La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato durante una lunga e incalzante intervista condotta dall'imparziale Nicola Porro, su un canale di altrettanto provata imparzialità, che è giunto il momento di un Presidente della Repubblica che non sia di Sinistra perché anche questo tabù deve essere superato.
Ci sarebbero molte cose da dire su questa affermazione, ma mi limito a brevi note storiche.
Dei 12 presidenti della Repubblica, il solo che può essere definito di Sinistra è stato Sandro Pertini.
Fra gli altri, c'erano 3 che erano filo monarchici, De Nicola, Einaudi e Segni, i primi due è certo che votarono per la monarchia al referendum del 2 giugno 1946; De Nicola, Gronchi e Einaudi avevano votato anche la fiducia al primo governo Mussolini.
Posizioni molto conservatrici caratterizzarono le presidenze di Antonio Segni e di Giovanni Leone, quest'ultimo eletto, all'ultima votazione, con il contributo dei parlamentari dell'MSI.
Certamente non di Sinistra furono le presidenze di Oscar Luigi Scalfaro e di un super tecnico come Carlo Azeglio Ciampi.
Un caso a parte, ma non direi qualificabile come di "Sinistra", fu la presidenza di Francesco Cossiga, mentre la presidenza del socialdemocratico Saragat si poneva nell'ottica della spaccatura dei riformisti rispetto alla politica estera del PCI.
Il secondo mandato di Napolitano fu votato da praticamente tutto il Parlamento, compreso il Pdl che non lo aveva votato al primo mandato, così come il secondo Mattarella non fu votato solo da Fratelli d'Italia.
Alla luce di ciò è davvero difficile sostenere che in Italia ci siano stato solo presidenti di Sinistra.
Ma in realtà il messaggio di Giorgia Meloni sembra essere un altro: il prossimo presidente della Repubblica non deve condividere i valori della Costituzione, anzi deve esplicitare, al di là dell'adesione formale, una chiara opposizione a quella cultura e a quell'impianto istituzionale, di cui Meloni, del resto, con il premierato, vuole modificare la sostanza.
In questo senso Meloni qualifica come di Sinistra chiunque si riconosca nella intangibilità dei valori costituzionali e della democrazia parlamentare; due tratti, questi sì, che hanno caratterizzato buona parte dei 12 presidenti della Repubblica Italiana.
Per Meloni, superare il "tabù" della Presidenza della Repubblica nelle mani di un esponente della Destra vuol dire azzerare la storia democratica di questo paese e riproporre il metodo delle "leggi del 1925"; svuotare la Costituzione senza farla decadere.
Nel caso dello Statuto Albertino era decisamente più semplice per la sua natura flessibile, e per la complicità della monarchia, nel caso della Costituzione del 1948 servono dure spallate fatte a colpi di riforme strutturali.
Il primo presidente della Repubblica, proveniente dalla Destra che intende Meloni, sarebbe un uomo o una donna d'ordine, secondo lo schema più trito del Potere personale forte: una posizione che presenta un duplice paradosso.
Il primo. Meloni immagina un potere forte quando orami l'Italia è in mano ai poteri forti della grande finanza. Il secondo. Meloni ha paura che l'uomo forte sia un ex generale che le si è ribellato in una sorta di ammutinamento da film boccaccesco degli anni Settanta.
Siamo tra il Mussolini del 3 gennaio del 1925 e il generale Buttiglione.
Ci sarebbero molte cose da dire su questa affermazione, ma mi limito a brevi note storiche.
Dei 12 presidenti della Repubblica, il solo che può essere definito di Sinistra è stato Sandro Pertini.
Fra gli altri, c'erano 3 che erano filo monarchici, De Nicola, Einaudi e Segni, i primi due è certo che votarono per la monarchia al referendum del 2 giugno 1946; De Nicola, Gronchi e Einaudi avevano votato anche la fiducia al primo governo Mussolini.
Posizioni molto conservatrici caratterizzarono le presidenze di Antonio Segni e di Giovanni Leone, quest'ultimo eletto, all'ultima votazione, con il contributo dei parlamentari dell'MSI.
Certamente non di Sinistra furono le presidenze di Oscar Luigi Scalfaro e di un super tecnico come Carlo Azeglio Ciampi.
Un caso a parte, ma non direi qualificabile come di "Sinistra", fu la presidenza di Francesco Cossiga, mentre la presidenza del socialdemocratico Saragat si poneva nell'ottica della spaccatura dei riformisti rispetto alla politica estera del PCI.
Il secondo mandato di Napolitano fu votato da praticamente tutto il Parlamento, compreso il Pdl che non lo aveva votato al primo mandato, così come il secondo Mattarella non fu votato solo da Fratelli d'Italia.
Alla luce di ciò è davvero difficile sostenere che in Italia ci siano stato solo presidenti di Sinistra.
Ma in realtà il messaggio di Giorgia Meloni sembra essere un altro: il prossimo presidente della Repubblica non deve condividere i valori della Costituzione, anzi deve esplicitare, al di là dell'adesione formale, una chiara opposizione a quella cultura e a quell'impianto istituzionale, di cui Meloni, del resto, con il premierato, vuole modificare la sostanza.
In questo senso Meloni qualifica come di Sinistra chiunque si riconosca nella intangibilità dei valori costituzionali e della democrazia parlamentare; due tratti, questi sì, che hanno caratterizzato buona parte dei 12 presidenti della Repubblica Italiana.
Per Meloni, superare il "tabù" della Presidenza della Repubblica nelle mani di un esponente della Destra vuol dire azzerare la storia democratica di questo paese e riproporre il metodo delle "leggi del 1925"; svuotare la Costituzione senza farla decadere.
Nel caso dello Statuto Albertino era decisamente più semplice per la sua natura flessibile, e per la complicità della monarchia, nel caso della Costituzione del 1948 servono dure spallate fatte a colpi di riforme strutturali.
Il primo presidente della Repubblica, proveniente dalla Destra che intende Meloni, sarebbe un uomo o una donna d'ordine, secondo lo schema più trito del Potere personale forte: una posizione che presenta un duplice paradosso.
Il primo. Meloni immagina un potere forte quando orami l'Italia è in mano ai poteri forti della grande finanza. Il secondo. Meloni ha paura che l'uomo forte sia un ex generale che le si è ribellato in una sorta di ammutinamento da film boccaccesco degli anni Settanta.
Siamo tra il Mussolini del 3 gennaio del 1925 e il generale Buttiglione.
❤5⚡3🤡3👎1
Dei circa 200 miliardi di PNRR che alcuni sostenevano l'Italia avesse ottenuto "graduidamente", la quota effettivamente a fondo perduto è di 20 miliardi di euro. In 5 anni. Vale a dire 4 miliardi di euro l'anno (meno del contributo netto annuale dell'Italia al bilancio UE). Somme spese per cose che non ci servono in cambio di riforme che ci danneggiano. Un capolavoro.
👏7
Il Regolamento (UE) 2025/40 è stato approvato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea il 22 gennaio 2025, ed è entrato in vigore lo scorso 11 febbraio. La sua applicazione inizierà a partire dal 12 agosto 2026, al termine di un periodo transitorio di 18 mesi. Le disposizioni previste, tra cui il divieto di determinati imballaggi monouso e l'introduzione di obiettivi vincolanti di riutilizzo, avranno un impatto significativo sulle strategie produttive e distributive, in particolare nei settori alimentare e della ristorazione.
I deputati europei hanno stabilito obiettivi ambiziosi, mirando a ridurre l'uso della plastica del 10% entro il 2030, del 15% entro il 2035 e del 20% entro il 2040. Anche la vendita di borse di plastica leggera (con uno spessore inferiore a 15 micron) sarà proibita,
Il nuovo regolamento (denominato PPWR) impone anche standard minimi per l'uso di materiali riciclati nella plastica degli imballaggi, con obiettivi specifici entro il 2030 e il 2040. Rimanendo nell'ambito del riciclo, gli Stati membri dell'UE dovranno garantire che almeno il 90% dei materiali contenuti negli imballaggi, inclusi plastica, legno, metalli ferrosi, alluminio, vetro, carta e cartone, venga raccolto separatamente entro il 2029.
[ intanto abdul continuerà a cagare per strada, lavarsi nelle fontane, e chi non è regolare il pattume lo lascia in giro mica nel sacchetto col chip e ciop]
Anche il divieto degli imballaggi monouso è uno degli aspetti più discussi del nuovo regolamento. Questa misura avrà un impatto diretto sulla nostra vita quotidiana,bandendo di fatto gli imballaggi quali reti, sacchetti, vassoi e contenitori vari nella vendita di frutta e verdura.
Il nuovo regolamento europeo mira a promuovere il riutilizzo di imballaggi e contenitori. A partire dal 1° gennaio 2030, il 20% delle bevande confezionate in bottiglia o lattina dovranno essere vendute in contenitori riutilizzabili.
Entro il 31 dicembre 2027, le bevande sfuse consumate nei locali dovranno essere servite in bicchieri riutilizzabili, mentre entro 2 anni i consumatori avranno l'opportunità di riempire i propri contenitori o borracce con bevande sfuse.
I deputati europei hanno stabilito obiettivi ambiziosi, mirando a ridurre l'uso della plastica del 10% entro il 2030, del 15% entro il 2035 e del 20% entro il 2040. Anche la vendita di borse di plastica leggera (con uno spessore inferiore a 15 micron) sarà proibita,
Il nuovo regolamento (denominato PPWR) impone anche standard minimi per l'uso di materiali riciclati nella plastica degli imballaggi, con obiettivi specifici entro il 2030 e il 2040. Rimanendo nell'ambito del riciclo, gli Stati membri dell'UE dovranno garantire che almeno il 90% dei materiali contenuti negli imballaggi, inclusi plastica, legno, metalli ferrosi, alluminio, vetro, carta e cartone, venga raccolto separatamente entro il 2029.
[ intanto abdul continuerà a cagare per strada, lavarsi nelle fontane, e chi non è regolare il pattume lo lascia in giro mica nel sacchetto col chip e ciop]
Anche il divieto degli imballaggi monouso è uno degli aspetti più discussi del nuovo regolamento. Questa misura avrà un impatto diretto sulla nostra vita quotidiana,bandendo di fatto gli imballaggi quali reti, sacchetti, vassoi e contenitori vari nella vendita di frutta e verdura.
Il nuovo regolamento europeo mira a promuovere il riutilizzo di imballaggi e contenitori. A partire dal 1° gennaio 2030, il 20% delle bevande confezionate in bottiglia o lattina dovranno essere vendute in contenitori riutilizzabili.
Entro il 31 dicembre 2027, le bevande sfuse consumate nei locali dovranno essere servite in bicchieri riutilizzabili, mentre entro 2 anni i consumatori avranno l'opportunità di riempire i propri contenitori o borracce con bevande sfuse.
“Scuola ebraica e poi Idf”. Il filantropo re dell’azzardo imbarazza il Campidoglio
Il regalo del comune e i piani del finanziere israeliano
La concessione del monumentale ex Convento di Sant’Ambrogio alla Comunità ebraica, che vuole farne la nuova sede del liceo scientifico parificato Renzo Levi, mette in crescente imbarazzo il Campidoglio.
L’assessore al Patrimonio Tobia Zevi, regista dell’operazione con il sindaco Roberto Gualtieri, si nasconde dietro l’ufficio stampa.
L’ufficio stampa tace.
Viene fuori infatti che l’imprenditore israeliano Uri Poliavich, principale finanziatore del progetto attraverso la Yael Foundation intitolata a sua moglie, concepisce l’istruzione come un ponte per portare i giovani nelle forze armate di Tel Aviv:
“Se vogliamo cambiare dobbiamo partire dai vostri figli: bisogna iniziare dall’asilo e accompagnarli fino al punto in cui, alla fine delle scuole superiori, scelgano di andare in Israele, scelgano di far parte di Tsahal (acronimo che sta per Forze di Difesa di Israele in ebraico, ndr) e diventino parte integrante della comunità israeliana”, diceva il magnate del gioco d’azzardo in un video promozionale, diffuso da un’emittente vicina al governo israeliano come i24News, per celebrare l’incontro mondiale della Fondazione – Yael Award and Excellence – tenuto ai primi di febbraio a Vienna.
Si attende a giorni la pronuncia del Tar del Lazio sulla corsia preferenziale assicurata dal Campidoglio alla Comunità ebraica con la delibera del 29 gennaio 2025: le associazioni ricorrenti lamentano la scarsa istruttoria che non documentava neppure l’esigenza di un liceo scientifico nel quartiere ebraico, né la congruità dei lavori di ristrutturazione per 8,5 milioni di euro promessi dal presidente della Comunità Victor Fadlun sulla base di finanziamenti delle Fondazioni Lauder e appunto Yael, in cambio di una concessione per 30 anni, più altri 20 senza bando pubblico e senza canone, per un immobile che fino al 2017 ospitava lo spazio autogestito ex Rialto e produzioni artistiche e musicali di qualità. Il Fatto, sulla base di un’inchiesta del consorzio giornalistico Investigate Europe, ha già rivelato la discutibile provenienza delle fortune di Poliavich: con la Soft2Bet e altre società, benché assicuri di operare secondo le regole, controlla direttamente o indirettamente decine di siti di giochi e scommesse, molti dei quali privi di licenza in Italia e in altri Paesi Ue e anzi inseriti nelle varie “liste nere”.
Ora viene fuori questo discorso programmatico, per quanto grossolano. Se identità e cultura ebraica sono materia complessa, discussa da secoli e non riconducibile al sionismo nelle sue varie declinazioni, Poliavich non va per il sottile.
Proprio mentre Israele è accusato di genocidio a Gaza, colonizza la Cisgiordania, mette le tende in Libano e si prepara a chissà quali altri conflitti.
Poi, certo, Poliavich ci mette i soldi, come li mette in decine di scuole ebraiche in mezza Europa, per le quali ha raddoppiato gli sforzi, ma non sarà lui a gestire il liceo romano.
E ovviamente solo qualcuno si arruolerà nell’Idf, specie da Roma.
Ma già migliaia di militari israeliani hanno la doppia nazionalità perché i giovani non bastano: come ha scritto il Fatto, oltre 900 hanno anche quella italiana e di questi più di 800 hanno partecipato all’offensiva che insanguina la Striscia di Gaza a partire dai feroci attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Tra i partecipanti all’evento Yael di Vienna, ripresi nel video, ci sono educatori e rappresentanti di istituzioni ebraiche di mezza Europa tra cui anche Fadlun.
Mancava invece, a Vienna, l’assessore Zevi, premiato nel 2025 al precedente incontro mondiale della Yael Foundation poco dopo la delibera di concessione.
Dal Campidoglio silenzio assoluto, come dalla Comunità.
Aspettano il Tar, come se il problema fosse tutto lì. Come se i rapporti tra Roma Capitale e Israele non avessero scavato un solco nella sinistra e nella città.
Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2026
Il regalo del comune e i piani del finanziere israeliano
La concessione del monumentale ex Convento di Sant’Ambrogio alla Comunità ebraica, che vuole farne la nuova sede del liceo scientifico parificato Renzo Levi, mette in crescente imbarazzo il Campidoglio.
L’assessore al Patrimonio Tobia Zevi, regista dell’operazione con il sindaco Roberto Gualtieri, si nasconde dietro l’ufficio stampa.
L’ufficio stampa tace.
Viene fuori infatti che l’imprenditore israeliano Uri Poliavich, principale finanziatore del progetto attraverso la Yael Foundation intitolata a sua moglie, concepisce l’istruzione come un ponte per portare i giovani nelle forze armate di Tel Aviv:
“Se vogliamo cambiare dobbiamo partire dai vostri figli: bisogna iniziare dall’asilo e accompagnarli fino al punto in cui, alla fine delle scuole superiori, scelgano di andare in Israele, scelgano di far parte di Tsahal (acronimo che sta per Forze di Difesa di Israele in ebraico, ndr) e diventino parte integrante della comunità israeliana”, diceva il magnate del gioco d’azzardo in un video promozionale, diffuso da un’emittente vicina al governo israeliano come i24News, per celebrare l’incontro mondiale della Fondazione – Yael Award and Excellence – tenuto ai primi di febbraio a Vienna.
Si attende a giorni la pronuncia del Tar del Lazio sulla corsia preferenziale assicurata dal Campidoglio alla Comunità ebraica con la delibera del 29 gennaio 2025: le associazioni ricorrenti lamentano la scarsa istruttoria che non documentava neppure l’esigenza di un liceo scientifico nel quartiere ebraico, né la congruità dei lavori di ristrutturazione per 8,5 milioni di euro promessi dal presidente della Comunità Victor Fadlun sulla base di finanziamenti delle Fondazioni Lauder e appunto Yael, in cambio di una concessione per 30 anni, più altri 20 senza bando pubblico e senza canone, per un immobile che fino al 2017 ospitava lo spazio autogestito ex Rialto e produzioni artistiche e musicali di qualità. Il Fatto, sulla base di un’inchiesta del consorzio giornalistico Investigate Europe, ha già rivelato la discutibile provenienza delle fortune di Poliavich: con la Soft2Bet e altre società, benché assicuri di operare secondo le regole, controlla direttamente o indirettamente decine di siti di giochi e scommesse, molti dei quali privi di licenza in Italia e in altri Paesi Ue e anzi inseriti nelle varie “liste nere”.
Ora viene fuori questo discorso programmatico, per quanto grossolano. Se identità e cultura ebraica sono materia complessa, discussa da secoli e non riconducibile al sionismo nelle sue varie declinazioni, Poliavich non va per il sottile.
Proprio mentre Israele è accusato di genocidio a Gaza, colonizza la Cisgiordania, mette le tende in Libano e si prepara a chissà quali altri conflitti.
Poi, certo, Poliavich ci mette i soldi, come li mette in decine di scuole ebraiche in mezza Europa, per le quali ha raddoppiato gli sforzi, ma non sarà lui a gestire il liceo romano.
E ovviamente solo qualcuno si arruolerà nell’Idf, specie da Roma.
Ma già migliaia di militari israeliani hanno la doppia nazionalità perché i giovani non bastano: come ha scritto il Fatto, oltre 900 hanno anche quella italiana e di questi più di 800 hanno partecipato all’offensiva che insanguina la Striscia di Gaza a partire dai feroci attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Tra i partecipanti all’evento Yael di Vienna, ripresi nel video, ci sono educatori e rappresentanti di istituzioni ebraiche di mezza Europa tra cui anche Fadlun.
Mancava invece, a Vienna, l’assessore Zevi, premiato nel 2025 al precedente incontro mondiale della Yael Foundation poco dopo la delibera di concessione.
Dal Campidoglio silenzio assoluto, come dalla Comunità.
Aspettano il Tar, come se il problema fosse tutto lì. Come se i rapporti tra Roma Capitale e Israele non avessero scavato un solco nella sinistra e nella città.
Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2026
💩9⚡4❤2🤬1
Monaco - Esplosione nel Principato: cos'è il "Battaglione Monaco", questa lista di oligarchi profughi ucraini dove si trova la vittima Vadim Ermaloev? https://www.nicematin.com/faits-divers/explosion-a-monaco/explosion-a-monaco-c-est-quoi-le-bataillon-monaco-cette-liste-d-oligarques-ukrainiens-refugies-ou-figure-la-victime-vadim-ermaloev-10687279
Gaza è un cumulo di macerie e fogne a cielo aperto, manca qualsiasi servizio essenziale, i topi sono una piaga, Un responsabile, tanti complici.
a Gaza "Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bimbi".
Altrettanto drammatica è la situazione in Cisgiordania nello Stato di Palestina, dove, ha spiegato ancora il Patriarca, "non vige la legge e, se c'è, non è fatta per i palestinesi. Ai coloni israeliani viene permesso tutto. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la terra, aggressioni, furti, insulti sono diventate scene quotidiane". E che si ripetono anche per il fatto di essere totalmente impunite: "Spesso chiamiamo l'esercito israeliano (Idf) affinchè intervenga per placare i coloni, ma quando arrivano sono già andati via, come se qualcuno li avesse avvisati per tempo, e cosi' l'Idf finisce per prendersela con noi".
Queste le parole del Cardinale Pizzaballa, dopo la sua visita a Gaza.
L'Italia è membro di questa oscenità nel 'Board of Peace', praticamente l'ente che amministra il genocidio. Israele viene ancora definito il presidio dei valori occidentali in Medio Oriente da buona parte dei giornalisti e opinionisti italiani. Complici e collaborazionisti, a 90 e sotto scacco.
a Gaza "Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bimbi".
Altrettanto drammatica è la situazione in Cisgiordania nello Stato di Palestina, dove, ha spiegato ancora il Patriarca, "non vige la legge e, se c'è, non è fatta per i palestinesi. Ai coloni israeliani viene permesso tutto. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la terra, aggressioni, furti, insulti sono diventate scene quotidiane". E che si ripetono anche per il fatto di essere totalmente impunite: "Spesso chiamiamo l'esercito israeliano (Idf) affinchè intervenga per placare i coloni, ma quando arrivano sono già andati via, come se qualcuno li avesse avvisati per tempo, e cosi' l'Idf finisce per prendersela con noi".
Queste le parole del Cardinale Pizzaballa, dopo la sua visita a Gaza.
L'Italia è membro di questa oscenità nel 'Board of Peace', praticamente l'ente che amministra il genocidio. Israele viene ancora definito il presidio dei valori occidentali in Medio Oriente da buona parte dei giornalisti e opinionisti italiani. Complici e collaborazionisti, a 90 e sotto scacco.
⚡4❤1🤬1
Libano, Medico International: "Bayer ha fornito il fosforo bianco e il glifosato con cui Israele ha attaccato Beirut"
L'associazione Medico International ha pubblicato un report riguardo alle violenze israeliane in Libano, accusando l'azienda tedesca Bayer di aver fornito a Tel Aviv il fosforo bianco e il glifosato con cui ha attaccato il Paese dei Cedri.
Libano, Medico International: "Bayer ha fornito il fosforo bianco e il glifosato con cui Israele ha attaccato Beirut"
Un rapporto pubblicato da Medico International insieme alla rete tedesca Coordination gegen Bayer-Gefahren (CBG) ha acceso nuove polemiche sugli attacchi israeliani in Libano, sostenendo che il glifosato e parte del fosforo bianco impiegati dall'Idf potrebbero essere riconducibili a filiere produttive collegate al gruppo tedesco Bayer.
L’indagine, intitolata “Cartographies of Destruction: Israel’s War Against Lebanon”, non sostiene che Bayer abbia fornito direttamente materiali all’esercito israeliano, ma ricostruisce una possibile catena industriale che partirebbe da impianti produttivi legati alla multinazionale tedesca attraverso la controllata Monsanto, acquisita nel 2018.
Secondo Jan Pehrke, rappresentante di CBG, esisterebbero “forti indizi” che il fosforo utilizzato nel conflitto in Medio Oriente provenga dalla produzione di glifosato nello stabilimento di Soda Springs, negli Stati Uniti. Le organizzazioni coinvolte chiedono maggiore trasparenza sulle filiere industriali e una verifica indipendente sull’origine delle sostanze impiegate.
Uno degli aspetti più contestati riguarda l'utilizzo del glifosato in aree agricole del Libano meridionale. Secondo il Ministero dell’Agricoltura libanese, campioni di terreno raccolti dopo alcuni episodi di irrorazione avrebbero mostrato concentrazioni del composto comprese tra 20 e 30 volte superiori ai livelli normalmente registrati. Beirut ha definito l’episodio un possibile crimine ambientale e ha presentato segnalazioni alle Nazioni Unite.
Parallelamente continua il dibattito sull’impiego del fosforo bianco. Human Rights Watch ha dichiarato di aver verificato l’utilizzo di munizioni al fosforo bianco da parte dell’esercito israeliano in aree residenziali del Libano meridionale, definendolo incompatibile con gli obblighi di protezione dei civili previsti dal diritto internazionale umanitario.
Bayer, durante la propria assemblea degli azionisti nell’aprile 2026, ha respinto l’ipotesi di aver fornito direttamente glifosato alle forze armate israeliane o statunitensi. Tuttavia, secondo le Ong che hanno promosso il rapporto, restano aperte domande sulla provenienza delle materie prime utilizzate nella produzione di alcune sostanze impiegate nei teatri di guerra.
Fonte: https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/797758/libano-israele-bayer-fosforo-bianco-glifosato.html
L'associazione Medico International ha pubblicato un report riguardo alle violenze israeliane in Libano, accusando l'azienda tedesca Bayer di aver fornito a Tel Aviv il fosforo bianco e il glifosato con cui ha attaccato il Paese dei Cedri.
Libano, Medico International: "Bayer ha fornito il fosforo bianco e il glifosato con cui Israele ha attaccato Beirut"
Un rapporto pubblicato da Medico International insieme alla rete tedesca Coordination gegen Bayer-Gefahren (CBG) ha acceso nuove polemiche sugli attacchi israeliani in Libano, sostenendo che il glifosato e parte del fosforo bianco impiegati dall'Idf potrebbero essere riconducibili a filiere produttive collegate al gruppo tedesco Bayer.
L’indagine, intitolata “Cartographies of Destruction: Israel’s War Against Lebanon”, non sostiene che Bayer abbia fornito direttamente materiali all’esercito israeliano, ma ricostruisce una possibile catena industriale che partirebbe da impianti produttivi legati alla multinazionale tedesca attraverso la controllata Monsanto, acquisita nel 2018.
Secondo Jan Pehrke, rappresentante di CBG, esisterebbero “forti indizi” che il fosforo utilizzato nel conflitto in Medio Oriente provenga dalla produzione di glifosato nello stabilimento di Soda Springs, negli Stati Uniti. Le organizzazioni coinvolte chiedono maggiore trasparenza sulle filiere industriali e una verifica indipendente sull’origine delle sostanze impiegate.
Uno degli aspetti più contestati riguarda l'utilizzo del glifosato in aree agricole del Libano meridionale. Secondo il Ministero dell’Agricoltura libanese, campioni di terreno raccolti dopo alcuni episodi di irrorazione avrebbero mostrato concentrazioni del composto comprese tra 20 e 30 volte superiori ai livelli normalmente registrati. Beirut ha definito l’episodio un possibile crimine ambientale e ha presentato segnalazioni alle Nazioni Unite.
Parallelamente continua il dibattito sull’impiego del fosforo bianco. Human Rights Watch ha dichiarato di aver verificato l’utilizzo di munizioni al fosforo bianco da parte dell’esercito israeliano in aree residenziali del Libano meridionale, definendolo incompatibile con gli obblighi di protezione dei civili previsti dal diritto internazionale umanitario.
Bayer, durante la propria assemblea degli azionisti nell’aprile 2026, ha respinto l’ipotesi di aver fornito direttamente glifosato alle forze armate israeliane o statunitensi. Tuttavia, secondo le Ong che hanno promosso il rapporto, restano aperte domande sulla provenienza delle materie prime utilizzate nella produzione di alcune sostanze impiegate nei teatri di guerra.
Fonte: https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/797758/libano-israele-bayer-fosforo-bianco-glifosato.html
Il Giornale d'Italia
Libano, Medico International: "Bayer ha fornito il fosforo bianco e il glifosato con cui Israele ha attaccato Beirut"
Un rapporto di Medico International e CBG chiede verifiche sulle filiere industriali di glifosato e fosforo bianco impiegati nel conflitto in Libano
🤬4💩3😢1
Un enorme data center della Georgia ha prosciugato quasi 30 milioni di galloni d'acqua, scatenando indignazione tra i residenti locali che hanno chiesto di conservare acqua durante una siccità.
Gli abitanti di Fayetteville, Georgia, hanno notato per la prima volta che qualcosa non andava quando la pressione dell'acqua di casa è misteriosamente precipitata. Una successiva indagine di utility della contea ha rivelato che un enorme campus data center di proprietà di Quality Technology Services (QTS) aveva due connessioni idriche senza misura.
Una connessione era completamente sconosciuta all'utilità, l'altra era scollegata al conto della società. In totale, l'impianto ha consumato oltre 29 milioni di galloni di acqua non contabile, equivalenti a 44 piscine olimpiche, durante un periodo di costruzione e preparazione del cantiere, superando di gran lunga i limiti concordati.
Mentre la QTS ha da allora pagato la bolletta retroattiva di 147.474 dollari e ha dato la colpa alla supervisione di una transizione agli smart meter, la rabbia locale continua a bollire.
La rivelazione è emersa proprio quando i funzionari della contea hanno esortato i residenti a ridurre il proprio utilizzo di acqua a causa delle condizioni di siccità in tutto lo stato. Nonostante l'enorme sorteggio non autorizzato, i funzionari locali hanno rifiutato di multare il data center, definendoli un partner vitale.
Questa clemenza ha galvanizzato le opposizioni della comunità, spingendo il Consiglio comunale di Fayetteville a vietare gli sviluppi dei nuovi data center e alimentando un dibattito politico più ampio sulle massicce richieste di risorse dell'industria tecnologica.
fonte: Skibell, A. (2026)
Gli abitanti di Fayetteville, Georgia, hanno notato per la prima volta che qualcosa non andava quando la pressione dell'acqua di casa è misteriosamente precipitata. Una successiva indagine di utility della contea ha rivelato che un enorme campus data center di proprietà di Quality Technology Services (QTS) aveva due connessioni idriche senza misura.
Una connessione era completamente sconosciuta all'utilità, l'altra era scollegata al conto della società. In totale, l'impianto ha consumato oltre 29 milioni di galloni di acqua non contabile, equivalenti a 44 piscine olimpiche, durante un periodo di costruzione e preparazione del cantiere, superando di gran lunga i limiti concordati.
Mentre la QTS ha da allora pagato la bolletta retroattiva di 147.474 dollari e ha dato la colpa alla supervisione di una transizione agli smart meter, la rabbia locale continua a bollire.
La rivelazione è emersa proprio quando i funzionari della contea hanno esortato i residenti a ridurre il proprio utilizzo di acqua a causa delle condizioni di siccità in tutto lo stato. Nonostante l'enorme sorteggio non autorizzato, i funzionari locali hanno rifiutato di multare il data center, definendoli un partner vitale.
Questa clemenza ha galvanizzato le opposizioni della comunità, spingendo il Consiglio comunale di Fayetteville a vietare gli sviluppi dei nuovi data center e alimentando un dibattito politico più ampio sulle massicce richieste di risorse dell'industria tecnologica.
fonte: Skibell, A. (2026)
💩9🤬5
Il British Museum ha mentito.
È questa la conclusione a cui arriva un'inchiesta esclusiva di Middle East Eye, secondo cui il museo londinese avrebbe modificato diverse descrizioni delle proprie collezioni archeologiche in seguito alle pressioni di gruppi filo-israeliani, per poi fornire spiegazioni pubbliche rivelatesi, secondo i documenti ottenuti dal giornale, non corrispondenti ai fatti.
Al centro della vicenda c'è la progressiva rimozione dei termini "Palestina" e “palestinese" da pannelli e didascalie dedicate a reperti risalenti anche a oltre 2.000 anni fa.
Per giustificare queste modifiche, nel febbraio 2026 il British Museum aveva dichiarato che la decisione faceva parte di un normale aggiornamento curatoriale e che test sul pubblico avevano mostrato come il termine "Palestina" “non aveva più alcun significato per i visitatori”.
Documenti interni ottenuti da da Middle East Eye raccontano una storia diversa. Le email analizzate dal giornale mostrano che nessun test sul pubblico relativo al termine "Palestina" è mai stato effettuato.
Secondo l'inchiesta, le modifiche sarebbero invece arrivate dopo mesi di pressioni esercitate tra ottobre e dicembre 2024 da organizzazioni e personalità apertamente schierate a sostegno di Israele, tra cui il Board of Deputies of British Jews.
Le comunicazioni interne descrivono un clima di forte urgenza, con funzionari invitati a essere "estremamente consapevoli" della sensibilità legata all'anniversario del 7 ottobre.
In uno degli episodi documentati, una didascalia che faceva riferimento a sovrani di “discendenza palestinese" è stata modificata in "origine cananea" in meno di cinque ore dopo una segnalazione del Board of Deputies.
In altri casi sarebbero stati eliminati riferimenti all'"occupazione israelita”.
Il British Museum respinge le accuse.
In una dichiarazione inviata a Middle East Eye, l'istituzione afferma che è "semplicemente falso" sostenere che il termine "Palestina" sia stato rimosso dalle esposizioni. Ma per il giornale il museo non ha risposto nel merito alle domande dettagliate poste dalla redazione sulle modifiche documentate dalle email interne.
È questa la conclusione a cui arriva un'inchiesta esclusiva di Middle East Eye, secondo cui il museo londinese avrebbe modificato diverse descrizioni delle proprie collezioni archeologiche in seguito alle pressioni di gruppi filo-israeliani, per poi fornire spiegazioni pubbliche rivelatesi, secondo i documenti ottenuti dal giornale, non corrispondenti ai fatti.
Al centro della vicenda c'è la progressiva rimozione dei termini "Palestina" e “palestinese" da pannelli e didascalie dedicate a reperti risalenti anche a oltre 2.000 anni fa.
Per giustificare queste modifiche, nel febbraio 2026 il British Museum aveva dichiarato che la decisione faceva parte di un normale aggiornamento curatoriale e che test sul pubblico avevano mostrato come il termine "Palestina" “non aveva più alcun significato per i visitatori”.
Documenti interni ottenuti da da Middle East Eye raccontano una storia diversa. Le email analizzate dal giornale mostrano che nessun test sul pubblico relativo al termine "Palestina" è mai stato effettuato.
Secondo l'inchiesta, le modifiche sarebbero invece arrivate dopo mesi di pressioni esercitate tra ottobre e dicembre 2024 da organizzazioni e personalità apertamente schierate a sostegno di Israele, tra cui il Board of Deputies of British Jews.
Le comunicazioni interne descrivono un clima di forte urgenza, con funzionari invitati a essere "estremamente consapevoli" della sensibilità legata all'anniversario del 7 ottobre.
In uno degli episodi documentati, una didascalia che faceva riferimento a sovrani di “discendenza palestinese" è stata modificata in "origine cananea" in meno di cinque ore dopo una segnalazione del Board of Deputies.
In altri casi sarebbero stati eliminati riferimenti all'"occupazione israelita”.
Il British Museum respinge le accuse.
In una dichiarazione inviata a Middle East Eye, l'istituzione afferma che è "semplicemente falso" sostenere che il termine "Palestina" sia stato rimosso dalle esposizioni. Ma per il giornale il museo non ha risposto nel merito alle domande dettagliate poste dalla redazione sulle modifiche documentate dalle email interne.
❤1