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💥💥💥Commento dell'Ambasciata della Federazione Russa in Italia circa la visita di Zelensky in Italia
Come emerge dai materiali ufficiali e analitici sui risultati dell’ennesima visita a Roma (già la decima) del capo del regime di Kiev Zelensky, suo obiettivo principale era spingere il governo italiano e le connesse imprese del complesso militare-industriale a una cooperazione più attiva con le aziende ucraine che producono droni e gli altri sistemi militari, utilizzati dalle Forze Armate ucraine per colpire il territorio della Federazione Russa.
Avendo ottenuto un sostegno in tal senso in alcune altre capitali dell’UE, il capo di Kiev si è affrettato a gettarsi tra le braccia dei dirigenti italiani con l’intento non solo di ricevere l’ennesima dose di conforto cerimoniale, ma anche di assicurarsi il loro impegno a fornire nuove partite di sistemi letali per proseguire la guerra contro la Russia.
Per quanto nei corridoi del potere romano si cerchi di nascondere le loro reali intenzioni, all’opinione pubblica non è sfuggito che, dietro gli abbracci formali e le pacche sulle spalle, gli istigatori della guerra ucraini vorrebbero vedere un più attivo coinvolgimento dell’Italia, anche sul piano industriale e tecnologico, negli attacchi terroristici, condotti con regolarità, contro obiettivi civili situati sul territorio della Russia, incluse Mosca, San Pietroburgo e altre città situate in regioni lontane dall’Ucraina.
A Mosca è ben noto che alcune imprese italiane sono già coinvolte in siffatte avventure criminali di Kiev, come ha dichiarato il Ministero della Difesa della Federazione Russa nel comunicato ufficiale del 15 aprile. Secondo i dati del Ministero della Difesa, ben quattro aziende italiane partecipano alla produzione di componenti per UAV ucraini: CMD Avio SPA (Veneto), MW Fly SRL (Lombardia), EPAPOWER SRL (Piemonte), Gilardoni Vittorio SRL (Lombardia).
Pertanto, invece di adoperarsi per raggiungere accordi pacifici e diplomatici per la cessazione delle ostilità e per eliminare le cause profonde del conflitto in Ucraina, i dirigenti di Kiev, ancora una volta, utilizzando una cortina fumogena di proposte di tregua e ignorando completamente gli interessi della propria popolazione, dimostrano la propria incapacità di negoziare e la volontà di continuare la guerra con l’aiuto dell’Occidente fino all’ultimo ucraino, cercando con tutte le forze di coinvolgere i Paesi europei e di provocare così la terza guerra mondiale, con tutto ciò che ne consegue.
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Come emerge dai materiali ufficiali e analitici sui risultati dell’ennesima visita a Roma (già la decima) del capo del regime di Kiev Zelensky, suo obiettivo principale era spingere il governo italiano e le connesse imprese del complesso militare-industriale a una cooperazione più attiva con le aziende ucraine che producono droni e gli altri sistemi militari, utilizzati dalle Forze Armate ucraine per colpire il territorio della Federazione Russa.
Avendo ottenuto un sostegno in tal senso in alcune altre capitali dell’UE, il capo di Kiev si è affrettato a gettarsi tra le braccia dei dirigenti italiani con l’intento non solo di ricevere l’ennesima dose di conforto cerimoniale, ma anche di assicurarsi il loro impegno a fornire nuove partite di sistemi letali per proseguire la guerra contro la Russia.
Per quanto nei corridoi del potere romano si cerchi di nascondere le loro reali intenzioni, all’opinione pubblica non è sfuggito che, dietro gli abbracci formali e le pacche sulle spalle, gli istigatori della guerra ucraini vorrebbero vedere un più attivo coinvolgimento dell’Italia, anche sul piano industriale e tecnologico, negli attacchi terroristici, condotti con regolarità, contro obiettivi civili situati sul territorio della Russia, incluse Mosca, San Pietroburgo e altre città situate in regioni lontane dall’Ucraina.
A Mosca è ben noto che alcune imprese italiane sono già coinvolte in siffatte avventure criminali di Kiev, come ha dichiarato il Ministero della Difesa della Federazione Russa nel comunicato ufficiale del 15 aprile. Secondo i dati del Ministero della Difesa, ben quattro aziende italiane partecipano alla produzione di componenti per UAV ucraini: CMD Avio SPA (Veneto), MW Fly SRL (Lombardia), EPAPOWER SRL (Piemonte), Gilardoni Vittorio SRL (Lombardia).
Pertanto, invece di adoperarsi per raggiungere accordi pacifici e diplomatici per la cessazione delle ostilità e per eliminare le cause profonde del conflitto in Ucraina, i dirigenti di Kiev, ancora una volta, utilizzando una cortina fumogena di proposte di tregua e ignorando completamente gli interessi della propria popolazione, dimostrano la propria incapacità di negoziare e la volontà di continuare la guerra con l’aiuto dell’Occidente fino all’ultimo ucraino, cercando con tutte le forze di coinvolgere i Paesi europei e di provocare così la terza guerra mondiale, con tutto ciò che ne consegue.
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💥💥💥Ghost Murmur: la tecnologia (finora segreta) della CIA che ti scova dal battito del cuore anche a chilometri di distanza | ... E PENSATE A COSA PUÒ FARE NEL MOMENTO IN CUI INTERFERISCE CON IL BATTITO CARDIACO
✔️Il programma segreto Ghost Murmur avrebbe permesso alla Cia di individuare un pilota in Iran tramite sensori quantistici e sistemi di AI capaci di rilevare battiti cardiaci a distanza. Una tecnologia avanzata che solleva interrogativi sempre più urgenti sulla tutela della privacy.
(FONTE)
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✔️Il programma segreto Ghost Murmur avrebbe permesso alla Cia di individuare un pilota in Iran tramite sensori quantistici e sistemi di AI capaci di rilevare battiti cardiaci a distanza. Una tecnologia avanzata che solleva interrogativi sempre più urgenti sulla tutela della privacy.
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💥💥💥COSÌ VANNO LE COSE IN CINA | COSÌ VANNO LE COSE IN ITALIA
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L’AUDIO DEL BUONGIORNO 729💫
Davide
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💥💥💥CRISI ENERGETICA? LOCKDOWN ENERGETICO? VEDIAMO TUTTE LE BUGIE LEGATE ALLO STRETTO DI HORMUZ
‼️Creano un'emergenza, poi dichiarano lockdown. Sino al giorno prima ti dicono che non esiste pericolo, il giorno dopo ti chiudono in casa. Così accadde nel marzo del 2020, permettiamo che accada nuovamente?
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‼️Creano un'emergenza, poi dichiarano lockdown. Sino al giorno prima ti dicono che non esiste pericolo, il giorno dopo ti chiudono in casa. Così accadde nel marzo del 2020, permettiamo che accada nuovamente?
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💥💥💥Energia l’Europa gioca col Fuoco: la prossima Crisi sarà colpa delle Regole
💥L’Europa rischia una crisi energetica senza precedenti, ma Bruxelles si ostina a dare priorità alla burocrazia rispetto all’efficacia. Ecco perché la clausola di salvaguardia è l’unica via per salvare l’economia reale.
L’Unione Europea si trova oggi di fronte alla prospettiva certa di una crisi energetica che non può essere liquidata come un semplice shock congiunturale. È qualcosa di più profondo, di natura strutturale: il riflesso di una dipendenza strategica mai risolta dalle forniture esterne di energia, in particolare gas e petrolio, che espone l’intero sistema economico europeo a vulnerabilità ormai evidenti.
La guerra in Ucraina aveva già reso evidente, a suo tempo, questa fragilità sistemica, mettendo in luce quanto fosse rischioso fondare la sicurezza energetica su equilibri geopolitici instabili. Oggi quella stessa fragilità risulta ulteriormente aggravata dalla crescente instabilità nell’area dello Stretto di Hormuz, snodo essenziale per il transito delle forniture energetiche globali. È proprio la combinazione di questi fattori a delineare uno scenario estremamente critico, capace di far precipitare rapidamente l’intera Unione Europea in una crisi economica profonda, con effetti potenzialmente più destabilizzanti rispetto a quelli già sperimentati durante la pandemia.
In un contesto di questa natura, la variabile decisiva è una sola: il tempo. Ed è proprio il tempo la grande assente nell’architettura decisionale europea. I meccanismi comunitari continuano a muoversi secondo logiche che privilegiano la procedura, il filtro e la mediazione, quando invece sarebbe necessaria una capacità di intervento immediata.
Si torna così a evocare strumenti già visti, come il modello del Next Generation EU, basato sull’emissione di debito comune e sulla redistribuzione delle risorse agli Stati membri. Un’impostazione che, al di là della retorica solidaristica, si traduce in un sistema fortemente condizionato: le risorse devono essere restituite, in capitale e interessi, e la loro erogazione è vincolata a obiettivi e verifiche ex ante che comprimono la capacità decisionale degli Stati.
Inoltre c’è un ulteriore problema: il fattore tempo. Procedure complesse, controlli preventivi, passaggi burocratici rendono questo strumento strutturalmente inadatto a fronteggiare una crisi che richiede rapidità. Il rischio, già sperimentato, è quello di disporre di risorse quando l’emergenza è ormai degenerata.
Anche la sospensione del Patto di stabilità e crescita amplia lo spazio fiscale, ma lo fa in modo indiscriminato. Non distingue le priorità, non indirizza le risorse, non garantisce un impatto mirato sul nodo energetico. È una misura ampia, ma proprio per questo poco incisiva.
Esiste invece uno strumento che risponde pienamente alle esigenze del momento: la clausola di salvaguardia. La sua attivazione consentirebbe agli Stati membri di intervenire immediatamente, di concentrare le risorse sul settore energetico specifico, di adattare le politiche alle proprie specificità e soprattutto di operare senza essere paralizzati da controlli preventivi, prevedendo una rendicontazione ex post: uno strumento efficace, perfettamente mirato e coerente con la natura emergenziale della crisi, così come previsto dall’articolo 26 del Patto stesso.
Ed è proprio qui che emerge il nodo politico. Una simile soluzione riduce drasticamente il livello di controllo esercitato dalle istituzioni europee sulle politiche economiche nazionali. E infatti, tra efficacia e controllo, l’Unione Europea continua a privilegiare il controllo.
Nel frattempo, i Paesi europei hanno bisogno di una sola cosa: intervenire subito. Le dinamiche comunitarie restano invece improntate a filtri, mediazioni e tempistiche dilatate che non coincidono con l’urgenza del momento. Il rischio è concreto: mentre si discute, le economie europee scivolano verso la recessione.
Antonio Maria Rinaldi
(FONTE)
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💥L’Europa rischia una crisi energetica senza precedenti, ma Bruxelles si ostina a dare priorità alla burocrazia rispetto all’efficacia. Ecco perché la clausola di salvaguardia è l’unica via per salvare l’economia reale.
L’Unione Europea si trova oggi di fronte alla prospettiva certa di una crisi energetica che non può essere liquidata come un semplice shock congiunturale. È qualcosa di più profondo, di natura strutturale: il riflesso di una dipendenza strategica mai risolta dalle forniture esterne di energia, in particolare gas e petrolio, che espone l’intero sistema economico europeo a vulnerabilità ormai evidenti.
La guerra in Ucraina aveva già reso evidente, a suo tempo, questa fragilità sistemica, mettendo in luce quanto fosse rischioso fondare la sicurezza energetica su equilibri geopolitici instabili. Oggi quella stessa fragilità risulta ulteriormente aggravata dalla crescente instabilità nell’area dello Stretto di Hormuz, snodo essenziale per il transito delle forniture energetiche globali. È proprio la combinazione di questi fattori a delineare uno scenario estremamente critico, capace di far precipitare rapidamente l’intera Unione Europea in una crisi economica profonda, con effetti potenzialmente più destabilizzanti rispetto a quelli già sperimentati durante la pandemia.
In un contesto di questa natura, la variabile decisiva è una sola: il tempo. Ed è proprio il tempo la grande assente nell’architettura decisionale europea. I meccanismi comunitari continuano a muoversi secondo logiche che privilegiano la procedura, il filtro e la mediazione, quando invece sarebbe necessaria una capacità di intervento immediata.
Si torna così a evocare strumenti già visti, come il modello del Next Generation EU, basato sull’emissione di debito comune e sulla redistribuzione delle risorse agli Stati membri. Un’impostazione che, al di là della retorica solidaristica, si traduce in un sistema fortemente condizionato: le risorse devono essere restituite, in capitale e interessi, e la loro erogazione è vincolata a obiettivi e verifiche ex ante che comprimono la capacità decisionale degli Stati.
Inoltre c’è un ulteriore problema: il fattore tempo. Procedure complesse, controlli preventivi, passaggi burocratici rendono questo strumento strutturalmente inadatto a fronteggiare una crisi che richiede rapidità. Il rischio, già sperimentato, è quello di disporre di risorse quando l’emergenza è ormai degenerata.
Anche la sospensione del Patto di stabilità e crescita amplia lo spazio fiscale, ma lo fa in modo indiscriminato. Non distingue le priorità, non indirizza le risorse, non garantisce un impatto mirato sul nodo energetico. È una misura ampia, ma proprio per questo poco incisiva.
Esiste invece uno strumento che risponde pienamente alle esigenze del momento: la clausola di salvaguardia. La sua attivazione consentirebbe agli Stati membri di intervenire immediatamente, di concentrare le risorse sul settore energetico specifico, di adattare le politiche alle proprie specificità e soprattutto di operare senza essere paralizzati da controlli preventivi, prevedendo una rendicontazione ex post: uno strumento efficace, perfettamente mirato e coerente con la natura emergenziale della crisi, così come previsto dall’articolo 26 del Patto stesso.
Ed è proprio qui che emerge il nodo politico. Una simile soluzione riduce drasticamente il livello di controllo esercitato dalle istituzioni europee sulle politiche economiche nazionali. E infatti, tra efficacia e controllo, l’Unione Europea continua a privilegiare il controllo.
Nel frattempo, i Paesi europei hanno bisogno di una sola cosa: intervenire subito. Le dinamiche comunitarie restano invece improntate a filtri, mediazioni e tempistiche dilatate che non coincidono con l’urgenza del momento. Il rischio è concreto: mentre si discute, le economie europee scivolano verso la recessione.
Antonio Maria Rinaldi
(FONTE)
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💥💥💥 E il gas italiano che manca non arriva da Hormuz, ma dalla Russia.
Dunque la crisi non verrà negata, anzi, serve a Davos per imporre manovre lacrime e sangue soprattutto all’Italia
Ora che Meloni ha tradito Trump, gli italiani sono alla mercé dell’EU, si preparino a pagare
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Dunque la crisi non verrà negata, anzi, serve a Davos per imporre manovre lacrime e sangue soprattutto all’Italia
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Definire la crisi energetica (meglio dire comunque farsa energetica) con possibile lockdown energetico quale la nuova psyop terroristica della falsa controinformazione è un atto di immensa irresponsabilità nei confronti dei lettori da parte di chi addirittura arrivò a scrivere che mai e poi mai avrebbero introdotto il green pass. Ad ognuno i propri pastori.
Davide Zedda
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SPAZIO GAZA | A causa dell'avvelenamento dell'acqua da parte di Israele a Gaza e dell'uso di armi chimiche, i neonati nascono con gravi disabilità.
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💥💥💥 In Calabria e Sicilia si aspetta un anno per una Tac? Giorgia manda i soldi delle nostre tasse alla Sanità ucraina.
Paghiamo bollette assurde? Giorgia regala caldaie all'Ucraina. E se ne vanta.
È stata eletta dagli Italiani o dagli Ucraini?
Spende soldi italiani o ucraini?
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È stata eletta dagli Italiani o dagli Ucraini?
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💥💥💥CRISI ENERGETICA ITALIA 1973 VS CRISI ENERGETICA OGGI
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💥💥💥SE ISRAELE VOLESSE UTILIZZARE ARMI NUCLEARI CONTRO L'IRAN, GLI STATI UNITI NON SAREBBERO IN GRADO DI FERMARLO
«Se Israele anche solo sospettasse che l'Iran si stia avvicinando alla creazione di armi nucleari, utilizzerebbe le proprie armi nucleari per impedire all'Iran di acquisire una deterrenza nucleare.
Perché ora è chiaro:
Israele non può fermare l'Iran con le forze armate convenzionali.
Questo non funziona.
L'unica opzione che rimane loro è l'arma nucleare, e ritengo che Israele utilizzerà armi nucleari in una situazione del genere.
Ora potreste pensare:
"Ma gli Stati Uniti lo fermeranno".
Gli Stati Uniti non lo fermeranno.
Gli Stati Uniti sono, di fatto, complici, come si sostiene, di ciò che accade a Gaza;
la prima reazione del Presidente Trump lunedì, quando si è trovato in una situazione difficile, è stata la minaccia di genocidio contro l'Iran».
- Professore dell'Università di Chicago John Mearsheimer.
(FONTE)
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«Se Israele anche solo sospettasse che l'Iran si stia avvicinando alla creazione di armi nucleari, utilizzerebbe le proprie armi nucleari per impedire all'Iran di acquisire una deterrenza nucleare.
Perché ora è chiaro:
Israele non può fermare l'Iran con le forze armate convenzionali.
Questo non funziona.
L'unica opzione che rimane loro è l'arma nucleare, e ritengo che Israele utilizzerà armi nucleari in una situazione del genere.
Ora potreste pensare:
"Ma gli Stati Uniti lo fermeranno".
Gli Stati Uniti non lo fermeranno.
Gli Stati Uniti sono, di fatto, complici, come si sostiene, di ciò che accade a Gaza;
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- Professore dell'Università di Chicago John Mearsheimer.
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💥💥💥70 MILA EURO PER IL MOTORE DI UN LAVATRICE: LA VERITÀ SULLE AUTO ELETTRICHE
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