“Liberati dall’odio come dall’attaccamento. Allora non conoscendo né repulsione, né legame, scivola dentro il divino nel tuo cuore.”
Dal Vijnanabhairava Tantra. Traduzione di Daniel Odier.
Dal Vijnanabhairava Tantra. Traduzione di Daniel Odier.
“Dio creò questo paese e ci collocò gli indiani. Creò questo fiume, i pesci in questo fiume e i cervi su queste montagne. Gli indiani si moltiplicarono e divennero un popolo. Questo è nostro di diritto come lo era un tempo remoto a cui risale la memoria dei miei bisnonni. Questo cibo ci permetteva di vivere. Mia madre raccoglieva bacche; mio padre pescava e cacciava. Fino a quando vivrò, non cambierò opinione. Il mio sangue, la mia forza, viene dai pesci, dalle radici e dalle bacche, sono l’essenza della mia vita. Io non venni portato qui da un paese straniero, non arrivai qui. E’ il creatore che mi ci mise.”
-Meninock Yokima
-Meninock Yokima
Jatila.
Una volta in un villaggio in India c'era un bambino che si chiamava Jatila. La mamma di Jatila era vedova e non c'era nessuno che l'aiutasse. Ella ricavava un po' di soldi spigolando i cereali. Entrambi avevano appena di che mangiare, ed erano molto poveri. Ogni giorno la mamma di Jatila pregava il Signore Krisna. Le chiedeva di aiutarla ad occuparsi del ragazzino perché voleva che diventasse un uomo forte e buono.
Quando Jatila fu grande abbastanza, sua madre lo mandò a scuola. Ma la scuola era lontana, in un altro villaggio e per raggiungerla Jatila doveva attraversare la foresta. Gli alti alberi rendevano molto scuro il sentiero e Jatila era spaventato. Alcuni alberi avevano lunghi rami che sembravano braccia in procinto di ghermirlo. Su altri alberi crescevano delle liane che somigliavano a grandi serpenti.
"Vorrei che ci fosse qualcuno con me", pensava il fanciullo. "Non sarebbe così brutto se ci fosse qualcuno con cui parlare".
Ma Jatila era solo, così si affrettò, e arrivò a scuola più veloce che poté. Si trovò bene a scuola. Gli piaceva il maestro e durante la ricreazione si divertì a giocare con gli altri ragazzi. Tuttavia quando la scuola finì, e fu tempo di tornare a casa, improvvisamente Jatila si ricordò che avrebbe dovuto nuovamente attraversare la foresta. Il ritorno fu ancora peggio; la foresta era ancora più tenebrosa e c'erano ombre paurose ovunque. C'erano quelle braccia, che cercavano continuamente di afferrarlo! E c'erano quelle cose che sembravano serpenti che si arrampicavano sui tronchi degli alberi... Jatila cominciò a correre.
Corse per tutta la lunghezza della foresta e non si fermò fino a quando raggiunse casa sua.
Appena vide sua madre, cominciò a piangere. "Cos'è successo?", chiese sua madre. E lo prese tra le sue braccia per confortarlo. "Il maestro ti ha rimproverato?" "Oh, no mamma", rispose il fanciullo. "Mi piaceva stare a scuola. Ma c'é la foresta, mamma. Il tragitto è così lungo e io sono solo. Ho paura". "Ma non c'è nulla di che aver paura nella foresta", disse la mamma. "Presto te ne renderai conto". "No, mamma, Ho molta paura. Per favore, manda qualcuno con me." "Ma chi posso mandare, bambino mio? Non c'è nessuno che possa andare con te." La mamma di Jatila chiuse gli occhi e sembrava stesse pensando molto intensamente. Improvvisamente li riaprì e il viso si illuminò con un sorriso. "Ma certo!", esclamò. "Che stupida ad essermene dimenticata! C'è tuo fratello maggiore nella foresta. Ti accompagnerà e si prenderà cura di te". Jatila era stupefatto. "Un fratello maggiore? Ho un fratello maggiore, mamma?", le disse. "Sì, bambino mio. Il suo nome é Madhusudan." "Ma dove sta", chiese Jatila. "Perché non vive in casa con noi?" "Abita nella foresta", rispose la vedova. "Là accudisce alle mucche". Ma se domattina lo chiamerai quando andrai a scuola, sono sicura che lascerà le mucche e ti accompagnerà attraverso la foresta".
Jatila era felice. Ora, invece della sensazione di paura della foresta, non vedeva l'ora che venisse il nuovo giorno così sarebbe potuto andare rapidamente nel bosco e incontrare suo fratello. Il mattino di buon ora Jatila salutò sua madre e andò a scuola. Ella rimase immobile sulla porta della capanna guardandolo mentre si affrettava ansiosamente verso la foresta. "Oh, Madhusudan", chiamò. Per favore, accompagnami lungo la foresta!". Jatila attese in ascoltò, ma nessuno rispose né arrivò. "Sarà molto lontano", pensò. "Chiamerò più forte". Così chiamò ancora, più forte che poté, ma nessuno si fece vivo. "Lo so che è nella foresta", si disse "e verrà perché la mamma me l'ha detto". Jatila chiamò a lungo suo fratello maggiore, ma ancora non arrivava nessuno. Jatila cominciò a piangere. "Mamma ha detto che saresti venuto", singhiozzò. "Dove sei?"
In quel momento udì il suono di un flauto. Non aveva mai udito una melodia così dolce. La musica si avvicinò sempre di più, ed infine Jatila vide un ragazzo venire verso di lui, seguendo il sentiero.
Una volta in un villaggio in India c'era un bambino che si chiamava Jatila. La mamma di Jatila era vedova e non c'era nessuno che l'aiutasse. Ella ricavava un po' di soldi spigolando i cereali. Entrambi avevano appena di che mangiare, ed erano molto poveri. Ogni giorno la mamma di Jatila pregava il Signore Krisna. Le chiedeva di aiutarla ad occuparsi del ragazzino perché voleva che diventasse un uomo forte e buono.
Quando Jatila fu grande abbastanza, sua madre lo mandò a scuola. Ma la scuola era lontana, in un altro villaggio e per raggiungerla Jatila doveva attraversare la foresta. Gli alti alberi rendevano molto scuro il sentiero e Jatila era spaventato. Alcuni alberi avevano lunghi rami che sembravano braccia in procinto di ghermirlo. Su altri alberi crescevano delle liane che somigliavano a grandi serpenti.
"Vorrei che ci fosse qualcuno con me", pensava il fanciullo. "Non sarebbe così brutto se ci fosse qualcuno con cui parlare".
Ma Jatila era solo, così si affrettò, e arrivò a scuola più veloce che poté. Si trovò bene a scuola. Gli piaceva il maestro e durante la ricreazione si divertì a giocare con gli altri ragazzi. Tuttavia quando la scuola finì, e fu tempo di tornare a casa, improvvisamente Jatila si ricordò che avrebbe dovuto nuovamente attraversare la foresta. Il ritorno fu ancora peggio; la foresta era ancora più tenebrosa e c'erano ombre paurose ovunque. C'erano quelle braccia, che cercavano continuamente di afferrarlo! E c'erano quelle cose che sembravano serpenti che si arrampicavano sui tronchi degli alberi... Jatila cominciò a correre.
Corse per tutta la lunghezza della foresta e non si fermò fino a quando raggiunse casa sua.
Appena vide sua madre, cominciò a piangere. "Cos'è successo?", chiese sua madre. E lo prese tra le sue braccia per confortarlo. "Il maestro ti ha rimproverato?" "Oh, no mamma", rispose il fanciullo. "Mi piaceva stare a scuola. Ma c'é la foresta, mamma. Il tragitto è così lungo e io sono solo. Ho paura". "Ma non c'è nulla di che aver paura nella foresta", disse la mamma. "Presto te ne renderai conto". "No, mamma, Ho molta paura. Per favore, manda qualcuno con me." "Ma chi posso mandare, bambino mio? Non c'è nessuno che possa andare con te." La mamma di Jatila chiuse gli occhi e sembrava stesse pensando molto intensamente. Improvvisamente li riaprì e il viso si illuminò con un sorriso. "Ma certo!", esclamò. "Che stupida ad essermene dimenticata! C'è tuo fratello maggiore nella foresta. Ti accompagnerà e si prenderà cura di te". Jatila era stupefatto. "Un fratello maggiore? Ho un fratello maggiore, mamma?", le disse. "Sì, bambino mio. Il suo nome é Madhusudan." "Ma dove sta", chiese Jatila. "Perché non vive in casa con noi?" "Abita nella foresta", rispose la vedova. "Là accudisce alle mucche". Ma se domattina lo chiamerai quando andrai a scuola, sono sicura che lascerà le mucche e ti accompagnerà attraverso la foresta".
Jatila era felice. Ora, invece della sensazione di paura della foresta, non vedeva l'ora che venisse il nuovo giorno così sarebbe potuto andare rapidamente nel bosco e incontrare suo fratello. Il mattino di buon ora Jatila salutò sua madre e andò a scuola. Ella rimase immobile sulla porta della capanna guardandolo mentre si affrettava ansiosamente verso la foresta. "Oh, Madhusudan", chiamò. Per favore, accompagnami lungo la foresta!". Jatila attese in ascoltò, ma nessuno rispose né arrivò. "Sarà molto lontano", pensò. "Chiamerò più forte". Così chiamò ancora, più forte che poté, ma nessuno si fece vivo. "Lo so che è nella foresta", si disse "e verrà perché la mamma me l'ha detto". Jatila chiamò a lungo suo fratello maggiore, ma ancora non arrivava nessuno. Jatila cominciò a piangere. "Mamma ha detto che saresti venuto", singhiozzò. "Dove sei?"
In quel momento udì il suono di un flauto. Non aveva mai udito una melodia così dolce. La musica si avvicinò sempre di più, ed infine Jatila vide un ragazzo venire verso di lui, seguendo il sentiero.
Era molto affascinante; sulla testa portava una corona, bella e lucente, con inserita una penna di pavone.Suonava il flauto, ed era radioso di felicità. Jatila gioiosamente corse verso il ragazzo. "Sei Madhusudan, mio fratello maggiore?", gli chiese. "La mamma mi aveva detto che se ti avessi chiamato, avresti lasciato le tue mucche e mi avresti accompagnato nella foresta. Devo andare a scuola, sai?". "Sì, sono tuo fratello maggiore", rispose il ragazzo. "Andiamo, attraverseremo insieme la foresta". Jatila camminò con suo fratello e gli raccontò della sua vita a casa e di come era contento di essere abbastanza grande da andare a scuola. Rapidamente dimenticò la paura del giorno prima. Quando raggiunse il termine della foresta, Madhusudan si arrestò. Disse:"Devo tornare indietro": "Ma mi riaccompagnerai questa sera", gli chiese Jatila. "Avrò molta paura se non verrai con me". "Oh, sì", rispose Madhusudan. "Chiamami e verrò da te".
Tutte le mattine e tutte le sere non appena raggiungeva la foresta, il ragazzo chiamava suo fratello maggiore. E sempre egli arrivava e camminavano insieme. Jatila parlava di sé e sua madre e di tutto ciò che accadeva a scuola, e Madhusudan ascoltava e ogni tanto suonava il flauto. Una sera mentre tornavano a casa da scuola, Jatila parlò a suo fratello di una festa che avrebbero fatto a scuola. Il maestro che ogni fanciullo avrebbe dovuto portare qualcosa per la festa. "E domani", spiegò Jatila, "dovrò dire cosa porterò". "Bene, cosa pensi di portare?", chiese suo fratello. "Non lo so", rispose Jatila. "Noi siamo molto poveri, sai. Forse non potrò portare nulla". "Chiedilo alla mamma. Lei saprà sicuramente cosa fare".
Quando il fanciullo chiese alla mamma che cosa avrebbe potuto portare alla festa, lei diventò molto triste. "Non ho nulla da darti, Jatila, e non ho soldi, così non posso comprare nulla. Perché non chiedi come fare a tuo fratello?" "Lui mi ha detto di chiederlo a te", rispose Jatila. "Mi disse che avresti saputo cosa fare". Sua madre sorrise. "Ha detto così?", gli disse. "Molto bene. Rispondigli che dipende da lui". La mattina seguente mentre andava a scuola, Jatila spiegò a suo fratello era troppo povera per mandare qualsiasi cosa alla festa. "Lei disse che dipende da te", aggiunse Jatila. "Va bene", rispose ridendo Madhusudan. "Dì al tuo maestro che porterai del riso con yogurt alla festa. E digli anche che ce ne sarà a sufficienza per tutti". Jatila sorrise. "Dovrà essere una pentola molto grossa, perché siamo circa in venti", disse. Venne il giorno della festa e Jatila corse felice per incontrare suo fratello nella foresta. Stava pensando ansiosamente come portare a scuola la grande pentola. Come sempre, suo fratello maggiore giunse dal sentiero della foresta, e portava con sé un recipiente di riso. "Consegnala al tuo maestro", e gli diede la pentola. Jatila la prese, ma diventò molto triste, perché non era per niente grande. In realtà era molto piccola. Pensò che ci sarebbe stato riso per sei persone al massimo. Madhusudan guardò la faccia triste del fratello. "Dalla al tuo maestro. Sarà sufficiente per tutti".
Quando il maestro vide la piccola pentola di Jatila si arrabbiò molto. "Mi dicesti che avresti portato riso e yogurt per tutti, così non me ne sono più preoccupato. Cosa faremo di una pentola così piccola quando siamo in tanti? Jatila, hai rovinato la festa!". Il piccolo contenitore venne messo in un angolo. La festa era quasi finita quando il maestro se ne ricordò. "Non dobbiamo sprecare questo cibo", disse il maestro. "Qualche bambino ne potrà avere. Jatila, porta la pentola":Jatila la prese e diede il riso a tre o quattro compagni. Si accorse che accadeva qualcosa di strano. Appena prendeva del cibo, la pentola tornava a colmarsi. Allora riempì il piatto di riso a tutti i bambini della classe. Il maestro guardò Jatila, incredulo. "Jatila!", esclamò. Hai dato il riso a tutti. Come ci sei riuscito? Pensavo che avessi portato solo una piccola pentola di cibo".
Tutte le mattine e tutte le sere non appena raggiungeva la foresta, il ragazzo chiamava suo fratello maggiore. E sempre egli arrivava e camminavano insieme. Jatila parlava di sé e sua madre e di tutto ciò che accadeva a scuola, e Madhusudan ascoltava e ogni tanto suonava il flauto. Una sera mentre tornavano a casa da scuola, Jatila parlò a suo fratello di una festa che avrebbero fatto a scuola. Il maestro che ogni fanciullo avrebbe dovuto portare qualcosa per la festa. "E domani", spiegò Jatila, "dovrò dire cosa porterò". "Bene, cosa pensi di portare?", chiese suo fratello. "Non lo so", rispose Jatila. "Noi siamo molto poveri, sai. Forse non potrò portare nulla". "Chiedilo alla mamma. Lei saprà sicuramente cosa fare".
Quando il fanciullo chiese alla mamma che cosa avrebbe potuto portare alla festa, lei diventò molto triste. "Non ho nulla da darti, Jatila, e non ho soldi, così non posso comprare nulla. Perché non chiedi come fare a tuo fratello?" "Lui mi ha detto di chiederlo a te", rispose Jatila. "Mi disse che avresti saputo cosa fare". Sua madre sorrise. "Ha detto così?", gli disse. "Molto bene. Rispondigli che dipende da lui". La mattina seguente mentre andava a scuola, Jatila spiegò a suo fratello era troppo povera per mandare qualsiasi cosa alla festa. "Lei disse che dipende da te", aggiunse Jatila. "Va bene", rispose ridendo Madhusudan. "Dì al tuo maestro che porterai del riso con yogurt alla festa. E digli anche che ce ne sarà a sufficienza per tutti". Jatila sorrise. "Dovrà essere una pentola molto grossa, perché siamo circa in venti", disse. Venne il giorno della festa e Jatila corse felice per incontrare suo fratello nella foresta. Stava pensando ansiosamente come portare a scuola la grande pentola. Come sempre, suo fratello maggiore giunse dal sentiero della foresta, e portava con sé un recipiente di riso. "Consegnala al tuo maestro", e gli diede la pentola. Jatila la prese, ma diventò molto triste, perché non era per niente grande. In realtà era molto piccola. Pensò che ci sarebbe stato riso per sei persone al massimo. Madhusudan guardò la faccia triste del fratello. "Dalla al tuo maestro. Sarà sufficiente per tutti".
Quando il maestro vide la piccola pentola di Jatila si arrabbiò molto. "Mi dicesti che avresti portato riso e yogurt per tutti, così non me ne sono più preoccupato. Cosa faremo di una pentola così piccola quando siamo in tanti? Jatila, hai rovinato la festa!". Il piccolo contenitore venne messo in un angolo. La festa era quasi finita quando il maestro se ne ricordò. "Non dobbiamo sprecare questo cibo", disse il maestro. "Qualche bambino ne potrà avere. Jatila, porta la pentola":Jatila la prese e diede il riso a tre o quattro compagni. Si accorse che accadeva qualcosa di strano. Appena prendeva del cibo, la pentola tornava a colmarsi. Allora riempì il piatto di riso a tutti i bambini della classe. Il maestro guardò Jatila, incredulo. "Jatila!", esclamò. Hai dato il riso a tutti. Come ci sei riuscito? Pensavo che avessi portato solo una piccola pentola di cibo".
"Sì, signore". replicò il fanciullo. "Questo è il contenitore. Ma guardate, è ancora pieno". "Impossibile!", sbottò il maestro. "Dove hai preso questa pentola?. Dimmelo immediatamente!" "Signore, me l'ha data mio fratello maggiore". "Tuo fratello maggiore? Non sapevo che avessi un fratello maggiore", disse il maestro. "Neanch'io lo sapevo", rispose Jatila, "fino a quando non ho cominciato a venire a scuola. Mi accompagna nella foresta, sapete." "Ma dove vive? Come si chiama?", chiese il maestro, piuttosto confuso. Allora Jatila raccontò al maestro tutto di Madhusudan - cosa diceva, come appariva e come suonasse dolcemente il flauto. "Jatila", disse il maestro, "desidererei conoscere tuo fratello. Posso accompagnarti, per incontrarlo?" "Certamente, signore", rispose il bimbo. "Venite con me alla foresta questa sera. Devo solo chiamarlo ed egli viene da me".
Quando fu tempo di tornare a casa, il maestro lo accompagnò alla foresta. Come al solito, Jatila chiamò Madhusudan, ma egli non venne. Chiamò ancora e ancora, ma non veniva nessuno. "Jatila, penso che tu non abbia detto la verità. Non hai nessun fratello che vive nella foresta". Jatila scoppiò in lacrime. "E' vero, è vero", singhiozzò. "Ho un fratello, ve l'ho detto. Si chiama Madhusudan e mi ha dato il riso". "Dov'è allora", replicò il maestro. "Oh, fratello Madhusudan", chiamò ad alta voce. "Devi venire da me. Devi venire. Se non lo farai, il maestro non crederà mai che ho detto la verità". Improvvisamente Jatila sentì il suono di un flauto. "Là, sta arrivando! Sentite come suona bene il flauto!" Il maestro ascoltò il flauto e si guardò intorno cercando il suonatore. Però Madhusudan non si faceva vedere. Invece, una voce musicale parlò da qualche punto della foresta. "Jatila", disse la voce, "ci vorrà parecchio tempo prima che il tuo maestro possa vedermi. Tu mi hai visto per merito di tua madre. Ella e pura e buona e piena di fede. Mi ha implorato di prendermi cura di te nella foreste e per questo ti accompagno ogni giorno. Tu mi hai visto perché tua madre ha fede in me e tu credi in tua madre". Alla fine, Jatila capì. Il suo fratello maggiore che viveva nella foresta era realmente Madhusudan. - Dal sito di Ramakrishna.
Quando fu tempo di tornare a casa, il maestro lo accompagnò alla foresta. Come al solito, Jatila chiamò Madhusudan, ma egli non venne. Chiamò ancora e ancora, ma non veniva nessuno. "Jatila, penso che tu non abbia detto la verità. Non hai nessun fratello che vive nella foresta". Jatila scoppiò in lacrime. "E' vero, è vero", singhiozzò. "Ho un fratello, ve l'ho detto. Si chiama Madhusudan e mi ha dato il riso". "Dov'è allora", replicò il maestro. "Oh, fratello Madhusudan", chiamò ad alta voce. "Devi venire da me. Devi venire. Se non lo farai, il maestro non crederà mai che ho detto la verità". Improvvisamente Jatila sentì il suono di un flauto. "Là, sta arrivando! Sentite come suona bene il flauto!" Il maestro ascoltò il flauto e si guardò intorno cercando il suonatore. Però Madhusudan non si faceva vedere. Invece, una voce musicale parlò da qualche punto della foresta. "Jatila", disse la voce, "ci vorrà parecchio tempo prima che il tuo maestro possa vedermi. Tu mi hai visto per merito di tua madre. Ella e pura e buona e piena di fede. Mi ha implorato di prendermi cura di te nella foreste e per questo ti accompagno ogni giorno. Tu mi hai visto perché tua madre ha fede in me e tu credi in tua madre". Alla fine, Jatila capì. Il suo fratello maggiore che viveva nella foresta era realmente Madhusudan. - Dal sito di Ramakrishna.
“Se i vari soggetti fossero differenti gli uni dagli altri, anche gli oggetti, che riposano in essi, dovrebbero necessariamente essere diversi, in base al principio che la realtà oggettiva non è separata dal conoscere.
Le cose che ha davanti a sé un soggetto sarebbero dunque diverse da quelle che vede un altro soggetto e la vita comune, la quale si basa appunto sul fatto che tutti i soggetti vedono collettivamente le stesse cose, risulterebbe perciò impossibile.
Le persone agirebbero quindi ognuna per conto suo, senza rapporto alcuno gli uni con gli altri, a guisa di pazzi.”
-Abhinavagupta
Le cose che ha davanti a sé un soggetto sarebbero dunque diverse da quelle che vede un altro soggetto e la vita comune, la quale si basa appunto sul fatto che tutti i soggetti vedono collettivamente le stesse cose, risulterebbe perciò impossibile.
Le persone agirebbero quindi ognuna per conto suo, senza rapporto alcuno gli uni con gli altri, a guisa di pazzi.”
-Abhinavagupta
“Quando una persona realizza l'Atman, che risiede sia in ciò che è alto e ciò che è basso, il nodo nel cuore si scioglie, tutti i dubbi si dissipano e le azioni diventano libere dall'illusione. (2.2.8)
La copertura suprema e risplendente è il Brahman, puro, libero da ogni macchia e senza dualità; è la luce delle luci ed è conosciuto da chi conosce l'Atman. Là non ci sono né sole, luna o stelle, e nemmeno la folgore. Tutto risplende per la sua luce." (2.2.9-10)
Tutto ciò che esiste attorno a noi è il Brahman immortale. Il Brahman è davanti a noi, dietro di noi, a destra e a sinistra, e si estende anche sopra e sotto di noi. Questo mondo non è altro che Brahman, il Supremo. (2.2.11)
Due uccelli sono da sempre compagni, hanno nomi simili e abitano sullo stesso albero. Uno mangia i frutti di vari sapori e l'altro semplicemente osserva. Su quell'albero l'anima individuale rimane impigliata e si lamenta della propria impotenza, ma quando rivolge lo sguardo verso l'altro uccello, il Signore, per la sua gloria viene liberata dalla sofferenza. Quando l'anima individuale vede il Purusha, il creatore, il Signore dorato, l'origine del Brahman inferiore, si libera da meriti e demeriti e diventa pura, raggiungendo l'uguaglianza assoluta. (3.1.1-3)
Questa potenza vivente risplende in modo differente nei vari esseri: sapendo questo, una persona illuminata non ha più bisogno di cercare la soddisfazione altrove. Trova la perfetta felicità e il perfetto piacere nell'Atman, ed è concentrato nella vita spirituale: questa persona è onorata tra coloro che conoscono il Brahman. (3.1.4)
L'Atman puro e radioso che dimora nel corpo, che i brahmachari purificati riescono a vedere, si può raggiungere certamente attraverso la veridicità, la completa conoscenza, la concentrazione e la continenza, praticati in modo costante e continuo. (3.1.5)
Soltanto la Verità trionfa. Ciò che è contrario alla verità è destinato a perire. La verità forma la via chiamata Devayana, percorsa dai Rishi liberi dal desiderio, che salgono verso il tesoro supremo raggiunto grazie alla pratica della verità. (3.1.6)
Questo Supremo è immenso e risplende di luce propria, e la sua forma è inconcepibile. E' estremamente sottile e lontano, eppure risiede all'interno del nostro corpo e possiamo accedervi in qualsiasi momento. Gli esseri viventi possono percepirlo come situato nel loro proprio corpo, nella cavità del cuore. (3.1.7)
Non può essere percepito dagli occhi, dalla parola o dagli altri sensi, né conquistato attraverso le austerità o il lavoro. Soltanto quando la mente è purificata da un atteggiamento favorevole dell'intelligenza, attraverso la meditazione diventa possibile vedere l'Atman indivisibile. (3.1.8)
-Da “Mundaka Upanishad”
La copertura suprema e risplendente è il Brahman, puro, libero da ogni macchia e senza dualità; è la luce delle luci ed è conosciuto da chi conosce l'Atman. Là non ci sono né sole, luna o stelle, e nemmeno la folgore. Tutto risplende per la sua luce." (2.2.9-10)
Tutto ciò che esiste attorno a noi è il Brahman immortale. Il Brahman è davanti a noi, dietro di noi, a destra e a sinistra, e si estende anche sopra e sotto di noi. Questo mondo non è altro che Brahman, il Supremo. (2.2.11)
Due uccelli sono da sempre compagni, hanno nomi simili e abitano sullo stesso albero. Uno mangia i frutti di vari sapori e l'altro semplicemente osserva. Su quell'albero l'anima individuale rimane impigliata e si lamenta della propria impotenza, ma quando rivolge lo sguardo verso l'altro uccello, il Signore, per la sua gloria viene liberata dalla sofferenza. Quando l'anima individuale vede il Purusha, il creatore, il Signore dorato, l'origine del Brahman inferiore, si libera da meriti e demeriti e diventa pura, raggiungendo l'uguaglianza assoluta. (3.1.1-3)
Questa potenza vivente risplende in modo differente nei vari esseri: sapendo questo, una persona illuminata non ha più bisogno di cercare la soddisfazione altrove. Trova la perfetta felicità e il perfetto piacere nell'Atman, ed è concentrato nella vita spirituale: questa persona è onorata tra coloro che conoscono il Brahman. (3.1.4)
L'Atman puro e radioso che dimora nel corpo, che i brahmachari purificati riescono a vedere, si può raggiungere certamente attraverso la veridicità, la completa conoscenza, la concentrazione e la continenza, praticati in modo costante e continuo. (3.1.5)
Soltanto la Verità trionfa. Ciò che è contrario alla verità è destinato a perire. La verità forma la via chiamata Devayana, percorsa dai Rishi liberi dal desiderio, che salgono verso il tesoro supremo raggiunto grazie alla pratica della verità. (3.1.6)
Questo Supremo è immenso e risplende di luce propria, e la sua forma è inconcepibile. E' estremamente sottile e lontano, eppure risiede all'interno del nostro corpo e possiamo accedervi in qualsiasi momento. Gli esseri viventi possono percepirlo come situato nel loro proprio corpo, nella cavità del cuore. (3.1.7)
Non può essere percepito dagli occhi, dalla parola o dagli altri sensi, né conquistato attraverso le austerità o il lavoro. Soltanto quando la mente è purificata da un atteggiamento favorevole dell'intelligenza, attraverso la meditazione diventa possibile vedere l'Atman indivisibile. (3.1.8)
-Da “Mundaka Upanishad”
Inno riportato nel papiro Bremner-Rhind, sulla creazione di Atum.
“Parole di Neb-er-tcher dette dopo esser venuto in esistenza:
Io sono colui che è venuto in esistenza in forma di Khoperer,
io sono divenuto il creatore di ciò che viene in esistenza, il creatore di tutto il creato; dopo il mio esser venuto in esistenza tutte le cose in molti esseri furono create venendo fuori dalla mia bocca.
Non esisteva il cielo, non esisteva la terra, non erano state create le creature della terra, e le cose che strisciano in questo posto.
Io le ho sollevate sopra le acque del Nun, dallo stato di inattività.
Io non avevo trovato un posto dove potessi stare.
Ho emesso un incantesimo dal mio cuore, fondato in Maat e ho fatto ogni forma formante. Ero solo.
Non avevo sputato Shu, non avevo tossito Tefnut, non esisteva un altro che lavorasse con me.
Io ho fatto una fondazione nel mio stesso cuore, e vennero in esistenza le moltitudini delle cose che vennero create , delle cose che vennero in esistenza dalle cose che erano state create dai loro figli.
Io, proprio Io, ho avuto unione col mio proprio pugno, Io mi sono unito in un abbraccio con la mia ombra, ho emesso il seme nella mia stessa bocca. L’ho emesso in forma di Shu, ho tossito l’umido in forma di Tefnut.
Disse mio padre Nu :”Loro fan sì che sia debole il mio occhio dietro di loro, poiché per doppi periodi (di tempo) essi procedettero da me dopo che io divenni, da un Dio solo, un Dio trino, cioè da dentro me stesso, venendo in esistenza in questa terra.
Furono sollevati perciò Shu e Tefnut dall’inerte massa acquosa dove erano, essi portarono a me il mio occhio nel loro treno.
Quindi, dopo che io ebbi unito le mie membra, io piansi sopra di loro, e vennero in esistenza uomini e donne dalle lacrime uscite dal mio occhio, e fu furioso (l’occhio) verso di me , dopo che venne e trovò che io avevo fatto un altro occhio al suo posto.
Io lo dotai dello splendore che avevo fatto. Avendolo fatto e postolo nel mio volto, ebbe perciò dominio su questa terra in tutta la sua estensione.
Caduto il suo tempo sulle sue piante, lo dotai con ciò che aveva preso possesso in lui. Io venni fuori in forma di piante, di tutte le creature
che strisciano, e di tutte le cose che erano venute in esistenza in loro.
Shu e Tefnut diedero nascita a Geb e Nut. Geb e Nut diedero nascita a Osiride, Horus-Khenti-enti, Set, Iside, Neftys, dal grembo, uno dopo l’altro, e loro diedero nascita e si moltiplicarono in questa terra.”
Note:
Neb-er-tcher: Significa “Signore del Supremo limite”. Dio eterno dell’Universo.
Khoperer= il Dio Khepri. Personificazione del Dio Sole.
Nun=parte maschile dell'oceano primordiale, (La parte femminile assunse il nome di Nunet/Nuet). Secondo la teologia eliopolitana, il caos primordiale, non aveva un ruolo attivo nella creazione. Atum infatti si creò solo grazie a se stesso, da qui l’appellativo “colui che esiste di per se stesso”.
Maat: La Verità, la Legge, l’ordine cosmico e l’equilibrio tra gli opposti.
Shu: divinità personificazione dell’aria, ma il suo nome significa “Vuoto”
Tefnut: Moglie di Shu, impersonifica la sostanza umida.
Geb: Dio personificazione della Terra
Nut: Dea del cielo, sostenuta da suo Padre Shu.
Osiride,Set, Iside e Neftis furono i figli di Geb e Nut.
Osiride:Divenne il Dio dell’oltretomba dopo che venne resuscitato. Venne ucciso inizialmente da suo fratello Set.
Set: dio guerriero del caos, delle tenebre, del deserto e delle tempeste
Iside: dea della fertilità e maternità. Associata anche alla magia e all’ oltretomba dopo aver aiutato Osiride a ritornare in vita.
Neftys:Protettrice del focolare domestico. Madre di Anubis. Nutrice dei faraoni e di Horus.
È associata con ciò che protegge e sostiene.
Come la sorella Iside sovrintende alle nascite e alle morti.
Horus: figlio di Osiride e Iside. Dio del cielo. Aveva il sole come occhio destro e la luna come occhio sinistro.
“Parole di Neb-er-tcher dette dopo esser venuto in esistenza:
Io sono colui che è venuto in esistenza in forma di Khoperer,
io sono divenuto il creatore di ciò che viene in esistenza, il creatore di tutto il creato; dopo il mio esser venuto in esistenza tutte le cose in molti esseri furono create venendo fuori dalla mia bocca.
Non esisteva il cielo, non esisteva la terra, non erano state create le creature della terra, e le cose che strisciano in questo posto.
Io le ho sollevate sopra le acque del Nun, dallo stato di inattività.
Io non avevo trovato un posto dove potessi stare.
Ho emesso un incantesimo dal mio cuore, fondato in Maat e ho fatto ogni forma formante. Ero solo.
Non avevo sputato Shu, non avevo tossito Tefnut, non esisteva un altro che lavorasse con me.
Io ho fatto una fondazione nel mio stesso cuore, e vennero in esistenza le moltitudini delle cose che vennero create , delle cose che vennero in esistenza dalle cose che erano state create dai loro figli.
Io, proprio Io, ho avuto unione col mio proprio pugno, Io mi sono unito in un abbraccio con la mia ombra, ho emesso il seme nella mia stessa bocca. L’ho emesso in forma di Shu, ho tossito l’umido in forma di Tefnut.
Disse mio padre Nu :”Loro fan sì che sia debole il mio occhio dietro di loro, poiché per doppi periodi (di tempo) essi procedettero da me dopo che io divenni, da un Dio solo, un Dio trino, cioè da dentro me stesso, venendo in esistenza in questa terra.
Furono sollevati perciò Shu e Tefnut dall’inerte massa acquosa dove erano, essi portarono a me il mio occhio nel loro treno.
Quindi, dopo che io ebbi unito le mie membra, io piansi sopra di loro, e vennero in esistenza uomini e donne dalle lacrime uscite dal mio occhio, e fu furioso (l’occhio) verso di me , dopo che venne e trovò che io avevo fatto un altro occhio al suo posto.
Io lo dotai dello splendore che avevo fatto. Avendolo fatto e postolo nel mio volto, ebbe perciò dominio su questa terra in tutta la sua estensione.
Caduto il suo tempo sulle sue piante, lo dotai con ciò che aveva preso possesso in lui. Io venni fuori in forma di piante, di tutte le creature
che strisciano, e di tutte le cose che erano venute in esistenza in loro.
Shu e Tefnut diedero nascita a Geb e Nut. Geb e Nut diedero nascita a Osiride, Horus-Khenti-enti, Set, Iside, Neftys, dal grembo, uno dopo l’altro, e loro diedero nascita e si moltiplicarono in questa terra.”
Note:
Neb-er-tcher: Significa “Signore del Supremo limite”. Dio eterno dell’Universo.
Khoperer= il Dio Khepri. Personificazione del Dio Sole.
Nun=parte maschile dell'oceano primordiale, (La parte femminile assunse il nome di Nunet/Nuet). Secondo la teologia eliopolitana, il caos primordiale, non aveva un ruolo attivo nella creazione. Atum infatti si creò solo grazie a se stesso, da qui l’appellativo “colui che esiste di per se stesso”.
Maat: La Verità, la Legge, l’ordine cosmico e l’equilibrio tra gli opposti.
Shu: divinità personificazione dell’aria, ma il suo nome significa “Vuoto”
Tefnut: Moglie di Shu, impersonifica la sostanza umida.
Geb: Dio personificazione della Terra
Nut: Dea del cielo, sostenuta da suo Padre Shu.
Osiride,Set, Iside e Neftis furono i figli di Geb e Nut.
Osiride:Divenne il Dio dell’oltretomba dopo che venne resuscitato. Venne ucciso inizialmente da suo fratello Set.
Set: dio guerriero del caos, delle tenebre, del deserto e delle tempeste
Iside: dea della fertilità e maternità. Associata anche alla magia e all’ oltretomba dopo aver aiutato Osiride a ritornare in vita.
Neftys:Protettrice del focolare domestico. Madre di Anubis. Nutrice dei faraoni e di Horus.
È associata con ciò che protegge e sostiene.
Come la sorella Iside sovrintende alle nascite e alle morti.
Horus: figlio di Osiride e Iside. Dio del cielo. Aveva il sole come occhio destro e la luna come occhio sinistro.
Perse il suo occhio sinistro nella lotta contro Seth, ma la Dea Hathor lo guarì. Il suo occhio lunare, o Udjat, divenne quindi un potente simbolo di regalità, forza, purificazione e protezione.
Hathor: “Signora del Cielo”, la Vacca sacra, dea dell’ Amore, della fertilità, della musica, della danza e della gioia.
Hathor: “Signora del Cielo”, la Vacca sacra, dea dell’ Amore, della fertilità, della musica, della danza e della gioia.
✨Grazie a voi e al vostro supporto siamo diventati più di 500✨💛 Non posso che esservi grata 🙏🏼
Per eventuali richieste o informazioni potete scrivermi a @EmanuelaO
Inoltre vi consiglio come sempre un canale di Spiritualità, Esoterismo e Meditazione tramite la quale potreste accedere ad un gruppo privato e/o iniziare un percorso di meditazione.☺️ @spiritualitameditazione
✨Grazie a tutti e buona giornata✨
Per eventuali richieste o informazioni potete scrivermi a @EmanuelaO
Inoltre vi consiglio come sempre un canale di Spiritualità, Esoterismo e Meditazione tramite la quale potreste accedere ad un gruppo privato e/o iniziare un percorso di meditazione.☺️ @spiritualitameditazione
✨Grazie a tutti e buona giornata✨
Buongiorno 💛
Poiché il bot non funzionava, ho inserito un altro nick per potermi contattare.
Chiedo quindi scusa a chiunque mi abbia cercata e non ha ricevuto risposta.
Buona giornata a tutti🙏🏼
Poiché il bot non funzionava, ho inserito un altro nick per potermi contattare.
Chiedo quindi scusa a chiunque mi abbia cercata e non ha ricevuto risposta.
Buona giornata a tutti🙏🏼
Canale di Spiritualità pinned «✨Grazie a voi e al vostro supporto siamo diventati più di 500✨💛 Non posso che esservi grata 🙏🏼 Per eventuali richieste o informazioni potete scrivermi a @EmanuelaO Inoltre vi consiglio come sempre un canale di Spiritualità, Esoterismo e Meditazione tramite…»