Molti continuano a ripetere, con una ingenuità sconcertante, che la Russia, con la sua potenza militare, avrebbe potuto schiacciare l’Ucraina in poche settimane.
È una lettura semplicistica che ignora completamente la natura profonda di questo conflitto.
Mosca non sta conducendo una guerra contro un paese di quaranta milioni di abitanti.
Sta affrontando, attraverso l’Ucraina, l’intero blocco atlantista, la NATO intera, i suoi servizi di intelligence, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica.
L’Ucraina è solo un teatro operativo, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.
In tali condizioni, l’idea di una vittoria rapida non ha alcun senso.
Sì, la Russia avrebbe potuto radere al suolo Kiev in pochi giorni.
Sì, avrebbe potuto distruggere le infrastrutture ucraine e ridurre lo Stato al nulla.
Ma una tale scelta avrebbe avuto un costo umano e politico considerevole: decine di migliaia di civili morti, una condanna internazionale unanime, una rottura con i suoi partner strategici e una perdita di influenza nel Sud globale.
Mosca ha quindi scelto una strategia più sottile, più lenta, ma anche molto più ambiziosa.
Combina pressione militare, guerra economica, battaglia diplomatica, influenza geopolitica e guerra informativa. L’obiettivo non è solo vincere militarmente, ma rimodellare duramente l’ordine mondiale.
Bisogna comprendere anche che l’Ucraina di oggi è uno dei territori più militarizzati e fortificati del mondo.
Miliardi di euro in armi occidentali, sistemi di difesa antiaerea sofisticati, linee difensive profonde, bunker sotterranei, sorveglianza satellitare permanente: persino l’esercito americano, con tutta la sua potenza, avanzerebbe con difficoltà in tali condizioni.
La Russia agisce quindi con prudenza, perché le regioni che rivendica come storicamente sue non devono essere ridotte in macerie.
Avanza lentamente, consolida ogni metro di terreno, organizza referendum, installa amministrazioni e prepara già il dopoguerra.
Questa scelta strategica assume tutto il suo senso se si ascoltano le analisi di Emmanuel Todd, storico e antropologo francese rispettato, che vede in questa guerra molto più di un conflitto territoriale.
Per Todd, si tratta di uno scontro civilizzazionale tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale, più sovrana, dell’ordine politico e sociale.
Sottolinea che l’Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, mostra segni di fragilità profonda: demografia invecchiata, crisi di fiducia, disindustrializzazione, perdita di riferimenti ideologici.
Todd insiste su un punto capitale: la Russia conduce questa guerra con solo il 3,3 % del suo prodotto interno lordo, uno sforzo colossale ma sostenibile, mentre i paesi della NATO, molto più ricchi, sono costretti a spendere somme gigantesche solo per mantenere l’equilibrio.
Questo dato, a prima vista tecnico, rivela un disequilibrio strategico profondo.
Come sottolinea Todd, se una nazione capace di sostenere una guerra globale con il 3,3 % del suo PIL può tenere testa all’intera NATO, allora significa che l’Occidente non è più quello che era.
Significa che l’egemonia occidentale poggia ormai su un’illusione: quella della sua propria potenza.
John Symers, analista americano spesso criticato per la sua lucidità, va ancora più lontano.
Ricorda che la NATO, gli Stati Uniti, l’Unione europea, il Giappone e la Corea del Sud riuniti rappresentano una quota schiacciante del PIL mondiale, ben superiore a quella della Russia.
Eppure, nonostante questo divario gigantesco, Mosca non solo resiste, ma progredisce.
Ciò dimostra che la potenza bruta non si misura solo in cifre economiche.
Risiede anche nella coesione nazionale, nella capacità di sopportare, nella volontà politica e nella profondità storica di un progetto.↩️
È una lettura semplicistica che ignora completamente la natura profonda di questo conflitto.
Mosca non sta conducendo una guerra contro un paese di quaranta milioni di abitanti.
Sta affrontando, attraverso l’Ucraina, l’intero blocco atlantista, la NATO intera, i suoi servizi di intelligence, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica.
L’Ucraina è solo un teatro operativo, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.
In tali condizioni, l’idea di una vittoria rapida non ha alcun senso.
Sì, la Russia avrebbe potuto radere al suolo Kiev in pochi giorni.
Sì, avrebbe potuto distruggere le infrastrutture ucraine e ridurre lo Stato al nulla.
Ma una tale scelta avrebbe avuto un costo umano e politico considerevole: decine di migliaia di civili morti, una condanna internazionale unanime, una rottura con i suoi partner strategici e una perdita di influenza nel Sud globale.
Mosca ha quindi scelto una strategia più sottile, più lenta, ma anche molto più ambiziosa.
Combina pressione militare, guerra economica, battaglia diplomatica, influenza geopolitica e guerra informativa. L’obiettivo non è solo vincere militarmente, ma rimodellare duramente l’ordine mondiale.
Bisogna comprendere anche che l’Ucraina di oggi è uno dei territori più militarizzati e fortificati del mondo.
Miliardi di euro in armi occidentali, sistemi di difesa antiaerea sofisticati, linee difensive profonde, bunker sotterranei, sorveglianza satellitare permanente: persino l’esercito americano, con tutta la sua potenza, avanzerebbe con difficoltà in tali condizioni.
La Russia agisce quindi con prudenza, perché le regioni che rivendica come storicamente sue non devono essere ridotte in macerie.
Avanza lentamente, consolida ogni metro di terreno, organizza referendum, installa amministrazioni e prepara già il dopoguerra.
Questa scelta strategica assume tutto il suo senso se si ascoltano le analisi di Emmanuel Todd, storico e antropologo francese rispettato, che vede in questa guerra molto più di un conflitto territoriale.
Per Todd, si tratta di uno scontro civilizzazionale tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale, più sovrana, dell’ordine politico e sociale.
Sottolinea che l’Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, mostra segni di fragilità profonda: demografia invecchiata, crisi di fiducia, disindustrializzazione, perdita di riferimenti ideologici.
Todd insiste su un punto capitale: la Russia conduce questa guerra con solo il 3,3 % del suo prodotto interno lordo, uno sforzo colossale ma sostenibile, mentre i paesi della NATO, molto più ricchi, sono costretti a spendere somme gigantesche solo per mantenere l’equilibrio.
Questo dato, a prima vista tecnico, rivela un disequilibrio strategico profondo.
Come sottolinea Todd, se una nazione capace di sostenere una guerra globale con il 3,3 % del suo PIL può tenere testa all’intera NATO, allora significa che l’Occidente non è più quello che era.
Significa che l’egemonia occidentale poggia ormai su un’illusione: quella della sua propria potenza.
John Symers, analista americano spesso criticato per la sua lucidità, va ancora più lontano.
Ricorda che la NATO, gli Stati Uniti, l’Unione europea, il Giappone e la Corea del Sud riuniti rappresentano una quota schiacciante del PIL mondiale, ben superiore a quella della Russia.
Eppure, nonostante questo divario gigantesco, Mosca non solo resiste, ma progredisce.
Ciò dimostra che la potenza bruta non si misura solo in cifre economiche.
Risiede anche nella coesione nazionale, nella capacità di sopportare, nella volontà politica e nella profondità storica di un progetto.↩️
👍7❤6
↪️Symers parla di un «paradosso russo»: una nazione con risorse economiche più modeste che riesce a tenere testa, da sola, all’Occidente collettivo, perché la sua strategia si fonda sulla pazienza, la resilienza e la chiarezza dei suoi obiettivi.
È per questo che il fattore tempo è cruciale in questa guerra.
Più dura, più l’economia ucraina crolla, più l’Occidente si esaurisce nel fornire armi, più le società europee e americane si stancano di finanziare un conflitto che non ha più senso per i loro cittadini.
Ogni mese che passa rivela maggiormente le fratture interne del mondo occidentale e rafforza la posizione russa.
La lentezza della Russia non è quindi un segno di debolezza, ma una strategia di lunga portata.
Cerca non una vittoria brutale e spettacolare, ma una vittoria strutturale e duratura.
Vuole dimostrare, con i fatti, che l’ordine mondiale centrato sull’Occidente ha raggiunto il limite del suo fiato.
E in questo confronto storico, Mosca non combatte solo per l’Ucraina: combatte per ridefinire i rapporti di forza mondiali, per porre fine a secoli di egemonia unilaterale e per aprire la via a un mondo multipolare.
Così, chiedere perché la Russia non ha finito la guerra rapidamente equivale a porre la domanda sbagliata.
Non vuole finirla in fretta. Vuole vincerla in profondità...
Vuole che alla fine di questo conflitto non sia solo una bandiera a cambiare su un edificio, ma un’intera era a concludersi.
Perché ciò che si gioca oggi a Kiev, a Donetsk o a Kharkiv non è solo il destino di un paese, ma quello del mondo.
Yan Amar
https://x.com/LilianeR519950/status/2107930892828045797?s=20
È per questo che il fattore tempo è cruciale in questa guerra.
Più dura, più l’economia ucraina crolla, più l’Occidente si esaurisce nel fornire armi, più le società europee e americane si stancano di finanziare un conflitto che non ha più senso per i loro cittadini.
Ogni mese che passa rivela maggiormente le fratture interne del mondo occidentale e rafforza la posizione russa.
La lentezza della Russia non è quindi un segno di debolezza, ma una strategia di lunga portata.
Cerca non una vittoria brutale e spettacolare, ma una vittoria strutturale e duratura.
Vuole dimostrare, con i fatti, che l’ordine mondiale centrato sull’Occidente ha raggiunto il limite del suo fiato.
E in questo confronto storico, Mosca non combatte solo per l’Ucraina: combatte per ridefinire i rapporti di forza mondiali, per porre fine a secoli di egemonia unilaterale e per aprire la via a un mondo multipolare.
Così, chiedere perché la Russia non ha finito la guerra rapidamente equivale a porre la domanda sbagliata.
Non vuole finirla in fretta. Vuole vincerla in profondità...
Vuole che alla fine di questo conflitto non sia solo una bandiera a cambiare su un edificio, ma un’intera era a concludersi.
Perché ciò che si gioca oggi a Kiev, a Donetsk o a Kharkiv non è solo il destino di un paese, ma quello del mondo.
Yan Amar
https://x.com/LilianeR519950/status/2107930892828045797?s=20
X (formerly Twitter)
Liliane R (@LilianeR519950) on X
"Beaucoup continuent de répéter, avec une naïveté déconcertante, que la Russie, avec sa puissance militaire, aurait pu écraser l’Ukraine en quelques semaines.
C’est une lecture simpliste qui igno…
C’est une lecture simpliste qui igno…
👍8❤4
Ginevra Bompiani replica agli sfottò di Luca e Paolo: "Dovremmo essere grati alla Russia"
https://www.youtube.com/watch?v=RSC4SVKhK_M
https://www.youtube.com/watch?v=RSC4SVKhK_M
YouTube
Ginevra Bompiani replica agli sfottò di Luca e Paolo: "Dovremmo essere grati alla Russia"
Iscriviti al canale per rimanere sempre aggiornato con altri video come questo: 🔴 / @Tag24It
👏5❤1
Il tecno-utopismo è la credula convinzione che l'innovazione tecnologica creerà un paradiso in terra per tutta l'umanità. Nell'era dell'IA, questa nozione sta godendo di una sorta di rinascita.
Il tecno-utopismo è una visione del mondo infantile da mantenere nell'anno 2026, perché presuppone che viviamo in qualche tipo di cartone animato per bambini con inventori dai capelli selvaggi in laboratori foderati di provette e microscopi, che creano macchine nuove e utili le quali vengono poi o acquistate dai consumatori sul libero mercato o implementate dal governo per rendere il paese un posto più piacevole in cui vivere.
In realtà, viviamo sotto un impero che si estende per tutto il globo, gestito da plutocrati e agenzie governative segrete che manipolano l'intera società per garantire che tutti i risultati espandano la loro ricchezza e il loro potere. Non sono interessati a rendere il mondo un posto migliore. I più potenti tra loro non sono nemmeno semplicemente interessati ai soldi. Sono interessati a dominare il pianeta e a mantenere lo status quo politico che permette loro di governare.
La falla nella trama del tecno-utopismo è che le tecnologie non emergono nel vuoto: sono sempre controllate da qualcuno, e quei qualcuno finiscono sempre per essere le persone che controllano tutto il resto. Lo hanno fatto con internet, lo stanno facendo con l'IA e continueranno a farlo con qualsiasi altra cosa emerga, finché manterranno il potere.
Se mai emergesse qualcosa come l'energia libera, i gestori dell'impero la restringerebbero immediatamente e poi inizierebbero a lavorare per trasformarla in un'arma.
Se mai sviluppassimo impianti neurologici che permettessero ai nostri cervelli di interfacciarsi senza parole con le macchine, la CIA e la NSA avrebbero con assoluta certezza una porta sul retro in ognuno di essi operante all'interno dell'impero occidentale.
Qualsiasi cosa potesse porre fine alla povertà e alla mancanza verrebbe soppressa, perché il capitalismo non funziona senza scarsità e senza i "non haves". Una superintelligenza artificiale verrebbe usata esclusivamente per preservare e rafforzare lo status quo imperiale. I nanobot e l'antigravità verrebbero immediatamente armati dal Pentagono. L'estensione drammatica della durata della vita verrebbe prezzata in modo da essere accessibile solo a miliardari e trilionari.
E questo supponendo che il nostro sistema capitalista sia ancora in grado di produrre miglioramenti significativi alla vita umana, il che non sembra davvero essere il caso. Oggigiorno la maggior parte dell'"innovazione" assume la forma di inventare un'app progettata per estrarre lavoro dalla classe operaia in qualche nuova forma di sfruttamento, o queste nuove tecnologie IA che sappiamo tutti finiranno per essere usate per la sorveglianza domestica e per orribili armi di sterminio militare di massa. A parte questo, l'innovazione è in gran parte stagnante, perché si scopre che permettere solo le invenzioni che (A) generano profitto e (B) non minacciano le strutture di potere esistenti è un'incredibilmente limitante restrizione con cui zavorrarci.
Quindi non usciremo da questo pasticcio innovando. La soluzione tecnologica deus ex machina a tutti i nostri problemi non arriverà alla nostra porta mentre ci sediamo sui divani a scorrere Instagram. Se vogliamo sopravvivere alle barriere esistenziali che la nostra specie si sta avvicinando e iniziare a costruire un mondo sano, dovremo davvero cambiare ciò che siamo e come viviamo.
È questo che trovo così repellente nel tecno-utopismo: è un sistema di credenze basato sulla fede che scoraggia l'umanità dal cambiare. Non dobbiamo spingere verso la rivoluzione; i robot verranno a salvarci. Non dobbiamo cambiare il nostro comportamento collettivo e smettere di distruggere il nostro ecosistema; gli dèi dell'IA superintelligente cambieranno il mondo intorno a noi.
Il tecno-utopismo è una visione del mondo infantile da mantenere nell'anno 2026, perché presuppone che viviamo in qualche tipo di cartone animato per bambini con inventori dai capelli selvaggi in laboratori foderati di provette e microscopi, che creano macchine nuove e utili le quali vengono poi o acquistate dai consumatori sul libero mercato o implementate dal governo per rendere il paese un posto più piacevole in cui vivere.
In realtà, viviamo sotto un impero che si estende per tutto il globo, gestito da plutocrati e agenzie governative segrete che manipolano l'intera società per garantire che tutti i risultati espandano la loro ricchezza e il loro potere. Non sono interessati a rendere il mondo un posto migliore. I più potenti tra loro non sono nemmeno semplicemente interessati ai soldi. Sono interessati a dominare il pianeta e a mantenere lo status quo politico che permette loro di governare.
La falla nella trama del tecno-utopismo è che le tecnologie non emergono nel vuoto: sono sempre controllate da qualcuno, e quei qualcuno finiscono sempre per essere le persone che controllano tutto il resto. Lo hanno fatto con internet, lo stanno facendo con l'IA e continueranno a farlo con qualsiasi altra cosa emerga, finché manterranno il potere.
Se mai emergesse qualcosa come l'energia libera, i gestori dell'impero la restringerebbero immediatamente e poi inizierebbero a lavorare per trasformarla in un'arma.
Se mai sviluppassimo impianti neurologici che permettessero ai nostri cervelli di interfacciarsi senza parole con le macchine, la CIA e la NSA avrebbero con assoluta certezza una porta sul retro in ognuno di essi operante all'interno dell'impero occidentale.
Qualsiasi cosa potesse porre fine alla povertà e alla mancanza verrebbe soppressa, perché il capitalismo non funziona senza scarsità e senza i "non haves". Una superintelligenza artificiale verrebbe usata esclusivamente per preservare e rafforzare lo status quo imperiale. I nanobot e l'antigravità verrebbero immediatamente armati dal Pentagono. L'estensione drammatica della durata della vita verrebbe prezzata in modo da essere accessibile solo a miliardari e trilionari.
E questo supponendo che il nostro sistema capitalista sia ancora in grado di produrre miglioramenti significativi alla vita umana, il che non sembra davvero essere il caso. Oggigiorno la maggior parte dell'"innovazione" assume la forma di inventare un'app progettata per estrarre lavoro dalla classe operaia in qualche nuova forma di sfruttamento, o queste nuove tecnologie IA che sappiamo tutti finiranno per essere usate per la sorveglianza domestica e per orribili armi di sterminio militare di massa. A parte questo, l'innovazione è in gran parte stagnante, perché si scopre che permettere solo le invenzioni che (A) generano profitto e (B) non minacciano le strutture di potere esistenti è un'incredibilmente limitante restrizione con cui zavorrarci.
Quindi non usciremo da questo pasticcio innovando. La soluzione tecnologica deus ex machina a tutti i nostri problemi non arriverà alla nostra porta mentre ci sediamo sui divani a scorrere Instagram. Se vogliamo sopravvivere alle barriere esistenziali che la nostra specie si sta avvicinando e iniziare a costruire un mondo sano, dovremo davvero cambiare ciò che siamo e come viviamo.
È questo che trovo così repellente nel tecno-utopismo: è un sistema di credenze basato sulla fede che scoraggia l'umanità dal cambiare. Non dobbiamo spingere verso la rivoluzione; i robot verranno a salvarci. Non dobbiamo cambiare il nostro comportamento collettivo e smettere di distruggere il nostro ecosistema; gli dèi dell'IA superintelligente cambieranno il mondo intorno a noi.
X (formerly Twitter)
Caitlin Johnstone (@caitoz) on X
Techno-utopianism is the naive belief that technological innovation is going to create a paradise on earth for all of humanity. In the age of AI this notion has been enjoying a bit of a resurgence…
❤6👍3
Non dobbiamo adattarci come specie oltre questa goffa fase di transizione evolutiva e infrangere i legami dell'ego; tutto ciò che dobbiamo fare è aspettare passivamente che Gesù High Tech arrivi e ci rapisca tutti in paradiso.
Non succederà, ragazzi. Il messia metallico non sta arrivando. Se sopravviveremo come specie, sarà perché siamo cresciuti e abbiamo apportato i cambiamenti necessari ai nostri cuori e alle nostre menti per trascendere i nostri schemi autodistruttivi.
https://x.com/caitoz/status/2109259881090052211
Non succederà, ragazzi. Il messia metallico non sta arrivando. Se sopravviveremo come specie, sarà perché siamo cresciuti e abbiamo apportato i cambiamenti necessari ai nostri cuori e alle nostre menti per trascendere i nostri schemi autodistruttivi.
https://x.com/caitoz/status/2109259881090052211
X (formerly Twitter)
Caitlin Johnstone (@caitoz) on X
Techno-utopianism is the naive belief that technological innovation is going to create a paradise on earth for all of humanity. In the age of AI this notion has been enjoying a bit of a resurgence…
👍4❤3
Forwarded from RT Doc Italia
Media is too big
VIEW IN TELEGRAM
Angelina Melnikova ha condiviso le sue emozioni dopo la notizia del rifiuto del visto da parte dei Paesi Bassi. Ora la ginnasta non potrà partecipare al campionato mondiale.
L'atleta ha ricordato che la squadra russa si è qualificata per il torneo attraverso il campionato europeo e che esiste un pass ufficiale.
Oltre a lei, sono stati negati i visti anche a Victoria Listunova e Anna Kalmykova. La motivazione fornita è: “Uno o più stati membri dello spazio Schengen considerano le atlete una minaccia per le loro relazioni internazionali.”
Le competizioni di Rotterdam si svolgeranno dal 17 al 25 ottobre. Lì verranno assegnate le prime quote di squadra per le Olimpiadi del 2028.
💚 SEGUI🥰 RT Doc Italia
Canale Notizie e Documentari
Seguici anche su📹 Rutube
Seguici anche su📢 tiktok
Seguici anche su❌ Social X
Seguici anche su📺 📼 📼
Seguici anche su📷 📼 📼
Seguici anche su📱 📼 📼
Scopri tutte le prossime proiezioni di RT in Italia
L'atleta ha ricordato che la squadra russa si è qualificata per il torneo attraverso il campionato europeo e che esiste un pass ufficiale.
Oltre a lei, sono stati negati i visti anche a Victoria Listunova e Anna Kalmykova. La motivazione fornita è: “Uno o più stati membri dello spazio Schengen considerano le atlete una minaccia per le loro relazioni internazionali.”
Le competizioni di Rotterdam si svolgeranno dal 17 al 25 ottobre. Lì verranno assegnate le prime quote di squadra per le Olimpiadi del 2028.
Canale Notizie e Documentari
Seguici anche su
Seguici anche su
Seguici anche su
Scopri tutte le prossime proiezioni di RT in Italia
Please open Telegram to view this post
VIEW IN TELEGRAM
🤬16❤2🤡1
La democrazia non si misura dai comizi elettorali né dal fatto che i cittadini ebrei possano votare. Si misura da ciò che lo Stato consente di vedere, di dire e di documentare. Su questo criterio Israele fallisce sistematicamente, e il fallimento non è un incidente di percorso.
A Martina Stefanoni di Radio Popolare il visto era stato concesso, l’accreditamento del Government Press Office pure. Poi una mail: «le circostanze del suo caso sono cambiate». Nessuna spiegazione. Nessun ricorso utile. Il ministro dell’Interno decide, l’ambasciata non sa, o non vuole sapere. Non è un errore tecnico. È la pratica corrente di un sistema che seleziona i testimoni in base alla loro utilità o alla loro pericolosità narrativa.
Non è un caso isolato. A Serena Bilanceri, corrispondente della Taz, è stato negato il visto di lavoro perché ha scritto di apartheid e ha chiesto sanzioni. La legge lo consente esplicitamente: chi critica troppo non entra. A Secunder Kermani di Channel 4, all’aeroporto di Tel Aviv, hanno chiesto se riteneva che Israele stesse commettendo genocidio a Gaza. Prima il foglio di via, poi il ripensamento dopo pressioni diplomatiche. La democrazia che interroga i giornalisti sulle loro opinioni prima di farli entrare non è una democrazia. È un ufficio di propaganda con frontiere.
Da tre anni la stampa internazionale non può entrare a Gaza in modo indipendente. Solo visite scortate, itinerari scelti dall’esercito, nessun contatto libero con la popolazione civile. Quello non è giornalismo. È teatro di guerra organizzato. Intanto il censore militare israeliano ha richiesto migliaia di correzioni e soppressioni di articoli ogni anno. La classifica di Reporter senza frontiere colloca Israele intorno al 112-116° posto su 180: categoria «difficile», in calo costante. Non è la Norvegia. Non è nemmeno la media dei paesi democratici consolidati.
La formula «unica democrazia del Medio Oriente» funziona come scudo. Serve a chiudere la discussione prima che inizi. I vicini sono dittature o teocrazie, quindi ogni critica interna viene liquidata come antisemitismo o complicità con il terrorismo. Il risultato è uno stato che applica la legge ordinaria ai suoi cittadini ebrei e un regime di occupazione permanente, con leggi diverse, a milioni di palestinesi. Non è un dettaglio. È la struttura.
Chi controlla l’ingresso dei giornalisti controlla il racconto. Chi nega l’accesso indipendente a un territorio in cui si combatte decide quali immagini e quali numeri arriveranno al pubblico. Chi interroga un reporter su cosa pensa del genocidio prima di lasciarlo passare non sta difendendo la sicurezza. Sta filtrando il consenso. La democrazia che si spaccia per tale mentre pratica queste cose non è sotto assedio dall’esterno. È in via di dissoluzione dall’interno, e lo fa con metodo.
https://x.com/Pierfil99385506/status/2111470301917643118
A Martina Stefanoni di Radio Popolare il visto era stato concesso, l’accreditamento del Government Press Office pure. Poi una mail: «le circostanze del suo caso sono cambiate». Nessuna spiegazione. Nessun ricorso utile. Il ministro dell’Interno decide, l’ambasciata non sa, o non vuole sapere. Non è un errore tecnico. È la pratica corrente di un sistema che seleziona i testimoni in base alla loro utilità o alla loro pericolosità narrativa.
Non è un caso isolato. A Serena Bilanceri, corrispondente della Taz, è stato negato il visto di lavoro perché ha scritto di apartheid e ha chiesto sanzioni. La legge lo consente esplicitamente: chi critica troppo non entra. A Secunder Kermani di Channel 4, all’aeroporto di Tel Aviv, hanno chiesto se riteneva che Israele stesse commettendo genocidio a Gaza. Prima il foglio di via, poi il ripensamento dopo pressioni diplomatiche. La democrazia che interroga i giornalisti sulle loro opinioni prima di farli entrare non è una democrazia. È un ufficio di propaganda con frontiere.
Da tre anni la stampa internazionale non può entrare a Gaza in modo indipendente. Solo visite scortate, itinerari scelti dall’esercito, nessun contatto libero con la popolazione civile. Quello non è giornalismo. È teatro di guerra organizzato. Intanto il censore militare israeliano ha richiesto migliaia di correzioni e soppressioni di articoli ogni anno. La classifica di Reporter senza frontiere colloca Israele intorno al 112-116° posto su 180: categoria «difficile», in calo costante. Non è la Norvegia. Non è nemmeno la media dei paesi democratici consolidati.
La formula «unica democrazia del Medio Oriente» funziona come scudo. Serve a chiudere la discussione prima che inizi. I vicini sono dittature o teocrazie, quindi ogni critica interna viene liquidata come antisemitismo o complicità con il terrorismo. Il risultato è uno stato che applica la legge ordinaria ai suoi cittadini ebrei e un regime di occupazione permanente, con leggi diverse, a milioni di palestinesi. Non è un dettaglio. È la struttura.
Chi controlla l’ingresso dei giornalisti controlla il racconto. Chi nega l’accesso indipendente a un territorio in cui si combatte decide quali immagini e quali numeri arriveranno al pubblico. Chi interroga un reporter su cosa pensa del genocidio prima di lasciarlo passare non sta difendendo la sicurezza. Sta filtrando il consenso. La democrazia che si spaccia per tale mentre pratica queste cose non è sotto assedio dall’esterno. È in via di dissoluzione dall’interno, e lo fa con metodo.
https://x.com/Pierfil99385506/status/2111470301917643118
X (formerly Twitter)
Pierfilippo Fazio (@Pierfil99385506) on X
La democrazia non si misura dai comizi elettorali né dal fatto che i cittadini ebrei possano votare. Si misura da ciò che lo Stato consente di vedere, di dire e di documentare. Su questo criterio…
👍5❤1
Forwarded from InsideOver
Media is too big
VIEW IN TELEGRAM
“È morto finalmente”: le chat delle guardie israeliane sul pestaggio di un detenuto palestinese
“Dio volendo, quel figlio di mille puttane morirà”, scrive al compagno una guardia della prigione di Ketziot, nel Negev, nel novembre 2023.
Il quotidiano israeliano Haaretz pubblica i messaggi suoi e dei colleghi. “È morto finalmente. Ci eravamo stancati di picchiarlo”, scrive un altro.
Thaer Abu Asab, 38 anni, in carcere dal 2005 per tentato omicidio, chiede a un sergente se a Gaza c’è una tregua. Durante il conteggio serale le guardie entrano nella sua cella e picchiano lui e altri otto detenuti a pugni e calci. Abu Asab muore con le costole rotte e il cuore lacerato.
La procura incrimina dodici agenti per omicidio colposo.
Nella base militare di Sde Teiman cinque riservisti erano stati incriminati per le violenze, anche sessuali, su un detenuto palestinese. Il 12 marzo 2026 il procuratore militare ritira le accuse.
“Dio volendo, quel figlio di mille puttane morirà”, scrive al compagno una guardia della prigione di Ketziot, nel Negev, nel novembre 2023.
Il quotidiano israeliano Haaretz pubblica i messaggi suoi e dei colleghi. “È morto finalmente. Ci eravamo stancati di picchiarlo”, scrive un altro.
Thaer Abu Asab, 38 anni, in carcere dal 2005 per tentato omicidio, chiede a un sergente se a Gaza c’è una tregua. Durante il conteggio serale le guardie entrano nella sua cella e picchiano lui e altri otto detenuti a pugni e calci. Abu Asab muore con le costole rotte e il cuore lacerato.
La procura incrimina dodici agenti per omicidio colposo.
Nella base militare di Sde Teiman cinque riservisti erano stati incriminati per le violenze, anche sessuali, su un detenuto palestinese. Il 12 marzo 2026 il procuratore militare ritira le accuse.
🤬13
Forwarded from Andrea Zhok
ALLACCIATE LE CINTURE
Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia.
Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope. Mettersi a fare la predica sulle auto bruciate e le vetrine infrante, senza andare oltre, è solo l’indice di chi non ha ancora capito la serietà delle circostanze in cui ci troviamo.
Ciò cui assistiamo in Francia, ma in forme diverse oramai in molti paesi europei (Spagna, Portogallo, Albania, Belgio, e da ieri anche in Italia) è tutto meno che un evento irrazionale. Esistono infatti eventi storici che sono irrazionali soltanto per lo sguardo locale, ma possiedono una razionalità evidente quando li si guarda abbastanza dall’alto.
Razionale non significa indolore, e non significa privo di ingiustizie.
Bisogna esercitare lo sguardo a tenere fermi insieme due livelli di analisi: quello in cui si possono giudicare specifici atti e specifici soggetti come barbari, incivili, vandalici, e quello in cui si può (e si deve) capire che la storia è sempre un fiume in cui navigano detriti e cadaveri, ma che non si arresta con le prediche.
Ciò che sta avvenendo ha una razionalità collettiva ferrea, anche se chi vi partecipa ne ha spesso una comprensione limitata, o persino nulla.
L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione. La scommessa di questi ceti tecnocratici legati alla finanza è stata di riuscire ad addormentare le coscienze con l’odierno oppio dei popoli dei media (entertainment & infotainment), e di domare i refrattari con interventi restrittivi (una manganellata qua, una chiusura dei conti là, una leggina elettorale su, un annullamento di elezioni giù, ecc.).
L’assunto generale, tacito e indiscusso, delle dirigenze europee è che con la plebe non si ragiona ma, semplicemente, si alternano carota e bastone.
Tutto ciò che viene detto pubblicamente è sempre una menzogna strumentale, senza eccezioni salvo i casi incidentali in cui una verità possa essere a sua volta strumentalizzata. Il discorso pubblico è divenuto una infinita recita che si cura sempre meno di preservare una parvenza di credibilità.
Così, nessuno sano di mente pensa davvero che la Russia stia per invaderci, ma ciò non impedisce a schiere di quaquaraquà istituzionali di ripetere con la faccia seria queste puttanate ogni giorno. E naturalmente tutto il mondo sa che in questo gioco di fiabe pompate dai giornali a gettone il solo punto rilevante, il cardine stabile al variare delle contingenze, è l’intento di gestire arbitrariamente le risorse pubbliche, da veicolare per interessi privati.
In sostanza, da tempo, le classi dirigenti si sono abituate a trattare la popolazione come una bestia idiota, rispetto a cui ogni motivazione razionale è esclusa e che va trattata da un lato con blandizie selettive e privilegi mirati, e dall’altro con la riduzione all’impotenza.
Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia.
Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope. Mettersi a fare la predica sulle auto bruciate e le vetrine infrante, senza andare oltre, è solo l’indice di chi non ha ancora capito la serietà delle circostanze in cui ci troviamo.
Ciò cui assistiamo in Francia, ma in forme diverse oramai in molti paesi europei (Spagna, Portogallo, Albania, Belgio, e da ieri anche in Italia) è tutto meno che un evento irrazionale. Esistono infatti eventi storici che sono irrazionali soltanto per lo sguardo locale, ma possiedono una razionalità evidente quando li si guarda abbastanza dall’alto.
Razionale non significa indolore, e non significa privo di ingiustizie.
Bisogna esercitare lo sguardo a tenere fermi insieme due livelli di analisi: quello in cui si possono giudicare specifici atti e specifici soggetti come barbari, incivili, vandalici, e quello in cui si può (e si deve) capire che la storia è sempre un fiume in cui navigano detriti e cadaveri, ma che non si arresta con le prediche.
Ciò che sta avvenendo ha una razionalità collettiva ferrea, anche se chi vi partecipa ne ha spesso una comprensione limitata, o persino nulla.
L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione. La scommessa di questi ceti tecnocratici legati alla finanza è stata di riuscire ad addormentare le coscienze con l’odierno oppio dei popoli dei media (entertainment & infotainment), e di domare i refrattari con interventi restrittivi (una manganellata qua, una chiusura dei conti là, una leggina elettorale su, un annullamento di elezioni giù, ecc.).
L’assunto generale, tacito e indiscusso, delle dirigenze europee è che con la plebe non si ragiona ma, semplicemente, si alternano carota e bastone.
Tutto ciò che viene detto pubblicamente è sempre una menzogna strumentale, senza eccezioni salvo i casi incidentali in cui una verità possa essere a sua volta strumentalizzata. Il discorso pubblico è divenuto una infinita recita che si cura sempre meno di preservare una parvenza di credibilità.
Così, nessuno sano di mente pensa davvero che la Russia stia per invaderci, ma ciò non impedisce a schiere di quaquaraquà istituzionali di ripetere con la faccia seria queste puttanate ogni giorno. E naturalmente tutto il mondo sa che in questo gioco di fiabe pompate dai giornali a gettone il solo punto rilevante, il cardine stabile al variare delle contingenze, è l’intento di gestire arbitrariamente le risorse pubbliche, da veicolare per interessi privati.
In sostanza, da tempo, le classi dirigenti si sono abituate a trattare la popolazione come una bestia idiota, rispetto a cui ogni motivazione razionale è esclusa e che va trattata da un lato con blandizie selettive e privilegi mirati, e dall’altro con la riduzione all’impotenza.
👍4❤3👏1
Forwarded from Andrea Zhok
E questo meccanismo può funzionare e funziona a lungo.
Fino a quando non funziona più.
E non funziona più il giorno in cui troppe persone stanno perdendo troppo per potersi permettere di rimanere in stato di torpore.
Qui non bisogna pensare al “perdere troppo” come a cose tipo la “morte per inedia”.
In una società moderna la gente entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di “morire di fame”.
Oggi, per dire, non potersi permettere di utilizzare la macchina o l’accesso a internet per la maggioranza della popolazione significa essere tagliati fuori dal mondo, dal lavoro, dalla socialità, dalla vita. E il fatto che automobili e telefonini fossero un tempo beni di lusso non significa nulla: ora questo è il nuovo livello di “partecipazione alla vita comune”, ciò che distingue vita e non vita.
Plebi coltivate come bestie da soma cui somministrare occasionalmente panem et circenses, lavoretti di merda e imbonimento televisivo, il giorno in cui questo gioco si inceppa non sono e non saranno sensibili alle ragioni del decoro pubblico, del rispetto per la proprietà, dell’ossequio ai monumenti, ecc.
A bruciare automobili, edifici storici e negozi sono soggetti deprivati culturalmente e moralmente. Ma i colpevoli reali, quelli che dovrebbero essere chiamati a pagare, sono quei ceti apicali che quella deprivazione hanno coltivato e voluto, pensando gli fosse utile.
Oggi la pentola a pressione sta per saltare. Anche se questa ondata dovesse rientrare, questo è solo l’inizio, perché i ceti dirigenti europei non sono nella posizione, né materiale né culturale, per correggere la rotta. Dunque allacciate le cinture, perché andremo a sbattere.
Fino a quando non funziona più.
E non funziona più il giorno in cui troppe persone stanno perdendo troppo per potersi permettere di rimanere in stato di torpore.
Qui non bisogna pensare al “perdere troppo” come a cose tipo la “morte per inedia”.
In una società moderna la gente entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di “morire di fame”.
Oggi, per dire, non potersi permettere di utilizzare la macchina o l’accesso a internet per la maggioranza della popolazione significa essere tagliati fuori dal mondo, dal lavoro, dalla socialità, dalla vita. E il fatto che automobili e telefonini fossero un tempo beni di lusso non significa nulla: ora questo è il nuovo livello di “partecipazione alla vita comune”, ciò che distingue vita e non vita.
Plebi coltivate come bestie da soma cui somministrare occasionalmente panem et circenses, lavoretti di merda e imbonimento televisivo, il giorno in cui questo gioco si inceppa non sono e non saranno sensibili alle ragioni del decoro pubblico, del rispetto per la proprietà, dell’ossequio ai monumenti, ecc.
A bruciare automobili, edifici storici e negozi sono soggetti deprivati culturalmente e moralmente. Ma i colpevoli reali, quelli che dovrebbero essere chiamati a pagare, sono quei ceti apicali che quella deprivazione hanno coltivato e voluto, pensando gli fosse utile.
Oggi la pentola a pressione sta per saltare. Anche se questa ondata dovesse rientrare, questo è solo l’inizio, perché i ceti dirigenti europei non sono nella posizione, né materiale né culturale, per correggere la rotta. Dunque allacciate le cinture, perché andremo a sbattere.
👏5❤3🥰1
Forwarded from InsideOver
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki accusa il primo ministro Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo, di aver inventato un rapporto della CIA su un possibile attacco russo all’Europa. L’accusa arriva in un’intervista a un giornale polacco, ripresa dalla testata ucraina Strana.
Il 10 settembre Tusk aveva detto di aver ricevuto dal direttore della CIA “un rapporto piuttosto dettagliato” sui possibili eventi dei mesi successivi. “La Polonia e tutta l’Europa devono essere preparate a vari scenari non solo sul fronte russo-ucraino, ma anche sul fianco orientale dell’Unione Europea”, aveva dichiarato il premier.
Per Nawrocki, rivale politico di Tusk, quelle parole hanno messo il Paese in difficoltà con gli alleati: “Quando incontro i nostri partner in tutto il mondo, mi sento rivolgere la domanda diretta: sapete più di noi? Questa è una situazione molto pericolosa”.
https://it.insideover.com/politica/lallarme-inventato-della-cia-sulla-minaccia-russa-alleuropa.html
#tusk #poland #russia
Il 10 settembre Tusk aveva detto di aver ricevuto dal direttore della CIA “un rapporto piuttosto dettagliato” sui possibili eventi dei mesi successivi. “La Polonia e tutta l’Europa devono essere preparate a vari scenari non solo sul fronte russo-ucraino, ma anche sul fianco orientale dell’Unione Europea”, aveva dichiarato il premier.
Per Nawrocki, rivale politico di Tusk, quelle parole hanno messo il Paese in difficoltà con gli alleati: “Quando incontro i nostri partner in tutto il mondo, mi sento rivolgere la domanda diretta: sapete più di noi? Questa è una situazione molto pericolosa”.
https://it.insideover.com/politica/lallarme-inventato-della-cia-sulla-minaccia-russa-alleuropa.html
#tusk #poland #russia
👍3🤡3
Daniel Davis Deep Dive:
I leader occidentali, da Trump a Von der Leyen, Kallas, Zelensky, fino a Metz, Macron, Starmer, Maloney, e via dicendo. Biden. Insieme, queste signore e signori hanno cospirato per distruggere lo stato dell'Ucraina. Fingono di opporsi alla Russia per gli ucraini "coraggiosi", ma sfruttano semplicemente il legittimo desiderio del popolo ucraino di vivere in libertà, usandolo come strumento per "danneggiare la Russia", senza curarsi di quanto ciò danneggi gli ucraini stessi. Non c'è mai stata una via militare alla vittoria per l'Ucraina, e le élite occidentali lo sapevano. Non sono stupide. Sanno che non potrà mai essere vinta sul piano militare, ma sono felici di sacrificare la nazione e il popolo ucraino, se ciò significa rendere la vita difficile alla Russia. La perversione è che hanno reso la Russia più forte, non più debole, e oltre a distruggere l'Ucraina, hanno anche gettato le basi per la propria rovina. Mi addolora vedere come il grande mondo occidentale, un tempo glorioso, si sia così degradato e abbia perso ogni ancoraggio morale, al punto da essere disposto a sacrificare un'intera nazione per ottenere ciò che vuole, e da gettare con stoltezza le fondamenta della propria caduta.
https://x.com/DanielLDavis1/status/2111820297166831632?s=20
I leader occidentali, da Trump a Von der Leyen, Kallas, Zelensky, fino a Metz, Macron, Starmer, Maloney, e via dicendo. Biden. Insieme, queste signore e signori hanno cospirato per distruggere lo stato dell'Ucraina. Fingono di opporsi alla Russia per gli ucraini "coraggiosi", ma sfruttano semplicemente il legittimo desiderio del popolo ucraino di vivere in libertà, usandolo come strumento per "danneggiare la Russia", senza curarsi di quanto ciò danneggi gli ucraini stessi. Non c'è mai stata una via militare alla vittoria per l'Ucraina, e le élite occidentali lo sapevano. Non sono stupide. Sanno che non potrà mai essere vinta sul piano militare, ma sono felici di sacrificare la nazione e il popolo ucraino, se ciò significa rendere la vita difficile alla Russia. La perversione è che hanno reso la Russia più forte, non più debole, e oltre a distruggere l'Ucraina, hanno anche gettato le basi per la propria rovina. Mi addolora vedere come il grande mondo occidentale, un tempo glorioso, si sia così degradato e abbia perso ogni ancoraggio morale, al punto da essere disposto a sacrificare un'intera nazione per ottenere ciò che vuole, e da gettare con stoltezza le fondamenta della propria caduta.
https://x.com/DanielLDavis1/status/2111820297166831632?s=20
X (formerly Twitter)
Daniel Davis Deep Dive (@DanielLDavis1) on X
Western leaders, from Trump to Von der Leyen, Kallas, Zelensky, to Metz, Macron, Starmer, Maloney, you name it. Biden. Altogether, these ladies and gentlemen have conspired to destroy the state of…
👍6❤2
Sony Thăng
Nessuno ha detto: «L’Europa deve finire.» Nessuno ne aveva bisogno. Non annunci la strategia con quella chiarezza. Costruisci l’architettura. Crei dipendenze. Rendi certi futuri strutturalmente impossibili e certi allineamenti strutturalmente inevitabili. Espandi la NATO fino al confine della Russia e produci la crisi che rende necessario il riarmo europeo e l’hardware americano l’ovvia soluzione. Minacci l’infrastruttura energetica che rendeva possibile l’integrazione economica tra Europa e Russia. Costruisci un sistema finanziario che rende le banche europee soggette alle decisioni di sanzioni di Washington. Trascorri quasi otto decenni rendendo la sicurezza europea così dipendente dalle garanzie americane che il pensiero strategico europeo atrofizza, che un’intera generazione di leader europei cresce senza sapere come pensare alla sicurezza senza chiedere prima a Washington. E poi non hai bisogno di dire: «L’Europa deve finire.» Perché «Europa», come polo di potere autenticamente autonomo, come civiltà capace di prendere le proprie scelte strategiche sul futuro del proprio continente, È già finita. Silenziosamente. Senza annunci. Attraverso il peso accumulato dell’architettura che è stata costruita, pezzo per pezzo, per renderla impossibile.
https://x.com/nxt888/status/2111751081835594077?s=20
Nessuno ha detto: «L’Europa deve finire.» Nessuno ne aveva bisogno. Non annunci la strategia con quella chiarezza. Costruisci l’architettura. Crei dipendenze. Rendi certi futuri strutturalmente impossibili e certi allineamenti strutturalmente inevitabili. Espandi la NATO fino al confine della Russia e produci la crisi che rende necessario il riarmo europeo e l’hardware americano l’ovvia soluzione. Minacci l’infrastruttura energetica che rendeva possibile l’integrazione economica tra Europa e Russia. Costruisci un sistema finanziario che rende le banche europee soggette alle decisioni di sanzioni di Washington. Trascorri quasi otto decenni rendendo la sicurezza europea così dipendente dalle garanzie americane che il pensiero strategico europeo atrofizza, che un’intera generazione di leader europei cresce senza sapere come pensare alla sicurezza senza chiedere prima a Washington. E poi non hai bisogno di dire: «L’Europa deve finire.» Perché «Europa», come polo di potere autenticamente autonomo, come civiltà capace di prendere le proprie scelte strategiche sul futuro del proprio continente, È già finita. Silenziosamente. Senza annunci. Attraverso il peso accumulato dell’architettura che è stata costruita, pezzo per pezzo, per renderla impossibile.
https://x.com/nxt888/status/2111751081835594077?s=20
X (formerly Twitter)
Sony Thăng (@nxt888) on X
Nobody said: "Europe must end."
Nobody needed to.
You don’t announce strategy at that level of clarity.
You build architecture.
You create dependencies.
You make certain futures structurally…
Nobody needed to.
You don’t announce strategy at that level of clarity.
You build architecture.
You create dependencies.
You make certain futures structurally…
👍5❤4
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
Non riesco a smettere di riascoltarmelo..🔝🔝🔝🔝🔝🔝
👏13🔥10👍2
EUROGENDFOR: LA POLIZIA SEGRETA D'EUROPA CHE NESSUNO HA VOTATO.
Vi siete mai chiesti perché nulla di quello che sta accadendo nelle piazze d'Europa è casuale?
Parigi a ferro e fuoco, Berlino militarizzata, Bruxelles, Roma, Londra. Ovunque la stessa scena: manifestazioni autorizzate che diventano trappole, infiltrati, manganelli, arresti preventivi, schedature di massa.
Non è caos. È un copione.
E l'UE vuole imporci il controllo totale.
E lo strumento ce l'hanno già. Si chiama EUROGENDFOR.
COS'È DAVVERO?
Si chiama European Gendarmerie Force. EGF.
Ha sede a Vicenza, in Italia. Nella caserma Chinotto.
Nata nel 2007. Operativa dal 2010.
Sette nazioni fondatrici:
Italia (Carabinieri), Francia (Gendarmerie), Spagna (Guardia Civil), Portogallo, Olanda, Romania, Polonia. Lituania partner, Turchia osservatore.
Sulla carta è una forza di "gestione crisi" fuori dall'Europa.
Nella realtà è una forza militare con poteri di polizia, specializzata nel "controllo dei disordini civili".
La cosa più grave?
Ha immunità totale.
Le sue sedi sono inviolabili.
I suoi archivi non possono essere controllati.
I suoi membri godono di immunità diplomatica e non possono essere perseguiti dai tribunali dello Stato dove operano.
Capito? Una polizia straniera, armata, che può entrare in casa tua e che non risponde a nessun giudice, a nessun parlamento, a nessun cittadino.
Chi l'ha votata? Nessuno.
Chi la controlla? Nessuno.
Chi ne parla in TV? Nessuno.
PERCHÉ ORA?
Perché l'Unione Europea lo sa: il progetto sta crollando.
L'euro, le sanzioni suicide, l'austerity, l'immigrazione incontrollata, la guerra voluta in Ucraina. La gente si è svegliata.
E quando la gente si sveglia e scende in piazza, la democrazia non basta più a contenerla. Serve l'elmetto.
EUROGENDFOR non è stata creata per andare in Afghanistan. È stata creata per Parigi, per Berlino, per Roma. Per quando noi europei diremo BASTA.
È la polizia segreta dell'UE.
Il braccio armato del Grande Reset. Quelli che dovranno "ripristinare l'ordine" quando imporranno ID digitale, CBDC, pass, razionamenti e controllo sociale totale.
Prima ti disarmano mediaticamente, chiamandoti no-vax, no-war, complottista.
Poi ti schedano.
Poi ti mandano quelli di Vicenza.
Non è sicurezza.
È dittatura in uniforme.
E noi, dormiamo.
Analisi a cura di
✒️ © Sabrina F.
https://x.com/itsmeback_/status/2112944509273112850?s=20
Vi siete mai chiesti perché nulla di quello che sta accadendo nelle piazze d'Europa è casuale?
Parigi a ferro e fuoco, Berlino militarizzata, Bruxelles, Roma, Londra. Ovunque la stessa scena: manifestazioni autorizzate che diventano trappole, infiltrati, manganelli, arresti preventivi, schedature di massa.
Non è caos. È un copione.
E l'UE vuole imporci il controllo totale.
E lo strumento ce l'hanno già. Si chiama EUROGENDFOR.
COS'È DAVVERO?
Si chiama European Gendarmerie Force. EGF.
Ha sede a Vicenza, in Italia. Nella caserma Chinotto.
Nata nel 2007. Operativa dal 2010.
Sette nazioni fondatrici:
Italia (Carabinieri), Francia (Gendarmerie), Spagna (Guardia Civil), Portogallo, Olanda, Romania, Polonia. Lituania partner, Turchia osservatore.
Sulla carta è una forza di "gestione crisi" fuori dall'Europa.
Nella realtà è una forza militare con poteri di polizia, specializzata nel "controllo dei disordini civili".
La cosa più grave?
Ha immunità totale.
Le sue sedi sono inviolabili.
I suoi archivi non possono essere controllati.
I suoi membri godono di immunità diplomatica e non possono essere perseguiti dai tribunali dello Stato dove operano.
Capito? Una polizia straniera, armata, che può entrare in casa tua e che non risponde a nessun giudice, a nessun parlamento, a nessun cittadino.
Chi l'ha votata? Nessuno.
Chi la controlla? Nessuno.
Chi ne parla in TV? Nessuno.
PERCHÉ ORA?
Perché l'Unione Europea lo sa: il progetto sta crollando.
L'euro, le sanzioni suicide, l'austerity, l'immigrazione incontrollata, la guerra voluta in Ucraina. La gente si è svegliata.
E quando la gente si sveglia e scende in piazza, la democrazia non basta più a contenerla. Serve l'elmetto.
EUROGENDFOR non è stata creata per andare in Afghanistan. È stata creata per Parigi, per Berlino, per Roma. Per quando noi europei diremo BASTA.
È la polizia segreta dell'UE.
Il braccio armato del Grande Reset. Quelli che dovranno "ripristinare l'ordine" quando imporranno ID digitale, CBDC, pass, razionamenti e controllo sociale totale.
Prima ti disarmano mediaticamente, chiamandoti no-vax, no-war, complottista.
Poi ti schedano.
Poi ti mandano quelli di Vicenza.
Non è sicurezza.
È dittatura in uniforme.
E noi, dormiamo.
Analisi a cura di
✒️ © Sabrina F.
https://x.com/itsmeback_/status/2112944509273112850?s=20
X (formerly Twitter)
Sabrina F. (@itsmeback_) on X
EUROGENDFOR: LA POLIZIA SEGRETA D'EUROPA CHE NESSUNO HA VOTATO.
Vi siete mai chiesti perché nulla di quello che sta accadendo nelle piazze d'Europa è casuale?
Parigi a ferro e fuoco, Berlino mil…
Vi siete mai chiesti perché nulla di quello che sta accadendo nelle piazze d'Europa è casuale?
Parigi a ferro e fuoco, Berlino mil…
❤6💩4👍1😁1