https://archive.org/details/MyReincarnation2011
Filmato nel corso di vent’anni dalla regista Jennifer Fox, mostra le storie del Maestro buddista tibetano Chögyal Namkhai Norbu e di suo figlio Yeshi, nato e cresciuto in Italia.
La regista Jennifer Fox inizia a filmare la famiglia alla fine degli anni ’80, quando lei è allieva del Maestro e Yeshi un ragazzo appena maggiorenne non in particolare sintonia con il padre. Norbu diviene uno tra i più noti e influenti insegnanti dei precetti del Buddismo tibetano in Occidente, riconosciuto a cinque anni come la reincarnazione di un Lama, levato alla famiglia e portato a vivere in un monastero affinché si dedicasse in maniera intensiva alla pratica. In fuga dal Tibet e dalle persecuzioni cinesi, il Maestro giunge alla fine degli anni ’50 in Italia, dove si sposa e forma una famiglia. Suo figlio Yeshi viene riconosciuto a sua volta, sin dai suoi primi anni di vita, come la reincarnazione di un prozìo paterno, anch’esso Maestro tibetano.
Filmato nel corso di vent’anni dalla regista Jennifer Fox, mostra le storie del Maestro buddista tibetano Chögyal Namkhai Norbu e di suo figlio Yeshi, nato e cresciuto in Italia.
La regista Jennifer Fox inizia a filmare la famiglia alla fine degli anni ’80, quando lei è allieva del Maestro e Yeshi un ragazzo appena maggiorenne non in particolare sintonia con il padre. Norbu diviene uno tra i più noti e influenti insegnanti dei precetti del Buddismo tibetano in Occidente, riconosciuto a cinque anni come la reincarnazione di un Lama, levato alla famiglia e portato a vivere in un monastero affinché si dedicasse in maniera intensiva alla pratica. In fuga dal Tibet e dalle persecuzioni cinesi, il Maestro giunge alla fine degli anni ’50 in Italia, dove si sposa e forma una famiglia. Suo figlio Yeshi viene riconosciuto a sua volta, sin dai suoi primi anni di vita, come la reincarnazione di un prozìo paterno, anch’esso Maestro tibetano.
“Gli uomini impazziscono, perché non sanno che il conflitto è dentro di loro, e ciascuno addossa il torto all’altro. Se una metà dell’umanità è in torto, allora è in torto - per metà - ogni essere umano.
Ma non vede il conflitto presente nella propria anima, che è però la fonte della sventura esterna.
Quando sei irritato contro tuo fratello, pensa allora che sei irritato contro il fratello che è in te, vale a dire contro ciò che in te è simile a tuo fratello.
In quanto individuo tu sei parte dell’umanità e partecipi all’insieme dell’umanità, come se tu stesso fossi l’umanità intera. Se sopraffai e uccidi il prossimo che si avvicina a te, allora uccidi quell’uomo anche dentro di te, e tu hai assassinato una parte della tua vita.
Lo spirito di questo morto ti seguirà, impedendoti di gioire della tua vita.
Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero.”
-“Il Libro Rosso” di C.G.Jung. Capitolo “La Soluzione”
Ma non vede il conflitto presente nella propria anima, che è però la fonte della sventura esterna.
Quando sei irritato contro tuo fratello, pensa allora che sei irritato contro il fratello che è in te, vale a dire contro ciò che in te è simile a tuo fratello.
In quanto individuo tu sei parte dell’umanità e partecipi all’insieme dell’umanità, come se tu stesso fossi l’umanità intera. Se sopraffai e uccidi il prossimo che si avvicina a te, allora uccidi quell’uomo anche dentro di te, e tu hai assassinato una parte della tua vita.
Lo spirito di questo morto ti seguirà, impedendoti di gioire della tua vita.
Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero.”
-“Il Libro Rosso” di C.G.Jung. Capitolo “La Soluzione”
“Quanta verità sopporta, quanta verità osa uno spirito? Questo è diventato per me, sempre più, il vero criterio di valutazione. Errore — la fede nell’ideale — non è cecità, errore è vigliaccheria... Ogni risultato, ogni passo avanti nella conoscenza consegue dal coraggio, dalla durezza verso se stessi, dalla pulizia verso se stessi... Io non confuto gli ideali, mi infilo semplicemente i guanti di fronte a loro... Nitimur in vetitum: in questo regno vincerà un giorno la mia filosofia, poiché finora è stata impedita, per principio, sempre e soltanto la verità.”
- Friedrich Nietzsche, Ecce Homo, prologo parte 3.
- Friedrich Nietzsche, Ecce Homo, prologo parte 3.
“È detto che quando sono scomparsi tutti i desideri che risiedono nella mente, il mortale diventa immortale e raggiunge il Brahman in questo stesso corpo.
Proprio come la vecchia pelle di un serpente dopo la muta giace a terra senza vita, questo corpo giace inerte dopo che l'Atman l'ha lasciato per diventare immortale - l'Atman che è il Prana, il Brahman, la Luce (4.4.7)
Un verso dice, 'Ho toccato ciò che è antico, sottile, e infinito: ho realizzato me stesso'.
In questo modo coloro che conoscono il Brahman si elevano alla dimora spirituale quando il corpo è caduto.(4.4.8)
Alcuni dicono che sia bianco, blu, grigio, verde o rosso. Questa via è accessibile al brahmana, cioè la persona che conosce il Brahman, e a coloro che hanno compiuto buone azioni e che si
identificano con la Luce suprema. (4.4.9)
Chi è attaccato ai rituali in sé entra nell'oscurità, e chi è attaccato all'erudizione in sé entra in un'oscurità ancora più profonda. (4.4.10)
Coloro che sono avvolti dall'ignoranza e mancano di saggezza finiscono nei mondi della sofferenza (4.4.11)
Chi conosce l'Atman e si identifica con l'Atman non avrà desideri e non conoscerà la sofferenza (4.4.12)
Chi ha realizzato l'Atman, chi conosce intimamente il Sé che abita in questo
luogo pericoloso e duro - il corpo materiale - crea l'universo, ed è il Sé di tutti. (4.4.13)
Già in questo stesso corpo è possibile conoscere il Brahman: chi non cerca questa realizzazione
rimane nell'ignoranza e va incontro alla propria rovina. Coloro che lo conoscono diventano immortali, gli altri ottengono soltanto sofferenza. (4.4.14)”
Brihadaranyaka Upanishad da “Le 108 Upanishad: (Seconda Edizione)” a cura di Parama Karuna Devia
Proprio come la vecchia pelle di un serpente dopo la muta giace a terra senza vita, questo corpo giace inerte dopo che l'Atman l'ha lasciato per diventare immortale - l'Atman che è il Prana, il Brahman, la Luce (4.4.7)
Un verso dice, 'Ho toccato ciò che è antico, sottile, e infinito: ho realizzato me stesso'.
In questo modo coloro che conoscono il Brahman si elevano alla dimora spirituale quando il corpo è caduto.(4.4.8)
Alcuni dicono che sia bianco, blu, grigio, verde o rosso. Questa via è accessibile al brahmana, cioè la persona che conosce il Brahman, e a coloro che hanno compiuto buone azioni e che si
identificano con la Luce suprema. (4.4.9)
Chi è attaccato ai rituali in sé entra nell'oscurità, e chi è attaccato all'erudizione in sé entra in un'oscurità ancora più profonda. (4.4.10)
Coloro che sono avvolti dall'ignoranza e mancano di saggezza finiscono nei mondi della sofferenza (4.4.11)
Chi conosce l'Atman e si identifica con l'Atman non avrà desideri e non conoscerà la sofferenza (4.4.12)
Chi ha realizzato l'Atman, chi conosce intimamente il Sé che abita in questo
luogo pericoloso e duro - il corpo materiale - crea l'universo, ed è il Sé di tutti. (4.4.13)
Già in questo stesso corpo è possibile conoscere il Brahman: chi non cerca questa realizzazione
rimane nell'ignoranza e va incontro alla propria rovina. Coloro che lo conoscono diventano immortali, gli altri ottengono soltanto sofferenza. (4.4.14)”
Brihadaranyaka Upanishad da “Le 108 Upanishad: (Seconda Edizione)” a cura di Parama Karuna Devia
“Prima ancora della ragione vi è il movimento vòlto all'interno che tende verso ciò che è proprio.”
- Plotino, Enneadi, III, 4.6
- Plotino, Enneadi, III, 4.6
“Il daimon svolge la sua funzione di «promemoria» in molti modi. Ci motiva. Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà. Si oppone alla ragionevolezza facile ai compromessi e spesso obbliga il suo padrone alla devianza e alla bizzarria, specialmente quando si sente trascurato o conuastato. Offre conforto e può attirarci nel suo guscio, ma non sopporta l'innocenza. Può far ammalare il corpo. E incapace di adattarsi al tempo, nel flusso della vita trova errori, salti e nodi - ed è lì che preferisce stare. Possiede affinità con il mito, giacché lui stesso è un essere del mito e pensa in forma mitica.
Il daimon è dotato di prescienza - non dei particolari, forse (il suicidio di Rommel e di Pollock, il titolo di first lady per Eleanor, il premio Nobel di Canetti), perché non ha il potere di manipolare gli eventi per conformarli all'immagine e adempiere la vocazione. La sua prescienza, dunque, non è perfetta ma limitata, riguarda piuttosto il senso generale della vita in cui si incarna. Inoltre, il daimon è immortale, nel senso che non ci lascia mai e non può essere liquidato dalle spiegazioni di noi mortali.
C'entra molto con i sentimenti di unicità, di grandezza, e con l'inquietudine del cuore, con la sua impazienza, la sua insoddisfazione, i suoi struggimenti. Ha bisogno della sua parte di bellezza. Vuole essere visto, ricevere testimonianza, riconoscimento, soprattutto dal suo padrone. È lento ad ancorarsi e svelto a volare. Poiché non può dimenticare la sua propria vocazione divina, si sente insieme esule sulla terra e partecipe dell'armonia del cosmo. Le immagini e le metafore sono la sua lingua madre, innata, la stessa che costituisce la base poetica della mente e rende possibile la comunicazione con tutti gli uomini e tutte le cose.”
- James Hillman, Il codice dell’anima.
Il daimon è dotato di prescienza - non dei particolari, forse (il suicidio di Rommel e di Pollock, il titolo di first lady per Eleanor, il premio Nobel di Canetti), perché non ha il potere di manipolare gli eventi per conformarli all'immagine e adempiere la vocazione. La sua prescienza, dunque, non è perfetta ma limitata, riguarda piuttosto il senso generale della vita in cui si incarna. Inoltre, il daimon è immortale, nel senso che non ci lascia mai e non può essere liquidato dalle spiegazioni di noi mortali.
C'entra molto con i sentimenti di unicità, di grandezza, e con l'inquietudine del cuore, con la sua impazienza, la sua insoddisfazione, i suoi struggimenti. Ha bisogno della sua parte di bellezza. Vuole essere visto, ricevere testimonianza, riconoscimento, soprattutto dal suo padrone. È lento ad ancorarsi e svelto a volare. Poiché non può dimenticare la sua propria vocazione divina, si sente insieme esule sulla terra e partecipe dell'armonia del cosmo. Le immagini e le metafore sono la sua lingua madre, innata, la stessa che costituisce la base poetica della mente e rende possibile la comunicazione con tutti gli uomini e tutte le cose.”
- James Hillman, Il codice dell’anima.
Il Tesoro dei Cantici di Tilopa
Omaggio al glorioso Essere Adamantino. Omaggio al Grande Sigillo, autocoscienza immutabile. Tutti i fattori dell’esistenza scaturiscono dalla sostanza del Grande Sigillo e lí si dissolvono. Essa non è qualcosa e non è neppure nulla, perché è al di là di qualsiasi determinazione.
Siccome non è conoscibile mentalmente, non ricercarne il significato. Tutti i fenomeni sono per loro natura falsi, perciò non sono da abbandonare né all’inizio né alla fine [del cammino spirituale]. Qualsiasi cosa la mente possa conoscere, qui non è considerato come il vero modo d’essere della realtà: la realtà autentica non è [fatta conoscere] dal Maestro né è [conosciuta] dal discepolo. Non concepire quello stato come cosciente e neppure come incosciente, piuttosto comprendi che esso è l’uno privo di molteplicità. Ma se ti aggrappi anche all’uno sarai legato proprio da quello. Io, Tilopa, non ho nulla da insegnare. Non me ne sto isolato, ma non sono senza isolamento. I miei occhi non sono aperti, ma neppure chiusi. La mia coscienza non è alterata, ma neppure incorretta. Renditi conto che lo stato naturale non è conoscibile mentalmente. Se comprendi che esperienze, ricordi e conoscenze sono qualcosa di falso rispetto alla realtà autentica indeterminabile, lascia che tutti questi fenomeni sorgano e si dissolvano Non c’è proprio nulla né da eliminare né da conquistare, né da ottenere né da rifuggire. Non rimanere nella foresta a praticare l’ascetismo.
La felicità non può essere trovata tramite le abluzioni e la purità rituale. Neppure il culto delle divinità ti farà ottenere la liberazione. Comprendi quel rilassamento in cui non si afferra né si abbandona alcunché. La meta è la consapevolezza della propria vera natura. Nell’istante in cui si consegue questa comprensione, non c’è piú alcuna via da seguire.
Le persone ordinarie che non capiscono ricercano la meta altrove. Felicità è trascendere speranza e timore. Quando si dissolve la propria identificazione mentale, cessa la visione dualistica. Senza pensare, immaginare, esaminare, giudicare, meditare, agire, sperare e temere, le fissazioni mentali si dissolvono spontaneamente.
È cosí che si consegue lo stato primordiale.
Traduzione di Giuseppe Baroetto
Omaggio al glorioso Essere Adamantino. Omaggio al Grande Sigillo, autocoscienza immutabile. Tutti i fattori dell’esistenza scaturiscono dalla sostanza del Grande Sigillo e lí si dissolvono. Essa non è qualcosa e non è neppure nulla, perché è al di là di qualsiasi determinazione.
Siccome non è conoscibile mentalmente, non ricercarne il significato. Tutti i fenomeni sono per loro natura falsi, perciò non sono da abbandonare né all’inizio né alla fine [del cammino spirituale]. Qualsiasi cosa la mente possa conoscere, qui non è considerato come il vero modo d’essere della realtà: la realtà autentica non è [fatta conoscere] dal Maestro né è [conosciuta] dal discepolo. Non concepire quello stato come cosciente e neppure come incosciente, piuttosto comprendi che esso è l’uno privo di molteplicità. Ma se ti aggrappi anche all’uno sarai legato proprio da quello. Io, Tilopa, non ho nulla da insegnare. Non me ne sto isolato, ma non sono senza isolamento. I miei occhi non sono aperti, ma neppure chiusi. La mia coscienza non è alterata, ma neppure incorretta. Renditi conto che lo stato naturale non è conoscibile mentalmente. Se comprendi che esperienze, ricordi e conoscenze sono qualcosa di falso rispetto alla realtà autentica indeterminabile, lascia che tutti questi fenomeni sorgano e si dissolvano Non c’è proprio nulla né da eliminare né da conquistare, né da ottenere né da rifuggire. Non rimanere nella foresta a praticare l’ascetismo.
La felicità non può essere trovata tramite le abluzioni e la purità rituale. Neppure il culto delle divinità ti farà ottenere la liberazione. Comprendi quel rilassamento in cui non si afferra né si abbandona alcunché. La meta è la consapevolezza della propria vera natura. Nell’istante in cui si consegue questa comprensione, non c’è piú alcuna via da seguire.
Le persone ordinarie che non capiscono ricercano la meta altrove. Felicità è trascendere speranza e timore. Quando si dissolve la propria identificazione mentale, cessa la visione dualistica. Senza pensare, immaginare, esaminare, giudicare, meditare, agire, sperare e temere, le fissazioni mentali si dissolvono spontaneamente.
È cosí che si consegue lo stato primordiale.
Traduzione di Giuseppe Baroetto
“Un tale amore non lo devi lasciar sfuggire mai.
Devi dargli tutto - corpo, cuore, ricchezza – devi farlo abitare dentro di te, e guardando nel suo viso devi bere la felicità dai suoi occhi, e farlo diventare come vuole, e sia segno di una tua fortuna impareggiabile.”
- Mirabai. Mistica indiana e devota a Krishna.
“La Padavali” a cura di G.G. Filippi.
Devi dargli tutto - corpo, cuore, ricchezza – devi farlo abitare dentro di te, e guardando nel suo viso devi bere la felicità dai suoi occhi, e farlo diventare come vuole, e sia segno di una tua fortuna impareggiabile.”
- Mirabai. Mistica indiana e devota a Krishna.
“La Padavali” a cura di G.G. Filippi.