«Cerca con ogni mezzo la compagnia del buono, del saggio, di colui che è la nave che attraversa l’oceano delle nascite e delle morti.»
Parte del canto dello Yoga Vasistha che è postato nella storia di Echammal.
Parte del canto dello Yoga Vasistha che è postato nella storia di Echammal.
“Con il suo collo consacrato dal flusso d’acqua che scorre dalle ciocche di capelli simili ad una fitta foresta,
E sul collo il serpente, dove a testa alzata è appeso come una ghirlanda,
E il tamburo Damaru che emette il suono “Damat Damat Damat Damat”,
Il Signore Shiva ha fatto la danza di buon auspicio di Tandava. Possa Egli conferire prosperità a tutti noi.
Ho un interesse molto profondo su Shiva,
La cui testa è glorificata dalle file di onde in movimento del fiume celeste Ganga, che si agitano nel profondo pozzo dei suoi capelli a ciocche ingarbugliate (Jata).
E che ha un brillante fuoco che fiammeggia sulla fronte,
E la luna crescente come un gioiello sulla sua testa.
Possa la mia mente cercare la felicità nel Signore Shiva,
Nella cui mente esistono tutti gli esseri viventi del glorioso universo,
Che è il compagno di Parvati (figlia del Re della Montagna),
Che controlla avversità insuperabili con il suo sguardo compassionevole, Che è onnipervadente (i Cieli sono i suoi vestiti).
Possa io trovare piacere meraviglioso nel Signore Shiva, che è il sostenitore di tutta la vita,
Che con il suo serpente strisciante con il cappuccio marrone rossastro e con la lucentezza della sua gemma su di esso
Diffondendo variegati colori sui bei volti delle Dee delle Direzioni,
Che è coperto da uno scintillante scialle fatto con la pelle di un enorme elefante inebriato.”
“Quando potrò adorare il Signore Sadashiva (eternamente di buon auspicio)?
Dio, con equanime visione nei confronti del popolo, di un imperatore, e di un filo d'erba
E dallo sguardo come il loto, verso amici e nemici,
verso la gemma più preziosa e qualche grumo di sporcizia,
Verso un serpente o una ghirlanda e verso le variegate forme del mondo.
Quando potrò essere felice, vivendo nella caverna vicino al fiume celeste, Ganga,
portando le mani giunte sulla mia testa per tutto il tempo,
con i miei cattivi pensieri lavati via, pronunciando il mantra di Shiva,
devoto al Dio con la fronte gloriosa e con occhi vibranti?”
Pezzi del Shiva Tandava Stotram. Attribuito a Ravana.
Traduzione di Govinda Das Aghori.
E sul collo il serpente, dove a testa alzata è appeso come una ghirlanda,
E il tamburo Damaru che emette il suono “Damat Damat Damat Damat”,
Il Signore Shiva ha fatto la danza di buon auspicio di Tandava. Possa Egli conferire prosperità a tutti noi.
Ho un interesse molto profondo su Shiva,
La cui testa è glorificata dalle file di onde in movimento del fiume celeste Ganga, che si agitano nel profondo pozzo dei suoi capelli a ciocche ingarbugliate (Jata).
E che ha un brillante fuoco che fiammeggia sulla fronte,
E la luna crescente come un gioiello sulla sua testa.
Possa la mia mente cercare la felicità nel Signore Shiva,
Nella cui mente esistono tutti gli esseri viventi del glorioso universo,
Che è il compagno di Parvati (figlia del Re della Montagna),
Che controlla avversità insuperabili con il suo sguardo compassionevole, Che è onnipervadente (i Cieli sono i suoi vestiti).
Possa io trovare piacere meraviglioso nel Signore Shiva, che è il sostenitore di tutta la vita,
Che con il suo serpente strisciante con il cappuccio marrone rossastro e con la lucentezza della sua gemma su di esso
Diffondendo variegati colori sui bei volti delle Dee delle Direzioni,
Che è coperto da uno scintillante scialle fatto con la pelle di un enorme elefante inebriato.”
“Quando potrò adorare il Signore Sadashiva (eternamente di buon auspicio)?
Dio, con equanime visione nei confronti del popolo, di un imperatore, e di un filo d'erba
E dallo sguardo come il loto, verso amici e nemici,
verso la gemma più preziosa e qualche grumo di sporcizia,
Verso un serpente o una ghirlanda e verso le variegate forme del mondo.
Quando potrò essere felice, vivendo nella caverna vicino al fiume celeste, Ganga,
portando le mani giunte sulla mia testa per tutto il tempo,
con i miei cattivi pensieri lavati via, pronunciando il mantra di Shiva,
devoto al Dio con la fronte gloriosa e con occhi vibranti?”
Pezzi del Shiva Tandava Stotram. Attribuito a Ravana.
Traduzione di Govinda Das Aghori.
Discorso di San Paolo davanti all'Areopago.
Atti 17,16-34
“Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i Pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: «Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere un annunziatore di divinità straniere»; poiché annunziava Gesù e la risurrezione.
Presolo con sé, lo condussero sull'Areopago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te?
Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta».
Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.
Allora Paolo, alzatosi in mezzo all'Areòpago, disse:
«Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei.
Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio.
Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa.
Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto:
Poiché di lui stirpe noi siamo.
Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana.
Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta».
Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell'Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.”
Atti 17,16-34
“Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i Pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: «Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere un annunziatore di divinità straniere»; poiché annunziava Gesù e la risurrezione.
Presolo con sé, lo condussero sull'Areopago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te?
Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta».
Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.
Allora Paolo, alzatosi in mezzo all'Areòpago, disse:
«Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei.
Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio.
Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa.
Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto:
Poiché di lui stirpe noi siamo.
Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana.
Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta».
Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell'Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.”
“La disposizione del tuo pensiero si posi su questo fondo del non pensiero. Come la disposizione del pensiero si posa sul fondo del non pensiero? Impensato.
Ecco, questo è il fulcro distintivo dello zazen. Zazen non consiste nell’apprendere a meditare [nell’apprendere lo zen]. Semplicemente è la porta reale della pace e della gioia, è la pratica avverata che arriva alla pienezza del risveglio.
Il presente si fa presente con evidente profondità, qui non arriva la ragnatela dei condizionamenti e delle illusioni.
Se qui trovi dimora, è come il drago che trova l’acqua, assomiglia alla tigre che si inoltra nella montagna. Occorre conoscere con correttezza che la realtà autentica si manifesta e si fa avanti per forza sua e che distrugge innanzitutto l’intontimento e la dissipazione.
Quando ti alzi dallo zazen muovi il corpo adagio, alzati in modo tranquillo, non muoverti in modo violento.
Se guardiamo gli esempi del passato, andare oltre il mondano e andare oltre il santo, trapassare stando seduti o morire in piedi, tutto ciò è affidato completamente a questa forza.
Inoltre, anche il perno dell’insegnamento impartito scuotendo un dito, una canna, un ago, un martello, anche l’avvertimento che ridesta fornito con lo scaccia mosche, col pugno, col bastone, con il grido, tutto questo non scaturisce dall’avere bene valutato e discriminato, e non credere che derivi dalla conoscenza di poteri magici.
Sono comportamenti la cui autorità va oltre ciò che si sente e ciò che si vede, scaturiscono completamente dalla norma che è prima della conoscenza intellettuale. Così è! Quindi, senza discutere di sapienza e di stupidità, non discriminare fra uomo che vale e uomo stolto. Applicati con tutto te stesso e sei già nella pratica del cammino.
La pratica del risveglio per sua natura non produce contaminazione e attuandola è normalità quotidiana.
Generalmente parlando avviene che, nel nostro mondo come altrove, in India come in Cina, portando il sigillo di Buddha, ogni casa lo fa a modo suo. Se ci si applica al solo star seduti, siamo ostacolati dall’inamovibilità.
Pur essendoci innumerevoli diverse situazioni, fai solo la pratica di zazen.
Non disertare il posto che è dimora della tua pratica, e non girovagare altrove nel polveroso mondo. Se sbagli un passo, inciampi e devii dalla direzione che hai di fronte.
Hai già il fulcro della via che è il corpo umano, non attraversare il tempo invano.
Hai da preservare e applicare l’essenza della via di Buddha, chi vorrà godere in modo vano di scintille? Non solo, i fenomeni sono come la rugiada sull’erba, il corso della vita assomiglia a un lampo, all’improvviso, è nulla, in un attimo, svanito. Questa è la mia preghiera: che coloro i quali compongono la nobile corrente dei praticanti, avendo a lungo imparato a tastoni attraverso imitazioni, non disdegnino ora il vero drago.
Avanza con energia nella via diritta e radicale, rispetta l’uomo che tronca l’affidarsi al sapere e annulla l’affidarsi all’agire, entra nella compagnia di coloro che vivono l’essenza della via, eredita la pace di coloro che hanno praticato prima di te. Se a lungo compi questo, certamente diventi questo.
Lo scrigno dei tesori si apre da se stesso, e tu ricevi e usi a volontà.”
Parte del Fukanzazengi, il primo testo scritto da Dogen subito dopo il suo ritorno in Giappone dalla Cina, nel 1227
Ecco, questo è il fulcro distintivo dello zazen. Zazen non consiste nell’apprendere a meditare [nell’apprendere lo zen]. Semplicemente è la porta reale della pace e della gioia, è la pratica avverata che arriva alla pienezza del risveglio.
Il presente si fa presente con evidente profondità, qui non arriva la ragnatela dei condizionamenti e delle illusioni.
Se qui trovi dimora, è come il drago che trova l’acqua, assomiglia alla tigre che si inoltra nella montagna. Occorre conoscere con correttezza che la realtà autentica si manifesta e si fa avanti per forza sua e che distrugge innanzitutto l’intontimento e la dissipazione.
Quando ti alzi dallo zazen muovi il corpo adagio, alzati in modo tranquillo, non muoverti in modo violento.
Se guardiamo gli esempi del passato, andare oltre il mondano e andare oltre il santo, trapassare stando seduti o morire in piedi, tutto ciò è affidato completamente a questa forza.
Inoltre, anche il perno dell’insegnamento impartito scuotendo un dito, una canna, un ago, un martello, anche l’avvertimento che ridesta fornito con lo scaccia mosche, col pugno, col bastone, con il grido, tutto questo non scaturisce dall’avere bene valutato e discriminato, e non credere che derivi dalla conoscenza di poteri magici.
Sono comportamenti la cui autorità va oltre ciò che si sente e ciò che si vede, scaturiscono completamente dalla norma che è prima della conoscenza intellettuale. Così è! Quindi, senza discutere di sapienza e di stupidità, non discriminare fra uomo che vale e uomo stolto. Applicati con tutto te stesso e sei già nella pratica del cammino.
La pratica del risveglio per sua natura non produce contaminazione e attuandola è normalità quotidiana.
Generalmente parlando avviene che, nel nostro mondo come altrove, in India come in Cina, portando il sigillo di Buddha, ogni casa lo fa a modo suo. Se ci si applica al solo star seduti, siamo ostacolati dall’inamovibilità.
Pur essendoci innumerevoli diverse situazioni, fai solo la pratica di zazen.
Non disertare il posto che è dimora della tua pratica, e non girovagare altrove nel polveroso mondo. Se sbagli un passo, inciampi e devii dalla direzione che hai di fronte.
Hai già il fulcro della via che è il corpo umano, non attraversare il tempo invano.
Hai da preservare e applicare l’essenza della via di Buddha, chi vorrà godere in modo vano di scintille? Non solo, i fenomeni sono come la rugiada sull’erba, il corso della vita assomiglia a un lampo, all’improvviso, è nulla, in un attimo, svanito. Questa è la mia preghiera: che coloro i quali compongono la nobile corrente dei praticanti, avendo a lungo imparato a tastoni attraverso imitazioni, non disdegnino ora il vero drago.
Avanza con energia nella via diritta e radicale, rispetta l’uomo che tronca l’affidarsi al sapere e annulla l’affidarsi all’agire, entra nella compagnia di coloro che vivono l’essenza della via, eredita la pace di coloro che hanno praticato prima di te. Se a lungo compi questo, certamente diventi questo.
Lo scrigno dei tesori si apre da se stesso, e tu ricevi e usi a volontà.”
Parte del Fukanzazengi, il primo testo scritto da Dogen subito dopo il suo ritorno in Giappone dalla Cina, nel 1227
https://archive.org/details/MyReincarnation2011
Filmato nel corso di vent’anni dalla regista Jennifer Fox, mostra le storie del Maestro buddista tibetano Chögyal Namkhai Norbu e di suo figlio Yeshi, nato e cresciuto in Italia.
La regista Jennifer Fox inizia a filmare la famiglia alla fine degli anni ’80, quando lei è allieva del Maestro e Yeshi un ragazzo appena maggiorenne non in particolare sintonia con il padre. Norbu diviene uno tra i più noti e influenti insegnanti dei precetti del Buddismo tibetano in Occidente, riconosciuto a cinque anni come la reincarnazione di un Lama, levato alla famiglia e portato a vivere in un monastero affinché si dedicasse in maniera intensiva alla pratica. In fuga dal Tibet e dalle persecuzioni cinesi, il Maestro giunge alla fine degli anni ’50 in Italia, dove si sposa e forma una famiglia. Suo figlio Yeshi viene riconosciuto a sua volta, sin dai suoi primi anni di vita, come la reincarnazione di un prozìo paterno, anch’esso Maestro tibetano.
Filmato nel corso di vent’anni dalla regista Jennifer Fox, mostra le storie del Maestro buddista tibetano Chögyal Namkhai Norbu e di suo figlio Yeshi, nato e cresciuto in Italia.
La regista Jennifer Fox inizia a filmare la famiglia alla fine degli anni ’80, quando lei è allieva del Maestro e Yeshi un ragazzo appena maggiorenne non in particolare sintonia con il padre. Norbu diviene uno tra i più noti e influenti insegnanti dei precetti del Buddismo tibetano in Occidente, riconosciuto a cinque anni come la reincarnazione di un Lama, levato alla famiglia e portato a vivere in un monastero affinché si dedicasse in maniera intensiva alla pratica. In fuga dal Tibet e dalle persecuzioni cinesi, il Maestro giunge alla fine degli anni ’50 in Italia, dove si sposa e forma una famiglia. Suo figlio Yeshi viene riconosciuto a sua volta, sin dai suoi primi anni di vita, come la reincarnazione di un prozìo paterno, anch’esso Maestro tibetano.
“Gli uomini impazziscono, perché non sanno che il conflitto è dentro di loro, e ciascuno addossa il torto all’altro. Se una metà dell’umanità è in torto, allora è in torto - per metà - ogni essere umano.
Ma non vede il conflitto presente nella propria anima, che è però la fonte della sventura esterna.
Quando sei irritato contro tuo fratello, pensa allora che sei irritato contro il fratello che è in te, vale a dire contro ciò che in te è simile a tuo fratello.
In quanto individuo tu sei parte dell’umanità e partecipi all’insieme dell’umanità, come se tu stesso fossi l’umanità intera. Se sopraffai e uccidi il prossimo che si avvicina a te, allora uccidi quell’uomo anche dentro di te, e tu hai assassinato una parte della tua vita.
Lo spirito di questo morto ti seguirà, impedendoti di gioire della tua vita.
Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero.”
-“Il Libro Rosso” di C.G.Jung. Capitolo “La Soluzione”
Ma non vede il conflitto presente nella propria anima, che è però la fonte della sventura esterna.
Quando sei irritato contro tuo fratello, pensa allora che sei irritato contro il fratello che è in te, vale a dire contro ciò che in te è simile a tuo fratello.
In quanto individuo tu sei parte dell’umanità e partecipi all’insieme dell’umanità, come se tu stesso fossi l’umanità intera. Se sopraffai e uccidi il prossimo che si avvicina a te, allora uccidi quell’uomo anche dentro di te, e tu hai assassinato una parte della tua vita.
Lo spirito di questo morto ti seguirà, impedendoti di gioire della tua vita.
Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero.”
-“Il Libro Rosso” di C.G.Jung. Capitolo “La Soluzione”
“Quanta verità sopporta, quanta verità osa uno spirito? Questo è diventato per me, sempre più, il vero criterio di valutazione. Errore — la fede nell’ideale — non è cecità, errore è vigliaccheria... Ogni risultato, ogni passo avanti nella conoscenza consegue dal coraggio, dalla durezza verso se stessi, dalla pulizia verso se stessi... Io non confuto gli ideali, mi infilo semplicemente i guanti di fronte a loro... Nitimur in vetitum: in questo regno vincerà un giorno la mia filosofia, poiché finora è stata impedita, per principio, sempre e soltanto la verità.”
- Friedrich Nietzsche, Ecce Homo, prologo parte 3.
- Friedrich Nietzsche, Ecce Homo, prologo parte 3.
“È detto che quando sono scomparsi tutti i desideri che risiedono nella mente, il mortale diventa immortale e raggiunge il Brahman in questo stesso corpo.
Proprio come la vecchia pelle di un serpente dopo la muta giace a terra senza vita, questo corpo giace inerte dopo che l'Atman l'ha lasciato per diventare immortale - l'Atman che è il Prana, il Brahman, la Luce (4.4.7)
Un verso dice, 'Ho toccato ciò che è antico, sottile, e infinito: ho realizzato me stesso'.
In questo modo coloro che conoscono il Brahman si elevano alla dimora spirituale quando il corpo è caduto.(4.4.8)
Alcuni dicono che sia bianco, blu, grigio, verde o rosso. Questa via è accessibile al brahmana, cioè la persona che conosce il Brahman, e a coloro che hanno compiuto buone azioni e che si
identificano con la Luce suprema. (4.4.9)
Chi è attaccato ai rituali in sé entra nell'oscurità, e chi è attaccato all'erudizione in sé entra in un'oscurità ancora più profonda. (4.4.10)
Coloro che sono avvolti dall'ignoranza e mancano di saggezza finiscono nei mondi della sofferenza (4.4.11)
Chi conosce l'Atman e si identifica con l'Atman non avrà desideri e non conoscerà la sofferenza (4.4.12)
Chi ha realizzato l'Atman, chi conosce intimamente il Sé che abita in questo
luogo pericoloso e duro - il corpo materiale - crea l'universo, ed è il Sé di tutti. (4.4.13)
Già in questo stesso corpo è possibile conoscere il Brahman: chi non cerca questa realizzazione
rimane nell'ignoranza e va incontro alla propria rovina. Coloro che lo conoscono diventano immortali, gli altri ottengono soltanto sofferenza. (4.4.14)”
Brihadaranyaka Upanishad da “Le 108 Upanishad: (Seconda Edizione)” a cura di Parama Karuna Devia
Proprio come la vecchia pelle di un serpente dopo la muta giace a terra senza vita, questo corpo giace inerte dopo che l'Atman l'ha lasciato per diventare immortale - l'Atman che è il Prana, il Brahman, la Luce (4.4.7)
Un verso dice, 'Ho toccato ciò che è antico, sottile, e infinito: ho realizzato me stesso'.
In questo modo coloro che conoscono il Brahman si elevano alla dimora spirituale quando il corpo è caduto.(4.4.8)
Alcuni dicono che sia bianco, blu, grigio, verde o rosso. Questa via è accessibile al brahmana, cioè la persona che conosce il Brahman, e a coloro che hanno compiuto buone azioni e che si
identificano con la Luce suprema. (4.4.9)
Chi è attaccato ai rituali in sé entra nell'oscurità, e chi è attaccato all'erudizione in sé entra in un'oscurità ancora più profonda. (4.4.10)
Coloro che sono avvolti dall'ignoranza e mancano di saggezza finiscono nei mondi della sofferenza (4.4.11)
Chi conosce l'Atman e si identifica con l'Atman non avrà desideri e non conoscerà la sofferenza (4.4.12)
Chi ha realizzato l'Atman, chi conosce intimamente il Sé che abita in questo
luogo pericoloso e duro - il corpo materiale - crea l'universo, ed è il Sé di tutti. (4.4.13)
Già in questo stesso corpo è possibile conoscere il Brahman: chi non cerca questa realizzazione
rimane nell'ignoranza e va incontro alla propria rovina. Coloro che lo conoscono diventano immortali, gli altri ottengono soltanto sofferenza. (4.4.14)”
Brihadaranyaka Upanishad da “Le 108 Upanishad: (Seconda Edizione)” a cura di Parama Karuna Devia