Nel 2026 si stima l'apertura di 23.934 nuove attività al dettaglio, la metà rispetto alle 43.324 del 2014 (-44,8%), il 5,7% in meno sul 2025. Le chiusure saranno invece 42.849, per un saldo negativo di 18.915 negozi di prossimità (erano "solo" 17.874 in meno nel 2025). Vale a dire che si contano quasi 2 chiusure (1,8) per ogni apertura. Le imprese attive nel commercio al dettaglio erano 776.365 nel 2010. A maggio 2026 erano 702.938: quasi
75mila in meno.
"Un posto di lavoro precario creato nella grande distribuzione distrugge 5 posti di lavoro stabili nel commercio di prossimità. Secondo l'Institut National de la Statistique et des études économiques, la diffusione dei grandi magazzini in Francia ha fatto scomparire il 17% delle panetterie, l'84% delle salumerie, il 43% dei negozi di casalinghi. Quel che è scomparso è una parte importante della sostanza stessa della vita locale, con il corrispondente disfacimento del tessuto sociale".
[Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena]
75mila in meno.
"Un posto di lavoro precario creato nella grande distribuzione distrugge 5 posti di lavoro stabili nel commercio di prossimità. Secondo l'Institut National de la Statistique et des études économiques, la diffusione dei grandi magazzini in Francia ha fatto scomparire il 17% delle panetterie, l'84% delle salumerie, il 43% dei negozi di casalinghi. Quel che è scomparso è una parte importante della sostanza stessa della vita locale, con il corrispondente disfacimento del tessuto sociale".
[Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena]
Se avessero letto la pubblicazione da cui sono tratti i dati, saprebbero che gli autori hanno usato un indicatore messo a punto (cioè inventato) da loro che differisce da quello usato normalmente negli studi redistributivi: tasse e contributi pagati vs trasferimenti monetari da parte dello Stato. Loro hanno conteggiato i servizi pubblici (sanità, istruzione, ecc) come fossero un trasferimento monetario pubblico. Un indicatore fortemente criticabile perché attribuisce arbitrariamente un valore monetario ai servizi pubblici teoricamente utilizzati. Inoltre questo nuovo indicatore riduce sensibilmente il numero di contribuenti netti proprio in quei Paesi con una forte presenza di servizi pubblici (che è una cosa positiva, non negativa). Infine c'è anche un errore concettuale di fondo: essere beneficiario di un servizio universale come scuola pubblica e sanità pubblica non equivale necessariamente ad essere a "carico dello Stato" come lasciano invece intedere gli autori della pubblicazione.
Sostanzialmente tutti i Paesi periferici che hanno adottato l'euro sono stati vittime del ciclo di Frenkel (di cui l'euro è la causa) con conseguente crisi curata a suon di politiche lacrime e sangue (austerità, deflazione salariale, distruzione della domanda) però secondo Leonardo Rossi l'euro non c'entra niente. Tutto questo nel 2026.
Solo tra il 2019 e il 2024 il prezzo dei prodotti alimentari è aumentato del 40% circa, con alcuni prodotti che hanno sfiorato aumenti del 70% (come l' olio di oliva). Rispetto al 2021, la bolletta media elettrica annuale (2.700 kWh) è aumentata del 35%, quella del gas (1.400 mc) del 60%. La spesa per energia (gas, luce e carburanti) e alimentazione rappresenta in media il 42% della spesa delle famiglie italiane. Percentuale che raggiunge il 52% nelle fasce più esposte (famiglie con più figli, operai e giovani). Tenendo conto che per la stragrande maggioranza della popolazione i generi alimentari, le bollette e i costi per la casa rappresentano la parte più grande delle spese mensili, l'inflazione è stata molto più alta di quanto comunicato dall'ISTAT. Vale a dire che il crollo dei salari reali è stato molto più grande del 10% registrato tra gennaio 2019 e marzo 2026 (almeno il triplo di quanto comunicato).
«Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono» (Altiero Spinelli, “Diario Europeo” pag. 175). La UE per sopravvivere ha bisogno della guerra, non della pace. Per questo i politici europei stanno facendo di tutto per spingerci in guerra contro la Russia. Per risolvere il problema basterebbe inviare immediatamente al fronte tutti quelli che da mesi stanno soffiando sui venti di guerra. Loro insieme ai parenti più stretti.
Vale la pena ricordare che il primo Presidente della Commissione della Comunità Economica Europea (evolutasi poi nell'attuale Commissione europea) fu Walter Hallstein, nominato il Il 7 gennaio 1958.
Solo pochi anni prima, durante il nazismo, serviva nella Wehrmacht, le forze armate tedesche, come tenente. Fu anche l'ideatore dell'omonima dottrina, che influenzò la politica estera tedesca fino agli anni sessanta.
Hallstein sosteneva la visione di un'Europa federale con una Commissione e un Parlamento forti. La sua visione si scontrò con quella del Presidente francese Charles de Gaulle, orientato verso un'"Europe des États" (Europa degli Stati), in cui i governi nazionali mantenessero ampi poteri.
Solo pochi anni prima, durante il nazismo, serviva nella Wehrmacht, le forze armate tedesche, come tenente. Fu anche l'ideatore dell'omonima dottrina, che influenzò la politica estera tedesca fino agli anni sessanta.
Hallstein sosteneva la visione di un'Europa federale con una Commissione e un Parlamento forti. La sua visione si scontrò con quella del Presidente francese Charles de Gaulle, orientato verso un'"Europe des États" (Europa degli Stati), in cui i governi nazionali mantenessero ampi poteri.
La privatizzazione del settore energetico ce l'ha imposta la UE (anni 90). La liberalizzazione del mercato dei prezzi ce l'ha imposta la UE (1996). Il mercato ETS per le quote di CO2 ce lo ha imposto la UE (2005). Le sanzioni alla Russia ce le ha imposte la UE (2022). L'abolizione del mercato tutelato per l'energia elettrica e per il gas ce l'ha imposta la UE (2024). Dal 1996 a oggi la bolletta dell'elettricità è aumentata del 217% in valori nominali (+89% in valori reali), quella del gas del 156% (+60% in valori reali). Dalla UE non basta uscire. Va distrutta per poi cospargere di sale le sue rovine di modo che non rinasca mai più.
Gilberto Trombetta
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Prima della UE e dell'euro, il PIL dei Paesi europei rappresentava il 28,5% di quello mondiale, quello degli USA il 26%, quello dell'Italia più del 5% (il triplo della Cina), quello della Russia il 2,2% e quello cinese l'1,5% (grafico 1).
Nel 1999 il PIL della UE era sceso al 24%,quello USA era salito al 29,5%, quello dell'Italia era sceso al 3,8%, quello russo (dopo il crollo dell'URSS) era sceso allo 0,6% mentre il PIL cinese aveva quasi raggiunto quello italiano (3,3%).
Nel 2024, dopo 30 anni di Maastricht, il PIL dei Paesi UE è crollato al 17,5% (quello italiano è 1/3 di 25 anni fa, 1/8 di quello cinese), quello americano è di poco superiore ai livelli del 1990 (26,2%) mentre quello della Cina socialista e della Russia di Putin sono rispettivamente saliti al 17% e al 2%.
Concentrandoci sull'Italia, il rapporto del PIL pro capite italiano rispetto a quello mondiale è crollato dal 4,2 prima di Maastricht all'attuale 2,8. Come nel 1961. Una perdita del 30% (grafico 2).
La verità è che al contrario di quello che ci hanno raccontato (mentendo) per decenni, l'Unione Europea ha aumentato il grado di subalternità dei Paesi europei riducendoli all'irrilevanza su scala globale.
[dati della Banca Mondiale - PIL a prezzi correnti e PIL pro capite a prezzi costanti 2015]
Nel 1999 il PIL della UE era sceso al 24%,quello USA era salito al 29,5%, quello dell'Italia era sceso al 3,8%, quello russo (dopo il crollo dell'URSS) era sceso allo 0,6% mentre il PIL cinese aveva quasi raggiunto quello italiano (3,3%).
Nel 2024, dopo 30 anni di Maastricht, il PIL dei Paesi UE è crollato al 17,5% (quello italiano è 1/3 di 25 anni fa, 1/8 di quello cinese), quello americano è di poco superiore ai livelli del 1990 (26,2%) mentre quello della Cina socialista e della Russia di Putin sono rispettivamente saliti al 17% e al 2%.
Concentrandoci sull'Italia, il rapporto del PIL pro capite italiano rispetto a quello mondiale è crollato dal 4,2 prima di Maastricht all'attuale 2,8. Come nel 1961. Una perdita del 30% (grafico 2).
La verità è che al contrario di quello che ci hanno raccontato (mentendo) per decenni, l'Unione Europea ha aumentato il grado di subalternità dei Paesi europei riducendoli all'irrilevanza su scala globale.
[dati della Banca Mondiale - PIL a prezzi correnti e PIL pro capite a prezzi costanti 2015]
Il problema del carovita non è l'impatto sui bonus fiscali, ma sui salari. Perché l'inflazione in assenza di meccanismi automatici di adeguamento degli stipendi (come la scala mobile) si traduce nel crollo dei salari reali. Soprattutto nelle fasce medie (-13% dal 1990) e basse (-41%) che sono quelle più colpite dagli aumenti di energia, generi alimentari e spese per la casa.
L'importazione massiccia di nuovi schiavi (mano d'opera alloctona non qualificata per comprimere i salari) non poteva che gettare benzina sul fuoco del conflitto sociale che covava sotto le ceneri dopo più di 30 anni di lenta macelleria sociale (deflazione salariale, aumento della povertà, aumento del precariato, concentrazione progressiva della ricchezza, aumento delle disuguaglianze) aggiungendo una componente etnico-culturale che ha ulteriormente minato la già parcellizzata coesione sociale. Un suicidio annunciato che rinforza la falsa dicotomia destra-sinistra.
Non è vero ovviamente che l'indicizzazione dei salari causa l'inflazione. Quando venne introdotta in Italia per la prima volta la scala mobile (1947), l'allora presidente di Confindustria, Angelo Costa, la salutò infatti come una misura decisiva contro l'inflazione. Perché? Perché come ha spiegato il professor Domenico Mario Nuti* "in periodi di rapida inflazione, in particolare di inflazione in accelerazione, l'indicizzazione salariale disinnesca le aspettative inflazionistiche e consente la negoziazione di un salario nominale inferiore a quello che dovrebbe essere fissato se non ci fosse protezione dall'inflazione futura".
*dmarionuti.blogspot.com/2010/04/wage-i…
[fonti originali citate nel post sull'indicizzazione dei salari di Alberto Bagnai del giugno 2022 goofynomics.blogspot.com/2022/06/indici…]
*dmarionuti.blogspot.com/2010/04/wage-i…
[fonti originali citate nel post sull'indicizzazione dei salari di Alberto Bagnai del giugno 2022 goofynomics.blogspot.com/2022/06/indici…]
Gilberto Trombetta
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Ferrari apre il suo osceno monologo con il santino di Marchionne. Quello che avrebbe «salvato» la Fiat portando i dipendenti italiani da 120.000 a 29.000, smantellando la più grande industria nazionale, delocalizzando produzione e sedi societarie e peggiorando le condizioni dei lavoratori. Un capolavoro: profitti per gli azionisti, desertificazione industriale per il Paese. È la lotta di classe condotta dal capitale, raccontata come una favola edificante.
Poi arriva il delirio ideologico: i diritti non esistono perché qualcuno dovrebbe avere il dovere di garantirli. Esatto, Ferrari. È precisamente il principio su cui si fonda la Costituzione italiana. Il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione, a un'esistenza libera e dignitosa non sono premi di produttività. Sono diritti fondamentali che la Repubblica ha il dovere di rendere effettivi, rimuovendo gli ostacoli economici e sociali che ne impediscono l'esercizio.
«Se non servi, se non produci, se non vali, nessuno ti deve niente». Eccola, finalmente, l'essenza di questa visione disumana: il valore di un essere umano ridotto alla sua redditività per il capitale. Il disoccupato, il malato, l'anziano, il disabile, il bambino: se non producono abbastanza, non meritano niente. Non è economia. È darwinismo sociale nella sua forma più brutale.
E naturalmente non poteva mancare il solito miserabile trucco della guerra tra poveri: il camionista contrapposto a chi rivendica diritti. Come se il camionista non avesse bisogno di salari dignitosi, tutele, sanità pubblica, infrastrutture costruite dallo Stato e politiche energetiche che garantiscano carburanti accessibili. Come se il suo lavoro fosse possibile senza quella collettività che Ferrari vorrebbe cancellare.
Il punto è che senza diritti non esistono nemmeno doveri reciproci. Esiste soltanto la legge del più forte, la giungla in cui chi possiede tutto comanda e chi non possiede nulla deve soltanto obbedire.
Ferrari dovrebbe però ripassare un po' di storia. Perché quando ai cittadini venivano negati tutti i diritti e imposti soltanto doveri, ogni tanto succedeva che smettessero di obbedire. E qualcuno finiva per perdere la testa. Letteralmente.
Poi arriva il delirio ideologico: i diritti non esistono perché qualcuno dovrebbe avere il dovere di garantirli. Esatto, Ferrari. È precisamente il principio su cui si fonda la Costituzione italiana. Il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione, a un'esistenza libera e dignitosa non sono premi di produttività. Sono diritti fondamentali che la Repubblica ha il dovere di rendere effettivi, rimuovendo gli ostacoli economici e sociali che ne impediscono l'esercizio.
«Se non servi, se non produci, se non vali, nessuno ti deve niente». Eccola, finalmente, l'essenza di questa visione disumana: il valore di un essere umano ridotto alla sua redditività per il capitale. Il disoccupato, il malato, l'anziano, il disabile, il bambino: se non producono abbastanza, non meritano niente. Non è economia. È darwinismo sociale nella sua forma più brutale.
E naturalmente non poteva mancare il solito miserabile trucco della guerra tra poveri: il camionista contrapposto a chi rivendica diritti. Come se il camionista non avesse bisogno di salari dignitosi, tutele, sanità pubblica, infrastrutture costruite dallo Stato e politiche energetiche che garantiscano carburanti accessibili. Come se il suo lavoro fosse possibile senza quella collettività che Ferrari vorrebbe cancellare.
Il punto è che senza diritti non esistono nemmeno doveri reciproci. Esiste soltanto la legge del più forte, la giungla in cui chi possiede tutto comanda e chi non possiede nulla deve soltanto obbedire.
Ferrari dovrebbe però ripassare un po' di storia. Perché quando ai cittadini venivano negati tutti i diritti e imposti soltanto doveri, ogni tanto succedeva che smettessero di obbedire. E qualcuno finiva per perdere la testa. Letteralmente.