della sua nascita, ed ecco perché di natura è amante del bello, in quanto anche Afrodite è bella. Dunque, come figlio di Poro e di Penia, ad Amore è capitato questo destino: innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere [d] delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a [e] volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco. Anche fra [204 a] sapienza e ignoranza si trova a mezza strada, e per questa ragione nessuno degli dèi è filosofo, o desidera diventare sapiente (ché lo è già), né chi è già sapiente s’applica alla filosofia. D’altra parte, neppure gli ignoranti si danno a filosofare né aspirano a diventare saggi, ché proprio per questo l’ignoranza è terribile, che chi non è né nobile né saggio crede d’aver tutto a sufficienza; e naturalmente chi non avverte d’essere in difetto non aspira a ciò di cui non crede d’aver bisogno”. “Chi sono allora, o Diotima” replicai “quelli che s’applicano alla filosofia, se escludi i sapienti e gli ignoranti?”. “Ma lo vedrebbe anche un [b] bambino, rispose, che sono quelli a mezza strada fra i due, e che Amore è uno di questi. Poiché appunto la sapienza lo è delle cose piú belle ed Amore è amore del bello, ne consegue necessariamente che Amore è filosofo, e in quanto tale sta in mezzo fra il sapiente e l’ignorante. Anche di questo la causa è nella sua nascita: è di padre sapiente e ingegnoso, ma la madre è incolta e sprovveduta. E questa è proprio, o Socrate, la natura di quel demone. [c] Quanto alla tua rappresentazione di Amore, non c’è da meravigliarsi; perché tu credevi, per quanto posso dedurre dalle tue parole, che Amore fosse l’amato, non l’amante; e per questo, penso, Amore ti appariva bellissimo. E in realtà ciò che ispira amore è bello, delicato, perfetto e beato; ma l’amante ha un’altra natura, come t’ho spiegato”...
[206 a] [...] – Riassumendo quindi, l’amore è desiderio di possedere il bene per sempre. – Verissimo, dissi io.
[b] – Poiché dunque l’amore è sempre questo, riprese lei, in quale modo e in quali azioni lo zelo e la tensione di coloro che lo perseguono possono essere chiamati amore? Quale sarà mai questa azione? Lo sai? – Certo non sarei sempre ammirato della tua sapienza, o Diotima, né verrei a scuola da te per imparare proprio queste cose, se le sapessi. – Te lo dirò io, allora: è la procreazione nel bello, secondo il corpo e secondo l’anima. – Un indovino ci vuole, per capirti. Io non intendo. – No, ma [c] te lo dirò io con piú chiarezza, riprese. Tutti gli uomini, o Socrate, sono pregni nel corpo e nell’anima, e quando giungono ad una certa età, la nostra natura fa sentire il desiderio di procreare. Non
[206 a] [...] – Riassumendo quindi, l’amore è desiderio di possedere il bene per sempre. – Verissimo, dissi io.
[b] – Poiché dunque l’amore è sempre questo, riprese lei, in quale modo e in quali azioni lo zelo e la tensione di coloro che lo perseguono possono essere chiamati amore? Quale sarà mai questa azione? Lo sai? – Certo non sarei sempre ammirato della tua sapienza, o Diotima, né verrei a scuola da te per imparare proprio queste cose, se le sapessi. – Te lo dirò io, allora: è la procreazione nel bello, secondo il corpo e secondo l’anima. – Un indovino ci vuole, per capirti. Io non intendo. – No, ma [c] te lo dirò io con piú chiarezza, riprese. Tutti gli uomini, o Socrate, sono pregni nel corpo e nell’anima, e quando giungono ad una certa età, la nostra natura fa sentire il desiderio di procreare. Non
si può partorire nel brutto, ma nel bello, sí. L’unione dell’uomo e della donna è procreazione; questo è il fatto divino, e nel vivente destinato a morire questo è immortale: la gravidanza e la riproduzione. [d] Ma è impossibile che queste avvengano in ciò che è disarmonico. E il brutto è disarmonico a tutto ciò che è divino; il bello invece gli si accorda; cosí che Bellezza fa da Sorte (Moira) e da Levatrice (Ilitia) nella procreazione. Per questo quando la creatura gravida si accosta al bello diventa gaia e tutta lieta si espande, partorisce e procrea, ma quando si accosta al brutto, cupa e dolente si contrae, si attorciglia in se stessa e si ritorce senza procreare, ma trattiene dentro il suo feto soffrendo. Di qui s’ingenera l’impetuosa [e] passione per il bello nell’essere gravido e già turgido, perché il bello libera dalle atroci doglie chi lo possiede. E, a ben vedere, o Socrate, l’amore non è amore del bello, come pensi tu! – Ma di che cosa, allora? – Di procreare e partorire nel bello. – E sia, dissi. [...]
Platone, Il Simposio.
Platone, Il Simposio.