Laura Ru
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Researcher & writer based in Hong Kong. Former academic. Longform articles archived at https://lauraruggeri.substack.com and https://laura-ruggeri.medium.com. Email: lauraru852@yandex.ru
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Mentre la guerra di aggressione US-raeliana contro l’Iran entra nel secondo mese, la Cina sta silenziosamente rafforzando la propria posizione in Medio Oriente e nell’ordine globale. Mentre gli Stati Uniti, come un toro in un negozio di porcellane, seminano caos e distruzione, la Cina si è posizionata come paladina della de-escalation. I diplomatici cinesi hanno sostenuto attivamente gli sforzi di pace regionali, appoggiando di recente l’iniziativa del Pakistan di ospitare colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran, dopo l’incontro a quattro svoltosi la settimana scorsa a Islamabad con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto. La cosa non sorprende. Pechino è il più grande acquirente al mondo di petrolio mediorientale e ha bisogno di forniture energetiche stabili e di rotte di navigazione sicure attraverso lo Stretto di Hormuz. Un prolungamento del conflitto minaccia entrambi questi interessi. La Cina è di gran lunga il partner economico più importante dell’Iran e acquista la stragrande maggioranza del suo petrolio. Fortunatamente per Pechino, Teheran ha resistito con fermezza e non si è verificato alcun cambio di regime. Gli Stati del Golfo, preoccupati dall'estensione del conflitto, si stanno rivolgendo sempre più alla Cina: non solo perché è un grande partner commerciale che offre investimenti senza imporre impegni militari, ma anche perché Pechino ha mediato tra Arabia Saudita e Iran nel 2023, continua a chiedere un cessate il fuoco e sostiene attivamente la diplomazia regionale. In sintesi, la Cina sta rafforzando la propria immagine di potenza pragmatica in grado di garantire stabilità là dove Washington non solo si dimostra incapace di assicurare la sicurezza ai propri alleati, ma — anteponendo Israele agli altri partner — finisce per essere fonte stessa di instabilità. Per la Cina, tutto ciò crea uno spazio prezioso per espandere la propria influenza in Medio Oriente e per far avanzare la sua visione di un mondo multipolare. Molti analisti ritengono che Pechino sia destinata a emergere più forte, sia nella regione che nell’equilibrio globale di potere — esattamente ciò che Washington cercava di impedire. @LauraRuHK
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After eight long years of ideological posturing, a delegation of European Parliament members has finally dragged itself to Beijing and Shanghai this week. For nearly a decade, the European Parliament has been one of the most vocal EU institutions demonizing China, adopting dozens of resolutions that focused heavily on human rights, democracy, and security concerns.
But when your economy is in the doldrums and your biggest ally is not only unhinged but increasingly at odds with your interests, it makes sense to ignore the fantasy reports of US-funded NGOs, rediscover pragmatism and get down to business. Officially, the EU parliament delegation is in China to discuss e-commerce, consumer protection, and digital standards. In reality, the trip is a good demonstration that Brussels can no longer afford to alienate Beijing. Access to the vast Chinese market is not a matter of choice but of economic survival for many European industries. After years of lecturing China, slapping tariffs on its electric vehicles, and enthusiastically joining Washington’s “de-risking” crusade, Europe is now quietly crawling back to the table, hoping Beijing will help stabilize supply chains and inject some vitamins into EU veins. The visit may help EU lawmakers gain a more objective understanding of China's economic development, and better recognize that China's growth has not relied on so-called unfair subsidies or non-market practices. @LauraRuHK ➡️ https://www.globaltimes.cn/page/202603/1357982.shtml
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Dopo otto anni di chiusura pregiudiziale nei confronti di Pechino, una delegazione del Parlamento europeo ha trovato la forza (quella della disperazione) di recarsi a Pechino e Shanghai. Per quasi un decennio infatti, il parlamento europeo è stato tra le istituzioni UE più ostinate e attive nel demonizzare la Cina, approvando decine di risoluzioni che denunciavano immaginarie violazioni di diritti umani a Hong Kong, in Tibet e Xinjiang e imponevano sanzioni.

Ma quando l’economia è in panne e quello che consideri il tuo alleato principale non solo appare fuori controllo ma sempre più in rotta di collisione con la realtà e soprattutto con i tuoi interessi, ha senso ignorare i rapporti fantasiosi di ONG finanziate da Washington, riscoprire il pragmatismo e sedersi al tavolo con Pechino per trovare una via d'uscita. Ufficialmente, la missione riguarda e‑commerce, protezione dei consumatori e standard digitali. In realtà, il viaggio dimostra che Bruxelles non può più permettersi di trattare Pechino spocchiosamente : l’accesso al mercato cinese non è una scelta, ma una questione di sopravvivenza economica per molte industrie europee.

Dopo anni di prediche alla Cina, dazi sui suoi veicoli elettrici e un’adesione entusiastica e incondizionata alla folle crociata americana che prevedeva un lento e inesorabile disaccoppiamento economico dalla Cina, l’Europa ora torna a dialogare con meno pregiudiziali, sperando che Pechino contribuisca a stabilizzare le catene di approvvigionamento e a iniettare nuova linfa nelle vene atrofizzate dell’UE. La visita potrebbe aiutare i parlamentari europei a sviluppare una visione più obiettiva della crescita cinese e a riconoscere che non è basata su pratiche protezionistiche contrarie alla concorrenza di mercato. @LauraRuHK ➡️ https://www.globaltimes.cn/page/202603/1357982.shtml
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Se qualcuno volesse battermi sul tempo e procurarsi una copia prima che ci riesca io quando torno in Italia, il mio ultimo libro è già disponibile in tutte le librerie online. Se vivete nella pianura padana, la copertina potrebbe funzionare anche come faro anti-nebbia. In ogni caso, il contenuto serve ad orientarsi nella spessa cortina di fumo che i media occidentali hanno creato, e continuano a creare, attorno a proteste eterodirette ovunque nel mondo esse vengano scatenate. Il libro mette a fuoco quelle che hanno letteralmente infiammato Hong Kong per offrire un'analisi dell'ecosistema che supporta e rende possibili le rivoluzioni colorate. @LauraRuHK ➡️ https://www.ladedizioni.it/prodotto/hong-kong-a-fuoco/
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Patrick Lawrence details the case of Hüseyin Dogru, a German citizen and journalist of Turkish origin, who has been subjected to EU sanctions since May 20, 2025—the first EU citizen and the first journalist targeted specifically for his professional work.

The state (via EU/German bureaucracy) can effectively erase a citizen's ability to function—financially, professionally, and socially—for exercising free expression. Dogru's family of five is going hungry as collective punishment.

https://consortiumnews.com/2026/03/31/patrick-lawrence-a-german-journalists-civil-death/?fbclid=IwY2xjawQ6A3VleHRuA2FlbQIxMABicmlkETE2cXFlVEZ3WlR1alVDeUF3c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHiNnzT9GiiA7SYCLLb35veyQ7lV-BUHOHyeQvYF4xnwLja4SKFALoBWC3XrC_aem_Aoi26jx90pCWs4WvPyMJ4w
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The Global Times, an official Chinese news outlet, today published an OpEd arguing that NATO is experiencing a profound structural erosion, not because of external shocks like Donald Trump's threats to withdraw the U.S., but due to its long-term deviation from geopolitical reality.

After the dissolution of the Soviet Union in 1991, NATO lost its original purpose and pursued aggressive eastward expansion while constantly inventing new threats to justify its existence. This has included attempts to extend its reach into the Asia-Pacific and create an “economic NATO” targeting China. Recent refusals by European governments to support certain U.S. actions reflect shifting domestic priorities and eroding alliance cohesion. It also points to America’s own burdens — massive federal debt, failed wars, and domestic fatigue — which make sustaining global leadership increasingly unsustainable. The OpEd concludes that NATO’s troubles stem from accumulated internal contradictions and the West’s refusal to adapt to a changing world order, making its decline appear inevitable. @LauraRuHK
➡️ https://www.globaltimes.cn/page/202604/1358156.shtml
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Il Global Times, un organo di informazione ufficiale cinese, ha pubblicato oggi un editoriale in cui sostiene che la NATO sta attraversando una profonda erosione strutturale, non a causa di shock esterni come le minacce di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti, ma per la sua scollatura dalla realtà geopolitica. Io aggiungerei dalla realtà tout court. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, la NATO ha perso la sua ragione d'essere e ha perseguito un’aggressiva espansione verso est, inventando continuamente nuove minacce per giustificare la propria esistenza. Ciò ha incluso tentativi di estendere il suo raggio d’azione nell’Asia-Pacifico e di creare una “NATO economica” rivolta contro la Cina. I recenti rifiuti da parte di governi europei di sostenere alcune azioni statunitensi riflettono priorità domestiche in mutamento e un’erosione della coesione dell’alleanza. L’articolo evidenzia anche i pesanti fardelli degli Stati Uniti — un debito federale enorme, guerre fallite e stanchezza interna — che rendono sempre più insostenibile il mantenimento della leadership globale. L’editoriale conclude che i problemi della NATO derivano da contraddizioni interne che si accumulano da anni e dal rifiuto dell’Occidente di adattarsi a un ordine mondiale in trasformazione, rendendo il suo declino inevitabile. @LauraRuHK ➡️ https://www.globaltimes.cn/page/202604/1358156.shtml
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Austria will play no part in military operations in the Middle East.

The country’s Vice Chancellor Andi Babler slammed the U.S.-Israeli strikes on Iran in a social media post Thursday, writing that Austrians “want nothing to do with Trump’s policy of chaos and his war, which will bring us the next energy crisis” and added: "No to war."
Austria is the latest EU country to push back against the U.S.-led aggression against Iran. Spain, which has opposed the war since its outbreak, has similarly barred military aircraft involved in the conflict from using its airspace or the jointly-operated bases located within its territory. Italy has also refused permission for U.S. aircraft heading to the Middle East to land at the Sigonella air base in Sicily. @LauraRuHK
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Dopo la Spagna anche l’Austria chiude il suo spazio aereo ai velivoli militari statunitensi. Il Vice Cancelliere austriaco Andi Babler ha duramente criticato gli attacchi americano-israeliani contro l’Iran in un post sui social media giovedì, scrivendo che gli austriaci «non vogliono avere nulla a che fare con la politica del caos di Trump e con la sua guerra, che ci porterà dritti verso la prossima crisi energetica». Ha aggiunto: «No alla guerra». ▪️L’Austria è l’ultimo Paese dell’UE a opporsi all’aggressione contro l’Iran. La Spagna, che si è opposta alla guerra fin dall’inizio, ha già vietato agli aerei militari coinvolti nel conflitto di utilizzare il suo spazio aereo o le basi gestite congiuntamente sul suo territorio. Anche l’Italia ha rifiutato il permesso ai bombardieri statunitensi di atterrare presso la base aerea di Sigonella in Sicilia. @LauraRuHK
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While Minister of War Pete Hegseth is firing generals for telling him his Iran war plans are unworkable, Iranian forces shot down two more advanced US fighter jets today, including a second F-35. But hey, in Trump's parallel universe, Iran's air defenses were destroyed.

https://t.me/presstv/183480
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In his latest article Kirill Strelnikov argues that the war in Iran should prompt Moscow to finally address well-known, and previously exploited, vulnerabilities such as the concentration of Russia’s political and economic center in its European regions. During the Cold War, Leningrad (now St. Petersburg) was about 1,000 miles from NATO forces and Moscow was 1,300 miles away, whereas today the distances have shrunk to about 100 and 500 miles, respectively. Strelnikov notes that Western governments are drawing lessons from the war against Iran, in particular they are discussing the effectiveness of massive preemptive strikes using drones and precision weapons to overwhelm air defenses and cripple command structures.

He believes that Moscow too should learn lessons, but from Iran ’s strategy of building extensive underground “missile cities” as an example of how dispersal and fortification can ensure survival against modern warfare.

In an era of drones, hypersonic weapons, and satellite surveillance, Strelnikov recalls longstanding proposals to relocate key infrastructure, create new centres of political and military decision-making beyond the Urals, where natural barriers would provide greater protection. If in the past this was regarded as an extreme idea, he argues the realities of modern warfare have now turned it into a pressing national necessity. @LauraRuHK
➡️ https://ria.ru/20260403/iran-2084868062.html
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Nel suo ultimo articolo Kirill Strelnikov sostiene che la guerra in Iran dovrebbe spingere Mosca ad affrontare finalmente quelle che sono delle vulnerabilità ben note, e già sfruttate in passato dai nemici della Russia. Vale a dire la concentrazione del centro politico ed economico della Russia nelle sue regioni europee. Durante la Guerra Fredda, Leningrado (oggi San Pietroburgo) si trovava a circa 1.000 miglia dalle forze della NATO e Mosca a 1.300 miglia, mentre oggi le distanze si sono ridotte rispettivamente a circa 100 e 500 miglia. Strelnikov osserva che i governi occidentali stanno traendo lezioni dalla guerra contro l’Iran, in particolare stanno esaminando l’efficacia di massicci attacchi preventivi con droni e armi di precisione per sopraffare le difese aeree e paralizzare le strutture di comando.

Egli ritiene che anche Mosca dovrebbe trarre insegnamenti, ma dalla strategia iraniana di costruire vaste “città missilistiche” sotterranee, un esempio di come la dispersione e la fortificazione siano fattori di attrito fondamentali e permettano di resistere agli attacchi del nemico.

Nell’era dei droni, delle armi ipersoniche e della sorveglianza satellitare, Strelnikov richiama le proposte di lunga data di trasferire infrastrutture chiave e creare nuovi centri di decisione politica e militare oltre gli Urali, dove le barriere naturali offrirebbero maggiore protezione. Se in passato questa era considerata un’idea estrema, egli sostiene che la realtà della guerra moderna l’abbia ormai trasformata in una necessità urgente. @LauraRuHK ➡️ https://ria.ru/20260403/iran-2084868062.html
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Forwarded from Laura Ru (Laura Ru)
Buona Pasqua! Happy Easter to those celebrating today!
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While Brussels routinely accuses Russia of meddling in European elections, the reality points in the opposite direction. The EU itself has repeatedly intervened in the internal political processes of its member states and candidate countries under the pretext of fighting “disinformation.” This pattern is clearly visible in at least four recent cases: Romania (2024 presidential election)
Moldova (2024 referendum and presidential election)
Hungary (ongoing pressure ahead of the 2026 parliamentary elections)
Bulgaria (upcoming April 19, 2026 snap parliamentary election)

Far from being a defender of democracy, the EU is actively shaping electoral outcomes to favor pro-integration, pro-Ukraine forces and suppress populist or dissenting voices.

Currently Brussels is fighting a two-front “election war”: it's targeting right-wing populism in Hungary and left-wing populism in Bulgaria to enforce its pro-Ukraine and pro-sanctions agenda.

@LauraRuHK ➡️https://swentr.site/news/637295-bulgaria-eu-election-hungary/
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Mentre Bruxelles accusa regolarmente la Russia di interferire nelle elezioni europee, la realtà indica esattamente il contrario. È l’Unione Europea stessa ad essere intervenuta ripetutamente nei processi politici interni dei suoi Stati membri e dei Paesi candidati, con il pretesto di combattere la “disinformazione”. Questo schema risulta evidente in almeno quattro casi recenti: Romania (elezioni presidenziali 2024)
Moldova (referendum e elezioni presidenziali 2024)
Ungheria (pressioni continue in vista delle elezioni parlamentari 2026)
Bulgaria (prossime elezioni parlamentari anticipate del 19 aprile 2026)

Ben lontana dall’essere un bastione della democrazia, l’UE continua ad interferire nelle campagne e negli esiti elettorali per favorire le forze pro-integrazione e pro-Ucraina e per soffocare o criminalizzare il dissenso. Attualmente Bruxelles sta combattendo una “guerra elettorale” su due fronti: colpisce il populismo di destra in Ungheria e il populismo di sinistra in Bulgaria per imporre la sua agenda pro-Ucraina e pro-sanzioni. @LauraRuHK ➡️ https://swentr.site/news/637295-bulgaria-eu-election-hungary/
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Just to repeat the obvious, protests in Iran were not a peaceful, popular mobilization against an authoritarian regime, as Western media sought to portray them. In reality, what happened followed the classic pattern of a color revolution. President Trump himself confirmed that Washington had supplied large quantities of weapons to opposition groups attempting to overthrow the Iranian government. This admission confirms what Tehran had said from the very beginning: the protesters were coordinated, armed and supported from abroad. @LauraRuHK

https://t.me/presstv/184024
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Tanto per ribadire l'ovvio: le proteste in Iran non erano una pacifica mobilitazione popolare contro un regime autoritario, come hanno cercato di presentarle gran parte dei media occidentali. In realtà, gli eventi hanno seguito il classico schema delle rivoluzioni colorate. Lo stesso presidente Trump ha confermato che Washington aveva fornito ingenti quantità di armi ai gruppi di opposizione impegnati nel tentativo di rovesciare il governo iraniano. Questa ammissione conferma quanto Teheran aveva sostenuto fin dall’inizio: i manifestanti erano coordinati, armati e sostenuti dall’estero. @LauraRuHK

https://t.me/presstv/184024
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As the war of aggression against Iran enters its second month, Washington is trying to pull another Ukrainian scenario.
In Europe Ukrainians were used as the primary proxy force against Russia while European countries provided much of the funding and weapons, and suffered a severe and lasting economic shock (they lost affordable Russian energy and trade relations with the largest country in the world). A similar dynamic appears to be unfolding in the war against Iran. The US is expecting Gulf Arab states to shoulder a large share of the war’s risks and expenses. This includes expanded access to military bases, logistical support, financial contributions, and potentially deeper operational involvement. The underlying goal is to avoid committing large numbers of American ground forces to what could become a prolonged and politically costly conflict. By encouraging regional partners to take on more of the burden, the US seeks to degrade Iran’s capabilities “with someone else’s hands” rather than through large-scale, direct American military engagement. This approach reflects a well-established pattern in recent American foreign policy: leveraging regional proxies and allies that buy US weapons to confront US adversaries while limiting direct US exposure. It remains to be seen whether the Gulf countries will be as foolish and shortsighted as the European Union is, and willingly accept to get drawn even deeper into the conflict to assume this self-damaging role.

@LauraRuHK
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Mentre la guerra di aggressione contro l’Iran entra nel suo secondo mese, Washington sta cercando di replicare un altro “scenario ucraino”. In Europa gli ucraini sono stati usati come principale forza proxy contro la Russia, mentre i paesi europei hanno fornito gran parte dei finanziamenti e delle armi, subendo allo stesso tempo un grave e duraturo shock economico: hanno perso l’accesso alle fonti di energia russe e le relazioni commerciali con il più grande paese del mondo. Una dinamica simile sembra ora ripetersi nella guerra contro l’Iran. Gli Stati Uniti si aspettano che gli Stati arabi del Golfo assumano una quota consistente dei rischi e delle spese del conflitto. Ciò include un pieno utilizzo delle basi militari, supporto logistico, contributi finanziari e, potenzialmente, un coinvolgimento operativo più profondo. L’obiettivo di fondo è evitare di impegnare un gran numero di forze di terra americane in quello che potrebbe diventare un conflitto prolungato e politicamente disastroso. Incoraggiando i partner regionali a sobbarcarsi una parte maggiore del peso e dei costi, gli Stati Uniti cercano di degradare le capacità dell’Iran «per mezzo di altri», invece di ricorrere a un massiccio impegno militare diretto americano. Questo approccio riflette un modello ben consolidato nella recente politica estera statunitense: utilizzare proxy regionali e alleati — che acquistano armi americane — per attaccare avversari degli USA, limitando al minimo l’esposizione diretta degli Stati Uniti. Resta da vedere se i paesi del Golfo saranno altrettanto stupidi e miopi dei paesi UE da farsi trascinare ancora più a fondo in questo conflitto e da assumere il ruolo autodistruttivo di proxy. @LauraRuHK
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