Lo chiamavano pazzo.
Paranoico.
Fanatico.
Pericoloso.
Lo hanno ridicolizzato.
Isolato.
Screditato.
Perché quando qualcuno dice la verità troppo presto, il sistema reagisce sempre allo stesso modo: lo etichetta.
Ma oggi è chiaro.
Serge Monast non era pazzo.
Era trent’anni avanti.
L’uomo che aveva visto il piano
Giornalista indipendente. Fondatore della International Free Press Agency.
Non lavorava per i grandi gruppi editoriali.
Non rispondeva ai poteri finanziari.
Indagava.
E nei primi anni ’90 ha scoperto qualcosa che non doveva essere scoperto.
Un progetto.
Un piano globale.
Un’operazione chiamata Project Blue Beam.
Un programma studiato per distruggere le religioni tradizionali, creare una falsa manifestazione divina nei cieli del mondo attraverso tecnologia satellitare e ologrammi, e introdurre una nuova religione mondiale sotto un unico governo globale.
Non fantascienza.
Tecnologia militare.
Satelliti.
Armi psicotroniche.
Manipolazione delle masse.
Monast lo aveva capito: il controllo non si impone con i carri armati.
Si impone con la percezione.
Le fasi del piano
Prima fase: destabilizzazione.
Crisi economiche.
Guerre localizzate.
Erosione della fiducia nelle istituzioni.
Seconda fase: paura globale.
Emergenze sanitarie.
Minacce invisibili.
Narrazioni unificate trasmesse 24 ore su 24.
Terza fase: soluzione centralizzata.
Per “salvare” l’umanità serve coordinamento globale.
Serve un’autorità superiore.
Serve un governo mondiale.
E nel frattempo:
– il contante scompare
– ogni transazione diventa tracciabile
– le identità diventano digitali
– le nazioni perdono sovranità
– l’educazione uniforma il pensiero
– la famiglia viene frammentata
Non è caos.
È progettazione.
Il controllo mentale di massa
Monast parlava di manipolazione psicologica su scala planetaria.
Media sincronizzati.
Narrazione unica.
Ridicolizzazione sistematica di chi dissente.
La scuola come strumento di programmazione.
La televisione come ipnosi collettiva.
La cultura pop come distrazione permanente.
E quando la distrazione non basta…
Arriva la paura.
Perché una popolazione spaventata accetta qualsiasi soluzione.
Poi accade qualcosa
1996.
Serge Monast muore improvvisamente di arresto cardiaco a 51 anni.
Pochi giorni prima, lo Stato gli porta via la figlia con il pretesto della mancata frequenza scolastica.
Viene arrestato.
Viene rilasciato.
Muore poco dopo aver pubblicato il suo lavoro più esplosivo sul Project Blue Beam.
Tempismo perfetto.
Un uomo sano.
Determinato.
Nel pieno delle sue ricerche.
E poi… silenzio.
Coincidenza?
No.
È così che funziona quando qualcuno si avvicina troppo al centro del potere.
Non serve un’esecuzione pubblica.
Basta spegnere la voce.
E oggi?
Pandemie globali che cambiano il mondo in mesi.
Valute digitali che sostituiscono il contante.
Tecnologie capaci di creare realtà indistinguibili dal vero.
Censura algoritmica.
Sorveglianza di massa.
Esattamente il modello che aveva descritto.
Trent’anni prima.
Chi rideva allora oggi evita l’argomento.
Perché i pezzi combaciano.
La verità che non possono cancellare
Hanno provato a ridicolizzarlo.
A seppellirlo.
A farlo dimenticare.
Ma le idee non muoiono.
Dormono.
E si risvegliano quando la realtà comincia a rifletterle.
Serge Monast non era un profeta.
Era un uomo che aveva visto il disegno prima che fosse completo.
E il disegno ora è sotto gli occhi di tutti.
La domanda non è se il piano esiste.
La domanda è:
Quanto è già stato realizzato?
Perché il potere non chiede il permesso.
Prepara il terreno.
E quando le persone sono pronte…
presenta la soluzione.
Chi ha occhi, vede.
Gli altri continueranno a ridere.
Fino al prossimo “evento inevitabile”.
Paranoico.
Fanatico.
Pericoloso.
Lo hanno ridicolizzato.
Isolato.
Screditato.
Perché quando qualcuno dice la verità troppo presto, il sistema reagisce sempre allo stesso modo: lo etichetta.
Ma oggi è chiaro.
Serge Monast non era pazzo.
Era trent’anni avanti.
L’uomo che aveva visto il piano
Giornalista indipendente. Fondatore della International Free Press Agency.
Non lavorava per i grandi gruppi editoriali.
Non rispondeva ai poteri finanziari.
Indagava.
E nei primi anni ’90 ha scoperto qualcosa che non doveva essere scoperto.
Un progetto.
Un piano globale.
Un’operazione chiamata Project Blue Beam.
Un programma studiato per distruggere le religioni tradizionali, creare una falsa manifestazione divina nei cieli del mondo attraverso tecnologia satellitare e ologrammi, e introdurre una nuova religione mondiale sotto un unico governo globale.
Non fantascienza.
Tecnologia militare.
Satelliti.
Armi psicotroniche.
Manipolazione delle masse.
Monast lo aveva capito: il controllo non si impone con i carri armati.
Si impone con la percezione.
Le fasi del piano
Prima fase: destabilizzazione.
Crisi economiche.
Guerre localizzate.
Erosione della fiducia nelle istituzioni.
Seconda fase: paura globale.
Emergenze sanitarie.
Minacce invisibili.
Narrazioni unificate trasmesse 24 ore su 24.
Terza fase: soluzione centralizzata.
Per “salvare” l’umanità serve coordinamento globale.
Serve un’autorità superiore.
Serve un governo mondiale.
E nel frattempo:
– il contante scompare
– ogni transazione diventa tracciabile
– le identità diventano digitali
– le nazioni perdono sovranità
– l’educazione uniforma il pensiero
– la famiglia viene frammentata
Non è caos.
È progettazione.
Il controllo mentale di massa
Monast parlava di manipolazione psicologica su scala planetaria.
Media sincronizzati.
Narrazione unica.
Ridicolizzazione sistematica di chi dissente.
La scuola come strumento di programmazione.
La televisione come ipnosi collettiva.
La cultura pop come distrazione permanente.
E quando la distrazione non basta…
Arriva la paura.
Perché una popolazione spaventata accetta qualsiasi soluzione.
Poi accade qualcosa
1996.
Serge Monast muore improvvisamente di arresto cardiaco a 51 anni.
Pochi giorni prima, lo Stato gli porta via la figlia con il pretesto della mancata frequenza scolastica.
Viene arrestato.
Viene rilasciato.
Muore poco dopo aver pubblicato il suo lavoro più esplosivo sul Project Blue Beam.
Tempismo perfetto.
Un uomo sano.
Determinato.
Nel pieno delle sue ricerche.
E poi… silenzio.
Coincidenza?
No.
È così che funziona quando qualcuno si avvicina troppo al centro del potere.
Non serve un’esecuzione pubblica.
Basta spegnere la voce.
E oggi?
Pandemie globali che cambiano il mondo in mesi.
Valute digitali che sostituiscono il contante.
Tecnologie capaci di creare realtà indistinguibili dal vero.
Censura algoritmica.
Sorveglianza di massa.
Esattamente il modello che aveva descritto.
Trent’anni prima.
Chi rideva allora oggi evita l’argomento.
Perché i pezzi combaciano.
La verità che non possono cancellare
Hanno provato a ridicolizzarlo.
A seppellirlo.
A farlo dimenticare.
Ma le idee non muoiono.
Dormono.
E si risvegliano quando la realtà comincia a rifletterle.
Serge Monast non era un profeta.
Era un uomo che aveva visto il disegno prima che fosse completo.
E il disegno ora è sotto gli occhi di tutti.
La domanda non è se il piano esiste.
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Quanto è già stato realizzato?
Perché il potere non chiede il permesso.
Prepara il terreno.
E quando le persone sono pronte…
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Fino al prossimo “evento inevitabile”.
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FALSISSIMO-EP-22-LA-RESA-
DEI-CONTI- PARTE A PAGAMENTO
Non so se avete visto l’ultima puntata che è stata cancellata dopo nemmeno un’ora dalla pubblicazione…. Questa è la parte a pagamento…. E dovrebbero vederla tutti!
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Ci sono settimane che non lasciano traccia.
E poi ce ne sono altre che comprimono il potere, lo scandalo e la guerra dentro pochi giorni.
Questa è una di quelle.
Tutto ricomincia con i dossier legati a Jeffrey Epstein.
Carte che riemergono.
Nomi che pesano.
Fotografie che tornano a circolare.
Il 19 febbraio l’onda arriva fino alla monarchia britannica:
Prince Andrew viene formalmente travolto dalle conseguenze dei suoi rapporti con Epstein.
Il 24 febbraio, negli Stati Uniti, Bill Gates interviene pubblicamente.
Parla dei suoi incontri con Epstein.
Li definisce un errore.
Il 26 e 27 febbraio, a Washington, la scena si sposta dentro il Congresso.
Prima Ilaria.
Poi Bill Clinton.
Si discute di voli, relazioni, frequentazioni.
Sul tavolo compaiono fotografie tratte dai file.
Qualcuno riprende la scena.
Qualcuno monta pochi secondi.
Qualcuno carica online.
Un video inizia a circolare.
Un sorriso che dà molto da pensare, mancava solo la lingua di fuori.
Uno sguardo che sembra indugiare, come a riportare indietro vecchi ricordi, a quanto pare piacevoli per lui.
Le mani che trattengono le immagini qualche istante di troppo.
Si vede l’avvocato avvicinarsi.
Un gesto rapido.
Le fotografie vengono sottratte dalle mani.
Chi ha visto il video ha avuto molto da pensare.
Nel mezzo, si dimette il vertice del World Economic Forum.
E pochi giorni più tardi, il deputato Ted Lieu richiama pubblicamente documenti che contengono accuse gravissime riferite a Donald Trump.
Per giorni, i file dominano le aperture dei notiziari internazionali.
Poi accade qualcosa.
Nelle stesse ore in cui l’attenzione raggiunge il massimo, il Pakistan apre un fronte con l’Afghanistan.
Il giorno successivo, gli Stati Uniti annunciano l’uccisione dell’aiatollah Ali Khamenei.
Quarantotto ore.
E il baricentro dell’informazione mondiale cambia.
Le prime pagine non parlano più di dossier.
Parlano di guerra.
Le immagini che scorrono sono altre:
droni nei cieli, intercettazioni, esplosioni vicino agli hotel sulle coste dove saremmo dovuti andare in vacanza.
Bunker a Tel Aviv.
Folle nelle strade di Teheran.
Si festeggia?
Si protesta?
Si piange?
Non importa.
Importa che nessuno stia più parlando di Clinton.
Di Gates.
Di Trump.
Non si cancellano gli scandali.
Si coprono.
Con qualcosa di più grande.
Di più urgente.
Di più rumoroso.
Mentre il pubblico osserva i conflitti come se fossero una produzione cinematografica — operazioni con nomi che sembrano usciti da un videogioco — ai vertici accadono altre cose.
OpenAI ottiene un contratto dal Pentagono del valore di miliardi.
Tra i principali partner di OpenAI c’è Microsoft.
E tra i nomi storicamente legati a Microsoft c’è Bill Gates.
Martedì: scuse pubbliche per i legami con Epstein.
Venerdì: uno dei più grandi contratti di difesa della storia recente.
Il principe Andrea torna libero.
Le inchieste rallentano.
L’attenzione evapora.
La sequenza sembra ripetersi.
Scandalo.
Esposizione.
Picco mediatico.
Poi qualcosa di più grande occupa lo spazio.
Il rumore cambia.
L’attenzione si sposta.
L’urgenza viene riscritta.
E mentre noi seguiamo ciò che brucia in superficie, sotto si firmano contratti, si consolidano alleanze, si riorganizzano equilibri.
Il potere non sparisce nel caos.
Si muove dentro il caos.
Allora forse la domanda non è solo “è vero?” oppure “è falso?”.
Forse le domande sono altre.
Perché accade proprio in quel momento?
Qual è lo scopo?
Chi trae vantaggio dallo spostamento dell’attenzione?
Chi guadagna quando il focus cambia?
Chi perde quando smettiamo di guardare?
Non si tratta di gridare.
Non si tratta di cedere allo sconforto.
Si tratta di restare consapevoli.
Osservare le sequenze.
Notare i tempi.
Leggere tra un titolo e l’altro.
Non accettare il rumore come unica realtà.
Non lasciarsi guidare solo dall’emergenza del giorno.
Farsi domande è un atto di libertà.
Perché quando l’attenzione diventa una risorsa,
decidere dove posarla è una scelta di potere.
E la consapevolezza è l’unica cosa che non può essere seppellita sotto le macerie.
Restare lucidi.
Restare vigili.
E poi ce ne sono altre che comprimono il potere, lo scandalo e la guerra dentro pochi giorni.
Questa è una di quelle.
Tutto ricomincia con i dossier legati a Jeffrey Epstein.
Carte che riemergono.
Nomi che pesano.
Fotografie che tornano a circolare.
Il 19 febbraio l’onda arriva fino alla monarchia britannica:
Prince Andrew viene formalmente travolto dalle conseguenze dei suoi rapporti con Epstein.
Il 24 febbraio, negli Stati Uniti, Bill Gates interviene pubblicamente.
Parla dei suoi incontri con Epstein.
Li definisce un errore.
Il 26 e 27 febbraio, a Washington, la scena si sposta dentro il Congresso.
Prima Ilaria.
Poi Bill Clinton.
Si discute di voli, relazioni, frequentazioni.
Sul tavolo compaiono fotografie tratte dai file.
Qualcuno riprende la scena.
Qualcuno monta pochi secondi.
Qualcuno carica online.
Un video inizia a circolare.
Un sorriso che dà molto da pensare, mancava solo la lingua di fuori.
Uno sguardo che sembra indugiare, come a riportare indietro vecchi ricordi, a quanto pare piacevoli per lui.
Le mani che trattengono le immagini qualche istante di troppo.
Si vede l’avvocato avvicinarsi.
Un gesto rapido.
Le fotografie vengono sottratte dalle mani.
Chi ha visto il video ha avuto molto da pensare.
Nel mezzo, si dimette il vertice del World Economic Forum.
E pochi giorni più tardi, il deputato Ted Lieu richiama pubblicamente documenti che contengono accuse gravissime riferite a Donald Trump.
Per giorni, i file dominano le aperture dei notiziari internazionali.
Poi accade qualcosa.
Nelle stesse ore in cui l’attenzione raggiunge il massimo, il Pakistan apre un fronte con l’Afghanistan.
Il giorno successivo, gli Stati Uniti annunciano l’uccisione dell’aiatollah Ali Khamenei.
Quarantotto ore.
E il baricentro dell’informazione mondiale cambia.
Le prime pagine non parlano più di dossier.
Parlano di guerra.
Le immagini che scorrono sono altre:
droni nei cieli, intercettazioni, esplosioni vicino agli hotel sulle coste dove saremmo dovuti andare in vacanza.
Bunker a Tel Aviv.
Folle nelle strade di Teheran.
Si festeggia?
Si protesta?
Si piange?
Non importa.
Importa che nessuno stia più parlando di Clinton.
Di Gates.
Di Trump.
Non si cancellano gli scandali.
Si coprono.
Con qualcosa di più grande.
Di più urgente.
Di più rumoroso.
Mentre il pubblico osserva i conflitti come se fossero una produzione cinematografica — operazioni con nomi che sembrano usciti da un videogioco — ai vertici accadono altre cose.
OpenAI ottiene un contratto dal Pentagono del valore di miliardi.
Tra i principali partner di OpenAI c’è Microsoft.
E tra i nomi storicamente legati a Microsoft c’è Bill Gates.
Martedì: scuse pubbliche per i legami con Epstein.
Venerdì: uno dei più grandi contratti di difesa della storia recente.
Il principe Andrea torna libero.
Le inchieste rallentano.
L’attenzione evapora.
La sequenza sembra ripetersi.
Scandalo.
Esposizione.
Picco mediatico.
Poi qualcosa di più grande occupa lo spazio.
Il rumore cambia.
L’attenzione si sposta.
L’urgenza viene riscritta.
E mentre noi seguiamo ciò che brucia in superficie, sotto si firmano contratti, si consolidano alleanze, si riorganizzano equilibri.
Il potere non sparisce nel caos.
Si muove dentro il caos.
Allora forse la domanda non è solo “è vero?” oppure “è falso?”.
Forse le domande sono altre.
Perché accade proprio in quel momento?
Qual è lo scopo?
Chi trae vantaggio dallo spostamento dell’attenzione?
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Chi perde quando smettiamo di guardare?
Non si tratta di gridare.
Non si tratta di cedere allo sconforto.
Si tratta di restare consapevoli.
Osservare le sequenze.
Notare i tempi.
Leggere tra un titolo e l’altro.
Non accettare il rumore come unica realtà.
Non lasciarsi guidare solo dall’emergenza del giorno.
Farsi domande è un atto di libertà.
Perché quando l’attenzione diventa una risorsa,
decidere dove posarla è una scelta di potere.
E la consapevolezza è l’unica cosa che non può essere seppellita sotto le macerie.
Restare lucidi.
Restare vigili.
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Più Siamo Prima Ne Usciamo
gruppo di persone che vogliono tornare alla normalità
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Sapete qual è il problema con la verità?
Non è che sia nascosta.
È che viene raccontata talmente tante volte sotto forma di finzione… che quando la senti per davvero, la scambi per una storia.
Prendete una cosa molto semplice.
Le città sotterranee.
Per anni ci hanno detto che era fantascienza.
Videogiochi. Film. Serie TV.
In Fallout — sì, proprio Fallout — l’umanità sopravvive dentro enormi bunker chiamati Vault.
Città intere costruite sotto terra, sigillate prima dell’apocalisse.
E poi arriva la serie Tv, di cui vi ho parlato qualche giorno fa, Paradise.
Una comunità segreta, protetta, isolata dal resto del mondo mentre fuori tutto crolla.
Vi sembra fantasia?
No.
È allenamento.
Allenamento psicologico.
Perché mentre noi guardiamo le serie… qualcuno costruisce davvero.
Una donna che ha lavorato dentro il governo americano lo ha detto chiaramente.
Catherine Austin Fitts.
Non una blogger.
Non un influencer.
Una funzionaria che ha lavorato sotto George H. W. Bush.
E sapete da dove è partita la sua indagine?
Dai soldi.
Dai conti del governo.
Secondo un’analisi dei bilanci federali, tra il 1998 e il 2015 nei conti di alcuni dipartimenti americani comparivano aggiustamenti contabili non spiegati per circa 21 trilioni di dollari.
Ventuno.
Trilioni.
Una cifra così grande che la mente quasi rifiuta di immaginarla.
E lei si è fatta una domanda molto semplice.
Dove sono finiti?
Così ha iniziato a indagare.
Per anni.
Seguendo bilanci, infrastrutture, documenti pubblici, anomalie.
E secondo le sue dichiarazioni… la risposta era sotto i nostri piedi.
Letteralmente.
Fitts sostiene che negli Stati Uniti sarebbero state costruite circa 170 basi sotterranee.
Strutture enormi.
Non semplici bunker.
Ma complessi sotterranei collegati da sistemi di trasporto nascosti.
Secondo lei alcuni di questi sarebbero perfino sotto gli oceani.
Città invisibili.
Costruite per un momento preciso.
Il giorno in cui la superficie smetterà di essere sicura.
Un evento di quasi estinzione.
Una catastrofe globale.
Oppure progetti segreti di cui noi non sappiamo nulla.
E mentre voi pensate che sia fantascienza… vi faccio una domanda molto semplice.
Se davvero il mondo stesse preparando un rifugio per una catastrofe globale…
secondo voi…
costruirebbero posti per otto miliardi di persone?
O solo per pochi?
Vedete… il trucco è geniale.
Prima ti mostrano l’idea nei film.
Poi la ripetono nelle serie.
Poi nei videogiochi.
La chiamano intrattenimento.
Ma è programmazione predittiva.
Ti abitui all’idea.
Così quando qualcuno dice che esistono città sotto terra… tu sorridi.
Dici:
“Ah sì… come in Fallout.”
Esatto.
Proprio come in Fallout.
Solo che stavolta… non è un copione.
E mentre noi discutiamo se tutto questo sia vero o no…
mentre ci chiediamo se le città sotterranee esistono davvero…
fuori succedono cose molto più grandi.
Ci sono documenti che emergono.
Archivi che si aprono.
Nomi che iniziano a circolare.
I file di Jeffrey Epstein.
Una rete di potere.
Di ricatti.
Di silenzi.
Eppure sapete cosa dice la gente?
“Fake news.”
“Teorie del complotto.”
“Esagerazioni.”
È sempre la stessa risposta.
Perché mettere in discussione il mondo fa paura.
È molto più facile ridere.
Molto più comodo pensare che sia tutto inventato.
Intanto c’è chi spinge il mondo verso nuove guerre.
C’è chi alimenta la paura.
C’è chi prepara il terreno per un futuro che nessuno ha votato.
E la cosa più pericolosa… non è il potere.
È l’indifferenza.
Perché il vero antidoto non è un bunker.
Non è una base sotterranea.
È la consapevolezza.
La verità.
La capacità di guardare il mondo e dire:
“No.”
No alla paura.
No alla manipolazione.
No al male che ci vogliono far accettare come inevitabile.
Perché alla fine… la resistenza più potente che abbiamo
non è sotto terra.
È qui.
Nella mente.
E nella coscienza di chi sceglie di vedere.
T.me/piusiamoprimaneusciamo
Non è che sia nascosta.
È che viene raccontata talmente tante volte sotto forma di finzione… che quando la senti per davvero, la scambi per una storia.
Prendete una cosa molto semplice.
Le città sotterranee.
Per anni ci hanno detto che era fantascienza.
Videogiochi. Film. Serie TV.
In Fallout — sì, proprio Fallout — l’umanità sopravvive dentro enormi bunker chiamati Vault.
Città intere costruite sotto terra, sigillate prima dell’apocalisse.
E poi arriva la serie Tv, di cui vi ho parlato qualche giorno fa, Paradise.
Una comunità segreta, protetta, isolata dal resto del mondo mentre fuori tutto crolla.
Vi sembra fantasia?
No.
È allenamento.
Allenamento psicologico.
Perché mentre noi guardiamo le serie… qualcuno costruisce davvero.
Una donna che ha lavorato dentro il governo americano lo ha detto chiaramente.
Catherine Austin Fitts.
Non una blogger.
Non un influencer.
Una funzionaria che ha lavorato sotto George H. W. Bush.
E sapete da dove è partita la sua indagine?
Dai soldi.
Dai conti del governo.
Secondo un’analisi dei bilanci federali, tra il 1998 e il 2015 nei conti di alcuni dipartimenti americani comparivano aggiustamenti contabili non spiegati per circa 21 trilioni di dollari.
Ventuno.
Trilioni.
Una cifra così grande che la mente quasi rifiuta di immaginarla.
E lei si è fatta una domanda molto semplice.
Dove sono finiti?
Così ha iniziato a indagare.
Per anni.
Seguendo bilanci, infrastrutture, documenti pubblici, anomalie.
E secondo le sue dichiarazioni… la risposta era sotto i nostri piedi.
Letteralmente.
Fitts sostiene che negli Stati Uniti sarebbero state costruite circa 170 basi sotterranee.
Strutture enormi.
Non semplici bunker.
Ma complessi sotterranei collegati da sistemi di trasporto nascosti.
Secondo lei alcuni di questi sarebbero perfino sotto gli oceani.
Città invisibili.
Costruite per un momento preciso.
Il giorno in cui la superficie smetterà di essere sicura.
Un evento di quasi estinzione.
Una catastrofe globale.
Oppure progetti segreti di cui noi non sappiamo nulla.
E mentre voi pensate che sia fantascienza… vi faccio una domanda molto semplice.
Se davvero il mondo stesse preparando un rifugio per una catastrofe globale…
secondo voi…
costruirebbero posti per otto miliardi di persone?
O solo per pochi?
Vedete… il trucco è geniale.
Prima ti mostrano l’idea nei film.
Poi la ripetono nelle serie.
Poi nei videogiochi.
La chiamano intrattenimento.
Ma è programmazione predittiva.
Ti abitui all’idea.
Così quando qualcuno dice che esistono città sotto terra… tu sorridi.
Dici:
“Ah sì… come in Fallout.”
Esatto.
Proprio come in Fallout.
Solo che stavolta… non è un copione.
E mentre noi discutiamo se tutto questo sia vero o no…
mentre ci chiediamo se le città sotterranee esistono davvero…
fuori succedono cose molto più grandi.
Ci sono documenti che emergono.
Archivi che si aprono.
Nomi che iniziano a circolare.
I file di Jeffrey Epstein.
Una rete di potere.
Di ricatti.
Di silenzi.
Eppure sapete cosa dice la gente?
“Fake news.”
“Teorie del complotto.”
“Esagerazioni.”
È sempre la stessa risposta.
Perché mettere in discussione il mondo fa paura.
È molto più facile ridere.
Molto più comodo pensare che sia tutto inventato.
Intanto c’è chi spinge il mondo verso nuove guerre.
C’è chi alimenta la paura.
C’è chi prepara il terreno per un futuro che nessuno ha votato.
E la cosa più pericolosa… non è il potere.
È l’indifferenza.
Perché il vero antidoto non è un bunker.
Non è una base sotterranea.
È la consapevolezza.
La verità.
La capacità di guardare il mondo e dire:
“No.”
No alla paura.
No alla manipolazione.
No al male che ci vogliono far accettare come inevitabile.
Perché alla fine… la resistenza più potente che abbiamo
non è sotto terra.
È qui.
Nella mente.
E nella coscienza di chi sceglie di vedere.
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Dal web
“MI CHIESERO DI SACRIFICARE BAMBINI”
Ronald Bernard. Ex-banchiere dell’elite olandese. 2017. Un’intervista che nessuno voleva sentire.
Ronald lavorava ai livelli più alti della finanza globale. Non le banche che conoscete. Quelle sopra. Quelle che nessuno nomina. Gestiva soldi per i “veri potenti” - quelli che muovono il mondo da dietro le quinte.
Ha parlato di tutto. Riciclaggio di centinaia di miliardi. Finanziamento del terrorismo. Distruzione deliberata di economie intere. “Ero bravo nel mio lavoro,” ha detto. “Mi dissero di spegnere la coscienza. E lo feci.”
Per anni ha funzionato. Saliva. Guadagnava cifre che non possiamo immaginare. Sempre più potere. Sempre più dentro.
Fino al giorno in cui gli chiesero la prova finale di lealtà.
Ronald Bernard, le sue parole esatte, mentre piange davanti alla telecamera:
“Per entrare ai livelli più alti, dovevo partecipare a… cerimonie. Sacrifici. Bambini.”
“Mi portarono là. Vidi cosa stavano per fare.”
“E collassai.”
L’intervista è su YouTube. Potete guardarla. Ronald piange. Trema. Le mani gli tremano mentre parla. Non sta recitando. Non sta esagerando. È un uomo spezzato che ha visto qualcosa che non doveva vedere.
“Non potevo,” continua. “Quella fu la linea che non potei attraversare. Ebbi un breakdown nervoso completo. Finii in ospedale psichiatrico.”
Un uomo che aveva gestito miliardi senza battere ciglio. Che aveva finanziato guerre. Che aveva distrutto vite senza rimorso. Aveva una regola: spegni la coscienza, fai il lavoro.
Ma quel giorno vide qualcosa che spense lui.
NON ERA SOLO ABUSO
Capite? Non gli chiesero di guardare pedofilia. Ronald aveva già visto il marcio dell’elite. Sapeva di Epstein. Sapeva del trafficking. Quello era il “livello basso” come lo chiama lui.
Questo era diverso.
Non abuso sessuale per piacere. Non ricatto. Non controllo.
Rituali. Cerimonie. Aveva usato la parola “sacrifici.” E poi si era fermato. Come se dire di più fosse troppo.
Maria Farmer lo sentiva anche lei. Vittima di Epstein. Una delle prime a parlare all’FBI. Ha descritto Ghislaine Maxwell ossessionata dalla cabala, dal misticismo ebraico. “Parlava continuamente dell’energia dei bambini,” ha testimoniato. “Come se fosse qualcosa di fisico. Di utilizzabile.”
Sull’isola di Epstein c’erano simboli ovunque. Occhi egizi. Piramidi. Geometria sacra dipinta sui muri. E quel tempio. Quella strana struttura blu e oro con la cupola. Nessuno sa davvero cosa ci fosse dentro. I sotterranei sono documentati dalle foto satellitari. I residenti delle isole vicine sentivano strani suoni di notte. Vedevano luci. “Cerimonie,” hanno detto.
Maria Farmer ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: “Sentivo che l’abuso era parte di qualcosa più grande. Qualcosa che non capivo completamente. Ma lo sentivo.”
E POI C’È MARAJÓ
Isola Marajó. Stato di Pará, Brasile. Anni 2000, emerge uno scandalo che fa impallidire per numeri. Centinaia di bambini. L’elite brasiliana coinvolta fino al collo - politici, uomini d’affari, nomi che tutti conoscono.
Ma quando i sopravvissuti hanno iniziato a parlare, hanno descritto qualcosa di strano. Non solo abuso. Rituali. Candele. Simboli. “Cerimonie strane,” hanno detto. Parole quasi identiche a quelle di Maria Farmer. A ottomila chilometri di distanza.
Un giornalista, Lúcio Flávio Pinto, ha esposto tutto nel 2003. Ha pubblicato nomi. Ha pubblicato prove. Sapete cos’è successo? Minacce di morte immediate. Zero arresti dell’elite coinvolta. Il caso è stato chiuso. Sepolto. Dimenticato.
Stesso identico pattern di Epstein. Elite. Bambini. Rituali. Protezione totale. Impunità assoluta (al momento).
BOHEMIAN GROVE - LO FANNO PERSINO ALLA LUCE DEL SOLE
Ogni anno, l’elite americana - presidenti, CEO, banchieri, i nomi che vedete in TV - si riunisce in una foresta in California. Campo privato. Sicurezza militare. Zero media ammessi.
E cosa fanno questi uomini più potenti d’America?
Continua …
“MI CHIESERO DI SACRIFICARE BAMBINI”
Ronald Bernard. Ex-banchiere dell’elite olandese. 2017. Un’intervista che nessuno voleva sentire.
Ronald lavorava ai livelli più alti della finanza globale. Non le banche che conoscete. Quelle sopra. Quelle che nessuno nomina. Gestiva soldi per i “veri potenti” - quelli che muovono il mondo da dietro le quinte.
Ha parlato di tutto. Riciclaggio di centinaia di miliardi. Finanziamento del terrorismo. Distruzione deliberata di economie intere. “Ero bravo nel mio lavoro,” ha detto. “Mi dissero di spegnere la coscienza. E lo feci.”
Per anni ha funzionato. Saliva. Guadagnava cifre che non possiamo immaginare. Sempre più potere. Sempre più dentro.
Fino al giorno in cui gli chiesero la prova finale di lealtà.
Ronald Bernard, le sue parole esatte, mentre piange davanti alla telecamera:
“Per entrare ai livelli più alti, dovevo partecipare a… cerimonie. Sacrifici. Bambini.”
“Mi portarono là. Vidi cosa stavano per fare.”
“E collassai.”
L’intervista è su YouTube. Potete guardarla. Ronald piange. Trema. Le mani gli tremano mentre parla. Non sta recitando. Non sta esagerando. È un uomo spezzato che ha visto qualcosa che non doveva vedere.
“Non potevo,” continua. “Quella fu la linea che non potei attraversare. Ebbi un breakdown nervoso completo. Finii in ospedale psichiatrico.”
Un uomo che aveva gestito miliardi senza battere ciglio. Che aveva finanziato guerre. Che aveva distrutto vite senza rimorso. Aveva una regola: spegni la coscienza, fai il lavoro.
Ma quel giorno vide qualcosa che spense lui.
NON ERA SOLO ABUSO
Capite? Non gli chiesero di guardare pedofilia. Ronald aveva già visto il marcio dell’elite. Sapeva di Epstein. Sapeva del trafficking. Quello era il “livello basso” come lo chiama lui.
Questo era diverso.
Non abuso sessuale per piacere. Non ricatto. Non controllo.
Rituali. Cerimonie. Aveva usato la parola “sacrifici.” E poi si era fermato. Come se dire di più fosse troppo.
Maria Farmer lo sentiva anche lei. Vittima di Epstein. Una delle prime a parlare all’FBI. Ha descritto Ghislaine Maxwell ossessionata dalla cabala, dal misticismo ebraico. “Parlava continuamente dell’energia dei bambini,” ha testimoniato. “Come se fosse qualcosa di fisico. Di utilizzabile.”
Sull’isola di Epstein c’erano simboli ovunque. Occhi egizi. Piramidi. Geometria sacra dipinta sui muri. E quel tempio. Quella strana struttura blu e oro con la cupola. Nessuno sa davvero cosa ci fosse dentro. I sotterranei sono documentati dalle foto satellitari. I residenti delle isole vicine sentivano strani suoni di notte. Vedevano luci. “Cerimonie,” hanno detto.
Maria Farmer ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: “Sentivo che l’abuso era parte di qualcosa più grande. Qualcosa che non capivo completamente. Ma lo sentivo.”
E POI C’È MARAJÓ
Isola Marajó. Stato di Pará, Brasile. Anni 2000, emerge uno scandalo che fa impallidire per numeri. Centinaia di bambini. L’elite brasiliana coinvolta fino al collo - politici, uomini d’affari, nomi che tutti conoscono.
Ma quando i sopravvissuti hanno iniziato a parlare, hanno descritto qualcosa di strano. Non solo abuso. Rituali. Candele. Simboli. “Cerimonie strane,” hanno detto. Parole quasi identiche a quelle di Maria Farmer. A ottomila chilometri di distanza.
Un giornalista, Lúcio Flávio Pinto, ha esposto tutto nel 2003. Ha pubblicato nomi. Ha pubblicato prove. Sapete cos’è successo? Minacce di morte immediate. Zero arresti dell’elite coinvolta. Il caso è stato chiuso. Sepolto. Dimenticato.
Stesso identico pattern di Epstein. Elite. Bambini. Rituali. Protezione totale. Impunità assoluta (al momento).
BOHEMIAN GROVE - LO FANNO PERSINO ALLA LUCE DEL SOLE
Ogni anno, l’elite americana - presidenti, CEO, banchieri, i nomi che vedete in TV - si riunisce in una foresta in California. Campo privato. Sicurezza militare. Zero media ammessi.
E cosa fanno questi uomini più potenti d’America?
Continua …
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Segue…..
Indossano tuniche. Si riuniscono di notte davanti a una statua di un gufo alta 12 metri. E fanno un rituale chiamato “Cremation of Care” - cremazione della preoccupazione. Bruciano un’effigie umana. Cantano. È tutto filmato. Alex Jones si è infiltrato nel 2000 e ha ripreso tutto.
“È solo teatro,” dicono quando vengono scoperti. “Tradizione. Divertimento.”
Ma perché gli uomini più potenti del mondo hanno bisogno di fare “teatro” con rituali occulti in segreto assoluto davanti a un gufo gigante?
Pensateci.
Ronald Bernard dall’Olanda dice che gli chiesero di partecipare a rituali con bambini. Maria Farmer dagli Stati Uniti descrive simbolismo occulto e ossessione mistica ovunque nell’operazione Epstein. I sopravvissuti di Marajó in Brasile descrivono cerimonie. E l’elite americana si riunisce ogni anno per bruciare effigi davanti a un gufo in foreste sorvegliate come basi militari.
Non sono eventi casuali in posti casuali.
È un pattern. Globale. Che attraversa continenti. Culture. Decenni. Secoli.
MA PERCHÉ?
Ronald Bernard ha dato una risposta che mi ha ghiacciato il sangue: “Ai livelli più alti, non si tratta solo di soldi. È potere oltre i soldi. Controllo oltre il mondo fisico. Loro credono in queste cose. Seriamente.”
Forse è controllo psicologico totale. Fai commettere a qualcuno un atto così estremo che non può mai più tornare indietro. È legato per sempre. Ricattabile al di là di ogni immaginazione.
O forse ci credono davvero. Forse l’elite crede che i rituali diano potere. Che i bambini abbiano un’energia utilizzabile. Che ci sia qualcosa oltre quello che vediamo.
Non importa se è vero o no. Importa che LORO ci credono. E agiscono di conseguenza.
O forse è entrambe le cose. Controllo e credenza che si rinforzano a vicenda in un ciclo senza fine.
Se l’elite più potente del mondo fa rituali segreti documentati, richiede “partecipazione a cerimonie” per far avanzare le persone ai livelli più alti, usa simbolismo occulto ovunque, e protegge questo segreto con omicidi sistematici… cosa ci stanno nascondendo esattamente?
Non lo so completamente. Ma Ronald Bernard l’ha visto. E ha preferito perdere tutto - la carriera, i soldi, la sanità mentale - piuttosto che farlo.
L’intervista è online. Guardatela. Ronald piange. Trema. Non finge. Ha visto qualcosa che ha spezzato un uomo che gestiva miliardi per l’elite globale senza battere ciglio.
E quel qualcosa coinvolgeva bambini. E rituali. E livelli di potere che non possiamo nemmeno immaginare.
C’è un livello oltre quello che vi dicono. E loro uccidono per proteggerlo.
Indossano tuniche. Si riuniscono di notte davanti a una statua di un gufo alta 12 metri. E fanno un rituale chiamato “Cremation of Care” - cremazione della preoccupazione. Bruciano un’effigie umana. Cantano. È tutto filmato. Alex Jones si è infiltrato nel 2000 e ha ripreso tutto.
“È solo teatro,” dicono quando vengono scoperti. “Tradizione. Divertimento.”
Ma perché gli uomini più potenti del mondo hanno bisogno di fare “teatro” con rituali occulti in segreto assoluto davanti a un gufo gigante?
Pensateci.
Ronald Bernard dall’Olanda dice che gli chiesero di partecipare a rituali con bambini. Maria Farmer dagli Stati Uniti descrive simbolismo occulto e ossessione mistica ovunque nell’operazione Epstein. I sopravvissuti di Marajó in Brasile descrivono cerimonie. E l’elite americana si riunisce ogni anno per bruciare effigi davanti a un gufo in foreste sorvegliate come basi militari.
Non sono eventi casuali in posti casuali.
È un pattern. Globale. Che attraversa continenti. Culture. Decenni. Secoli.
MA PERCHÉ?
Ronald Bernard ha dato una risposta che mi ha ghiacciato il sangue: “Ai livelli più alti, non si tratta solo di soldi. È potere oltre i soldi. Controllo oltre il mondo fisico. Loro credono in queste cose. Seriamente.”
Forse è controllo psicologico totale. Fai commettere a qualcuno un atto così estremo che non può mai più tornare indietro. È legato per sempre. Ricattabile al di là di ogni immaginazione.
O forse ci credono davvero. Forse l’elite crede che i rituali diano potere. Che i bambini abbiano un’energia utilizzabile. Che ci sia qualcosa oltre quello che vediamo.
Non importa se è vero o no. Importa che LORO ci credono. E agiscono di conseguenza.
O forse è entrambe le cose. Controllo e credenza che si rinforzano a vicenda in un ciclo senza fine.
Se l’elite più potente del mondo fa rituali segreti documentati, richiede “partecipazione a cerimonie” per far avanzare le persone ai livelli più alti, usa simbolismo occulto ovunque, e protegge questo segreto con omicidi sistematici… cosa ci stanno nascondendo esattamente?
Non lo so completamente. Ma Ronald Bernard l’ha visto. E ha preferito perdere tutto - la carriera, i soldi, la sanità mentale - piuttosto che farlo.
L’intervista è online. Guardatela. Ronald piange. Trema. Non finge. Ha visto qualcosa che ha spezzato un uomo che gestiva miliardi per l’elite globale senza battere ciglio.
E quel qualcosa coinvolgeva bambini. E rituali. E livelli di potere che non possiamo nemmeno immaginare.
C’è un livello oltre quello che vi dicono. E loro uccidono per proteggerlo.
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Non servono parole per commentare… I numeri ci dicono già tutto… e la guerra va avanti e altri innocenti stanno perdendo la loro vita… sempre e solo per lo stesso motivo…
T.me/piusiamoprimaneusciamo
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“W.” è un film del 2008 diretto da Oliver Stone che racconta l’ascesa politica e la presidenza di George W. Bush.
Attraverso scene intime e riunioni strategiche, il film esplora le motivazioni, le pressioni e le decisioni che portarono alla guerra in Iraq.
È una biografia politica… ma per chi guarda senza il velo di Maya, il film è uno dei tanti strumenti usati dall’élite per addomesticare il gregge.
Infatti c’è chi guarda W. e vede un film politico.
E poi ci sono “i complottisti”, che guardano con l’occhio di chi sa che il potere non fa mai nulla senza prima… annunciarlo.
Perché esiste una legge non scritta, antica quanto il mondo:
prima di fregarti, ti avviso.
Così, quando succede, tu l’hai già accettato senza accorgertene.
E allora quella scena — quella riunione silenziosa, quelle mappe dell’Iraq e dell’Iran, quei discorsi sul sottosuolo invece che sulla democrazia — smette di essere fiction.
Diventa un avvertimento rituale.
Un modo elegante per dire:
“Ehi, questo è il piano.
Lo mettiamo in un film così nessuno può dire che non lo sapeva.”
Il cinema come confessione preventiva.
La geopolitica come teatro.
E purtroppo ci sono ancora troppi spettatori che pensano fosse solo intrattenimento… mentre loro, con un sorriso, spuntavano la casella dell’obbligo karmico:
“L’abbiamo detto.
L’abbiamo mostrato.
Ora possiamo procedere.”
E così W. diventa predittivo non perché indovina il futuro, ma perché lo dichiara prima che accada.
Un messaggio in codice consegnato al pubblico, nascosto in piena vista.
Perché il potere, quello vero, non agisce mai all’improvviso:
ti prepara, ti abitua, ti addestra a non stupirti, ti educa ad accettare.
E quando alla fine succede…
tu pensi che fosse inevitabile.
O peggio: che fosse già successo.
E il punto è proprio questo:
non è che non vediamo la verità… è che ce la mostrano talmente in faccia da farcela sembrare fantasia.
È il trucco più antico del potere: trasformare il reale in finzione, così quando la finzione diventa reale nessuno protesta.
Perché alla fine, il vero capolavoro non è il film.
Il vero capolavoro… siamo noi che continuiamo a guardare senza vedere.
E loro lo sanno.
E ci contano.
Sempre.
Eppure, in tutto questo, c’è una cosa che il potere non ha mai previsto davvero:
che qualcuno, prima o poi, avrebbe iniziato a guardare davvero.
Perché aprire gli occhi è un atto semplice, ma rivoluzionario.
È il primo passo per spezzare il meccanismo, per uscire dal ruolo di spettatore e rientrare in quello di essere umano consapevole.
E quando inizi a vedere, anche solo un po’, tutto cambia.
Il film non è più un avvertimento travestito, ma un promemoria:
la verità non è nascosta — è solo ignorata.
E basta un attimo di lucidità per far crollare anni di condizionamento.
Perché sì, loro contano sulla nostra distrazione.
Ma non hanno ancora trovato un modo per fermare chi si sveglia.
E ogni risveglio, anche piccolo, è una crepa nel loro copione perfetto.
E allora sì: aprire gli occhi è il primo passo.
Il resto… viene da sé.
T.me/piusiamoprimaneusciamo
Attraverso scene intime e riunioni strategiche, il film esplora le motivazioni, le pressioni e le decisioni che portarono alla guerra in Iraq.
È una biografia politica… ma per chi guarda senza il velo di Maya, il film è uno dei tanti strumenti usati dall’élite per addomesticare il gregge.
Infatti c’è chi guarda W. e vede un film politico.
E poi ci sono “i complottisti”, che guardano con l’occhio di chi sa che il potere non fa mai nulla senza prima… annunciarlo.
Perché esiste una legge non scritta, antica quanto il mondo:
prima di fregarti, ti avviso.
Così, quando succede, tu l’hai già accettato senza accorgertene.
E allora quella scena — quella riunione silenziosa, quelle mappe dell’Iraq e dell’Iran, quei discorsi sul sottosuolo invece che sulla democrazia — smette di essere fiction.
Diventa un avvertimento rituale.
Un modo elegante per dire:
“Ehi, questo è il piano.
Lo mettiamo in un film così nessuno può dire che non lo sapeva.”
Il cinema come confessione preventiva.
La geopolitica come teatro.
E purtroppo ci sono ancora troppi spettatori che pensano fosse solo intrattenimento… mentre loro, con un sorriso, spuntavano la casella dell’obbligo karmico:
“L’abbiamo detto.
L’abbiamo mostrato.
Ora possiamo procedere.”
E così W. diventa predittivo non perché indovina il futuro, ma perché lo dichiara prima che accada.
Un messaggio in codice consegnato al pubblico, nascosto in piena vista.
Perché il potere, quello vero, non agisce mai all’improvviso:
ti prepara, ti abitua, ti addestra a non stupirti, ti educa ad accettare.
E quando alla fine succede…
tu pensi che fosse inevitabile.
O peggio: che fosse già successo.
E il punto è proprio questo:
non è che non vediamo la verità… è che ce la mostrano talmente in faccia da farcela sembrare fantasia.
È il trucco più antico del potere: trasformare il reale in finzione, così quando la finzione diventa reale nessuno protesta.
Perché alla fine, il vero capolavoro non è il film.
Il vero capolavoro… siamo noi che continuiamo a guardare senza vedere.
E loro lo sanno.
E ci contano.
Sempre.
Eppure, in tutto questo, c’è una cosa che il potere non ha mai previsto davvero:
che qualcuno, prima o poi, avrebbe iniziato a guardare davvero.
Perché aprire gli occhi è un atto semplice, ma rivoluzionario.
È il primo passo per spezzare il meccanismo, per uscire dal ruolo di spettatore e rientrare in quello di essere umano consapevole.
E quando inizi a vedere, anche solo un po’, tutto cambia.
Il film non è più un avvertimento travestito, ma un promemoria:
la verità non è nascosta — è solo ignorata.
E basta un attimo di lucidità per far crollare anni di condizionamento.
Perché sì, loro contano sulla nostra distrazione.
Ma non hanno ancora trovato un modo per fermare chi si sveglia.
E ogni risveglio, anche piccolo, è una crepa nel loro copione perfetto.
E allora sì: aprire gli occhi è il primo passo.
Il resto… viene da sé.
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Oggi, 26 aprile, la mia liberazione la celebro così: ricordando che in Italia, per vedere riaffiorare un minimo di buon senso, bisogna aspettare che un tribunale faccia ciò che la politica non ha avuto il coraggio — o la volontà — di fare.
Il Tribunale di Pesaro ha annullato una multa di 544 euro a un uomo che nel novembre 2020 aveva commesso l’inaudito: andare a trovare la fidanzata dopo il coprifuoco. Un gesto che, a giudicare da come veniva trattato, sembrava quasi un attentato all’ordine pubblico.
Lui non si è piegato: ricorso al Giudice di Pace, vittoria. Il prefetto, evidentemente più interessato a difendere il decreto che la logica, impugna. E si finisce davanti al giudice ordinario.
Ed è lì che la storia diventa un manuale vivente di ciò che non dovrebbe accadere in uno Stato di diritto: il Tribunale non solo dà ragione al “pericoloso trasgressore”, ma — come ricostruito da Il Resto del Carlino — smonta uno per uno i pilastri con cui erano state giustificate le restrizioni. Il giudice ricorda una verità elementare: se lo Stato decide di limitare la libertà, deve spiegare esattamente perché. Non basta agitare la parola “pandemia” come un lasciapassare per qualsiasi misura. Servono dati, motivazioni, proporzionalità. Tutte cose che, secondo questa ricostruzione, nei DPCM dell’epoca erano evaporate come l’amuchina sugli scaffali.
E qui aggiungo ciò che dicevo già allora — e che molti sostenevano: mentre si blindavano le persone in casa, si chiudevano anche migliaia di attività senza seguire le procedure previste dalla legge. Perché la normativa italiana è chiara: a chiudere un esercizio commerciale può essere il sindaco, con un atto formale pubblicato sull’albo pretorio. Punto. Non con un decreto nazionale che congela l’economia di un intero Paese.
Il risultato lo abbiamo visto tutti: serrande abbassate, imprese fallite, famiglie travolte. Una devastazione economica che non è stata un “effetto collaterale”, ma una conseguenza diretta di scelte calate dall’alto senza trasparenza e senza responsabilità.
Risultato: il DPCM non supera il test della motivazione e della proporzionalità.
E allora sì, oggi onore al Tribunale di Pesaro, che in questa vicenda sembra ricordare allo Stato che i cittadini non sono pedine da spostare a colpi di decreto.
E onore, soprattutto, a chi ha violato il DPCM per amore e poi ha avuto la forza di combattere nei tribunali, trasformando un episodio personale in una piccola, concreta lezione di libertà.
Se questa non è una liberazione — anche se è il 26 e non il 25 — allora davvero non so cosa lo sia.
T.me/piusismoprimaneusciamo
Il Tribunale di Pesaro ha annullato una multa di 544 euro a un uomo che nel novembre 2020 aveva commesso l’inaudito: andare a trovare la fidanzata dopo il coprifuoco. Un gesto che, a giudicare da come veniva trattato, sembrava quasi un attentato all’ordine pubblico.
Lui non si è piegato: ricorso al Giudice di Pace, vittoria. Il prefetto, evidentemente più interessato a difendere il decreto che la logica, impugna. E si finisce davanti al giudice ordinario.
Ed è lì che la storia diventa un manuale vivente di ciò che non dovrebbe accadere in uno Stato di diritto: il Tribunale non solo dà ragione al “pericoloso trasgressore”, ma — come ricostruito da Il Resto del Carlino — smonta uno per uno i pilastri con cui erano state giustificate le restrizioni. Il giudice ricorda una verità elementare: se lo Stato decide di limitare la libertà, deve spiegare esattamente perché. Non basta agitare la parola “pandemia” come un lasciapassare per qualsiasi misura. Servono dati, motivazioni, proporzionalità. Tutte cose che, secondo questa ricostruzione, nei DPCM dell’epoca erano evaporate come l’amuchina sugli scaffali.
E qui aggiungo ciò che dicevo già allora — e che molti sostenevano: mentre si blindavano le persone in casa, si chiudevano anche migliaia di attività senza seguire le procedure previste dalla legge. Perché la normativa italiana è chiara: a chiudere un esercizio commerciale può essere il sindaco, con un atto formale pubblicato sull’albo pretorio. Punto. Non con un decreto nazionale che congela l’economia di un intero Paese.
Il risultato lo abbiamo visto tutti: serrande abbassate, imprese fallite, famiglie travolte. Una devastazione economica che non è stata un “effetto collaterale”, ma una conseguenza diretta di scelte calate dall’alto senza trasparenza e senza responsabilità.
Risultato: il DPCM non supera il test della motivazione e della proporzionalità.
E allora sì, oggi onore al Tribunale di Pesaro, che in questa vicenda sembra ricordare allo Stato che i cittadini non sono pedine da spostare a colpi di decreto.
E onore, soprattutto, a chi ha violato il DPCM per amore e poi ha avuto la forza di combattere nei tribunali, trasformando un episodio personale in una piccola, concreta lezione di libertà.
Se questa non è una liberazione — anche se è il 26 e non il 25 — allora davvero non so cosa lo sia.
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Non vi fate fregare di nuovo!
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Stai leggendo l’etichetta della farina che usi ogni giorno.
Ingredienti: farina di frumento. Nient’altro.
Quello che non trovi scritto è l’acrilammide.
Si forma durante la cottura ad alte temperature. Più la farina è raffinata, più il processo è accelerato. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro la classifica come probabilmente cancerogena per l’uomo dal 1994. Non è un’ipotesi, è una classificazione ufficiale.
Nessun produttore è obbligato a riportarla in etichetta. Quindi non lo fa.
Non sto dicendo di smettere di mangiare pane. Sto dicendo che hai il diritto di sapere cosa succede dentro quella farina prima che arrivi nel tuo piatto.
T.me/piusiamoprimaneusciamo
Ingredienti: farina di frumento. Nient’altro.
Quello che non trovi scritto è l’acrilammide.
Si forma durante la cottura ad alte temperature. Più la farina è raffinata, più il processo è accelerato. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro la classifica come probabilmente cancerogena per l’uomo dal 1994. Non è un’ipotesi, è una classificazione ufficiale.
Nessun produttore è obbligato a riportarla in etichetta. Quindi non lo fa.
Non sto dicendo di smettere di mangiare pane. Sto dicendo che hai il diritto di sapere cosa succede dentro quella farina prima che arrivi nel tuo piatto.
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