Carmen Tortora
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Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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L’Egitto guarda allo Yemen con l’elmo in testa e il calcolatore in mano. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi attende dal parlamento il via libera per intervenire al fianco dell’Arabia Saudita, bersagliata dai droni Houthi contro scali e pozzi petroliferi. Il voto, slittato al 26 ottobre, segnerà il passaggio dalla diplomazia al campo di battaglia.

La fratellanza tra Il Cairo e Riad ha una moneta ben precisa. I raid nel Mar Rosso hanno azzerato la stabilità delle rotte commerciali, infliggendo un colpo mortale al Canale di Suez. Gli incassi sono crollati nel 2024 del 61%, precipitando da 10,25 a 3,99 miliardi di dollari. L'economia egiziana barcolla, stretta al laccio dai 5,3 miliardi di dollari che i sauditi tengono congelati nelle casse della Banca Centrale del Cairo.

I generali egiziani studiano lo schieramento della difesa aerea e il pattugliamento dei corridoi marittimi per schivare un rischioso scontro terrestre in terra yemenita. Cercando di blindare Suez e di compiacere i propri finanziatori, al-Sisi rischia di spalancare le porte a un conflitto rovinoso, il cui prezzo finale supererà di gran lunga i miliardi persi tra le onde del Mar Rosso.

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Gli Stati Uniti piantano i droni da guerra nel cuore del Sudamerica. Il Pentagono ha trasferito dall’Africa verso Colombia ed Ecuador alcuni MQ-9 Reaper, macchine capaci di sorvegliare cieli per 24 ore e sganciare missili ad alta precisione. Due velivoli volano già nei cieli ecuadoriani; Bogotà ha appena concordato il prestito di altri tre esemplari, ipotizzando di acquistarne un quarto.

L’obiettivo ufficiale resta l'attacco alle reti del narcotraffico, eppure la mossa risponde a un disegno scopertamente geopolitico. Washington militarizza la presenza nel continente, capitalizzando l'allineamento dei governi locali. L'operazione assume toni quasi paradossali in Ecuador, dove nel novembre 2025 i cittadini avevano bocciato via referendum la riapertura delle basi straniere. Questi Reaper travalicano la semplice lotta alla droga: segnano il passo di un’America decisa a fondere contrasto ai cartelli e controllo egemonico.

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La Francia brucia e il potere risponde con la serrata. Il 17 ottobre 2026 centinaia di migliaia di cittadini hanno invaso le strade per urlare la disperazione delle famiglie e il fallimento della scuola pubblica, schiacciati da un carovita insostenibile. La mobilitazione, nata tra i banchi e estesa alle tute blu, si è rapidamente trasformata in una delle crisi di piazza più feroci della storia repubblicana. I numeri del ministero parlano di 550.000 anime in marcia, gli organizzatori ne contano 800.000, ma a dettare l'agenda sono stati i roghi di Limoges e la furia dei saccheggi a Parigi, Marsiglia e Lione. In quarantotto ore esatte, la protesta sociale è stata cannibalizzata dalla cronaca nera: 2.400 arresti, oltre mille agenti all'ospedale e tremila negozi devastati hanno consegnato al governo di Sébastien Lecornu il pretesto perfetto per calare la maschera securitaria.

Mentre le piazze chiedevano pane e futuro, la regia occulta dei soliti gruppi antagonisti ha offerto al palazzo la scenografia ideale per giustificare la stretta autoritaria. Bastano poche centinaia di facce incappucciate per oscurare centinaia di migliaia di manifestanti pacifici, trasformando un grido d'allarme economico in ordine pubblico da reprimere. La galassia del black bloc e le vecchie reti della trasgressione europea si muovono con una divisione dei compiti chirurgica, offrendo agli apparati statali il grimaldello ideale per delegittimare l'intero arco del dissenso. La risposta dell'esecutivo non si è fatta attendere: un tasso di condanne immediato vicinissimo all'80%, coprifuoco chirurgici, investigatori scatenati sui social e lo spettro sempre verde dello stato d'emergenza.

Il copione si ripete identico a Milano, dove le manifestazioni contro il carovita sono degenerate negli scontri di piazza Duomo. Su 271 persone fermate in questura, 220 sono minorenni e 60 straniere, con 32 arresti complessivi e il debutto operativo del fermo preventivo introdotto dal decreto sicurezza del 2026. La politica non ha perso un secondo per cavalcare la paura: da una parte la destra invoca espulsioni di massa e declina la violenza giovanile in chiave identitaria, dall'altra il governo stringe ulteriormente il cappio delle norme speciali. Nessuno però si azzarda a interrogarsi sul cancro reale: una generazione di adolescenti cresciuta nel mito vuoto del marchio griffato e della ricchezza ostentata, dentro una società che misura il valore umano esclusivamente attraverso la capacità di consumo.

Il contagio della rabbia attraversa l'Europa e scuote il mondo intero. In Belgio e Portogallo la questione abitativa è una polveriera, in Albania le piazze marciano contro Rama e la corruzione sistemica, in Tunisia la rivolta contro Saïed rispolvera gli slogan del 2011, mentre in India e Stati Uniti la democrazia viene chirurgicamente disinnescata a suon di bavagli digitali e censure preventive. Ovunque va in scena lo stesso identico copione: lo Stato si dimostra totalmente incapace di correggere le distorsioni economiche che affamano i cittadini, ma diventa straordinariamente efficiente nel perfezionare gli strumenti per contenerne la rabbia. L'emergenza perpetua non è più un incidente di percorso, ma la tecnica ordinaria con cui il potere gestisce le proprie macerie.

Trovate l'analisi completa nell'articolo. Buona lettura.
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Bagan, nel cuore del Myanmar, è uno dei siti archeologici più straordinari dell’Asia, dove migliaia di antichi templi, pagode e monasteri si innalzano su una vasta pianura attraversata dal fiume Irrawaddy. Costruiti in gran parte tra l’XI e il XIII secolo, questi monumenti raccontano lo splendore dell’antico regno di Pagan. Alle prime luci dell’alba, le sagome dei templi emergono lentamente dalla foschia, mentre il sole illumina le cupole dorate e le strutture in mattoni rossi, creando un paesaggio di rara bellezza, sospeso tra storia e spiritualità.
Buongiorno e buon mercoledì a tutti!

Carmen Tortora
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Le piazze si riempiono, la fiducia nelle istituzioni si liquida. Il malcontento attraversa Stati Uniti ed Europa, spinto da salari divorati dall'inflazione e servizi pubblici al collasso. Le manifestazioni dell'ottobre 2026 hanno mostrato la forza della piazza, ma soprattutto il peso delle architetture capaci di convertire la rabbia sociale in valuta politica. Dietro ogni corteo agiscono macchine permanenti, alimentate da patrimoni miliardari e apparati sindacali con budget da multinazionale. Negli USA questa ossatura emerge pulita dai bilanci delle fondazioni; in Europa si traveste da spontaneo sciopero generale. Un flusso di denaro e potere che solleva un dubbio scomodo: chi decide davvero la direzione del dissenso?

Negli Stati Uniti, la coalizione No Kings – guidata da Indivisible, MoveOn e ACLU con i grandi sindacati – ha trasformato la mobilitazione del 17 ottobre 2026 in un'operazione su vasta scala, orchestrata attraverso cabine di regia e corsi di addestramento per attivisti. Per capire chi muove i fili, basta seguire la scia del denaro.

Al vertice della filantropia d'assalto figura la Open Society Foundations di George Soros, oggi guidata dal figlio Alexander: dopo un'iniezione di 18 miliardi di dollari nel 2017 – per un totale di oltre 30 miliardi – la rete ha speso 1,19 miliardi di dollari solo nel 2024. Cifre che travalicano la beneficenza e dettano le priorità dell'agenda pubblica, muovendosi in un ecosistema condiviso con la Ford Foundation e la MacArthur Foundation.

La ragnatela finanziaria emerge nitida nei bilanci di MoveOn: nel 2024 il ramo Civic Action ha incassato 1 milione di dollari dall'Open Society Action Fund, 500.000 dollari da Clear Choice Action, 310.000 dollari dalla Tides Foundation e 250.000 dollari dal Sixteen Thirty Fund, mentre il ramo Political Action intascava 200.000 dollari dall'American Federation of Teachers.

Tra il 1° gennaio 2025 e il 30 giugno 2026, MoveOn Political Action ha movimentato 22.879.193,85 dollari in entrate e 22.809.321,23 dollari in uscite, di cui 22,4 milioni per spese operative. Sebbene 22,3 milioni arrivino da micro-donazioni, il peso dei grandi registi resta schiacciante: 14,92 milioni di dollari sono passati direttamente a MoveOn Civic Action, mentre centinaia di migliaia di dollari fluivano verso societa di consulenza come Grossman Marketing Group (962.828 dollari), Middle Seat Consulting (830.249 dollari) e Movement Cooperative (201.374 dollari). La protesta non è un'emozione, è un'industria.

A completare il quadro intervengono i sindacati. L'American Federation of Teachers (AFT) ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2026 dichiarando 36.950.139 dollari in sole spese per politica e lobbying, oltre a 111,67 milioni per la rappresentanza. Le tessere dei lavoratori finanziano così la grande politica, saldando le sigle sindacali ai comitati d'affari dell'attivismo ideologico.

In Europa la messinscena varia nella forma, non nella sostanza. In Francia, la CGT ha cavalcato le proteste studentesche per soffiare sul fuoco del malcontento generale, trasformando tra il 6 e il 13 ottobre un disagio scolastico in una sommossa sui salari. Il culmine è arrivato il 17 ottobre 2026, con piazze saturate da 550.000 - 800.000 persone: mentre le città bruciavano tra saccheggi e guerriglia urbana, il sindacato usava il caos come leva negoziale contro il governo.

In Belgio, la regia è stata ancora più spudorata. L'8 settembre 2026, le confederazioni CSC/ACV e FGTB/ABVV hanno calendarizzato la protesta per il 9 ottobre, facendola coincidere al millimetro con il discorso programmatico del premier Bart De Wever. Una pressione a tavolino da 21 miliardi di euro di pretese economiche, sfociata in 30.000 manifestanti a Bruxelles, scontri duri e 21 fermati. La piazza usata come un'arma a orologeria politica.

In Italia, la CGIL si è fatta scudo della coalizione La Via Maestra, lanciando l'appello del 7 ottobre per il corteo del 17 ottobre 2026 a Roma. Dietro la retorica dei diritti, una macchina logistica perfetta: 400 manifestanti da Palermo, oltre 700 da Modena, treni e pullman privati per riempire Piazza del Popolo e servire sul piatto a Maurizio Landini il suo palcoscenico, saldando le rivendicazioni salariali alla difesa della Costituzione contro le riforme dell'esecutivo.

La differenza tra le due sponde dell'Atlantico è solo nel metodo: negli USA la protesta si compra con i dollari dei filantropi; in Europa si fabbrica a tavolino attraverso l'egemonia sindacale.

Ci raccontano che la gente scende in strada spinta dalla fame e dalla rabbia. È la favola a uso e consumo degli ingenui. Le piazze non bruciano mai per autocombustione: vengono accese da chi possiede i fiammiferi e il carburante. Un'oligarchia invisibile di miliardari illuminati, fondazioni d'élite e burocrati del sindacato decide il giorno, l'ora e il bersaglio dell'indignazione collettiva. Il dissenso non è la voce del popolo, ma il braccio armato di un'ingegneria sociale raffinatissima, dove la folla serve soltanto da comparse paganti – con le proprie tasse e il proprio futuro – al grande teatro della finanza globale.

Carmen Tortora
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L’Unione europea compie l’impresa paradossale di mettere sotto procedura d’infrazione tutti e 27 i suoi Stati membri. Alla scadenza del 29 maggio 2026, nessuna capitale ha recepito integralmente la direttiva case green, pilastro della conversione ecologica continentale. La costituzione in mora inviata il 15 luglio dalla Commissione apre una crepa profonda nei palazzi brussellesi.

A sferrare l’attacco più duro alla linea dell’esecutivo sono infatti diciotto eurodeputati del Partito Popolare Europeo — tra cui Letizia Moratti —, formalmente schierati nello stesso gruppo politico della presidente Ursula von der Leyen.
La diserzione di massa dei governi trapassa il piano del semplice ritardo burocratico.

Solleva interrogativi devastanti sulla sostenibilità e sulla proporzionalità di un impianto normativo rigido. Il commissario all’Energia Dan Jørgensen blinda il testo, respinge ogni ipotesi di concessione fino al riesame del 2028 e scommette sulla riduzione dei consumi. La direttiva UE 2024/1275 pretende tagli dell’energia primaria del 16% entro il 2030, da scaricare per oltre la metà sul 43% degli immobili energeticamente peggiori. Entro il 31 dicembre 2026 ciascun Paese dovrà esibire il proprio piano di ristrutturazione, calando dall'alto obblighi pubblici su immobili privati.

Un’utopia che cozza contro la realtà di un tasso di riqualificazione bloccato a un misero 1% annuo. I cantieri chiedono capitali immediati per ritorni lontani, scavando un solco tra chi ha liquidità per investire e chi no.

Il fenomeno colpisce con ferocia l’Italia, nazione ricca di mattoni vecchi e di famiglie patrimonialmente solide ma finanziariamente vulnerabili. Senza coperture pubbliche stabili e immediate, le cautele sventolate da Bruxelles per proteggere i soggetti fragili restano pura cosmesi verbale.

Il mercato si prepara a penalizzare gli immobili energivori con svalutazioni immediate. Più che un'agenda ambientale, la transizione imposta si trasforma in una morsa economica perfetta. La riqualificazione edilizia guidata dai decreti fa schizzare in alto il valore d'estimo dei fabbricati, spianando la strada all'aumento delle rendite catastali e a una stangata fiscale perpetua sulla proprietà privata.

Carmen Tortora
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Gli Stati Uniti continuano a svuotare le riserve strategiche per tamponare una crisi petrolifera destinata a trascinarsi per buona parte del 2027. Washington mette sul piatto un nuovo scambio da 17 milioni di barili, mentre gli stoccaggi americani crollano a 282,7 milioni, toccando il minimo storico dal 1982. Un'operazione azzoppata fin dall'inizio da condizioni commerciali fuori realtà: a giugno, su 40 milioni di barili messi a disposizione, le compagnie ne hanno ritirati appena 500.000, preferendo rinunciare all'offerta pur di non sottostare all'obbligo di restituire il greggio con alti tassi di interesse e penalità finanziarie gravissime in una fase di estrema incertezza sui prezzi futuri.

Lo scenario globale mostra lesioni profonde. Il rapporto dell’IEA del 14 ottobre 2026 certifica l'erosione di 509 milioni di barili dalle scorte mondiali rispetto a febbraio. I consumi calano per effetto del carovita e della frenata economica: famiglie e imprese non tagliano il carburante per scelta ecologica, ma perché i prezzi insostenibili e la contrazione delle attività produttive le stanno semplicemente affamando. Dei 430 milioni di barili stanziati nel piano straordinario internazionale, 330 milioni sono già stati bruciati e altri 100 milioni arriveranno sul mercato, compresa una quota di 20 milioni di gasolio.

Il vero collo di bottiglia risiede proprio nel diesel. I blocchi dei flussi da Medio Oriente e Russia, sommati agli attacchi alle infrastrutture e alla saturazione della raffinazione, generano una carenza strutturale che il semplice rilascio di greggio grezzo non può curare. Il parziale recupero delle raffinerie previsto entro dicembre offrirà un surplus marginale nel primo trimestre del 2027, ben lontano dal ricostituire le scorte perdute. Una svolta reale resta confinata alla seconda metà dell'anno.

L'inverno 2026-2027 si preannuncia segnato da quotazioni instabili e rincari a catena sui trasporti e sulla distribuzione alimentare. Per l'Italia, esposta per natura come paese di approdo, il rischio è un'ennesima stangata lungo l'intera filiera, del tutto sorda a eventuali ribassi temporanei del barile.

Politici e burocrati celebrano il calo della domanda come il segnale di un mercato che ritrova da solo il proprio equilibrio. La realtà è assai più cinica: le cancellerie governative raschiano il fondo dei barili di emergenza per fingere di governare la situazione, mentre l'economia reale affoga. Quando il consumo diminuisce soltanto perché i costi sono diventati proibitivi, non siamo di fronte alla risoluzione della crisi energetica, ma al solito, ridicolo tentativo della politica di spacciare la miseria e il razionamento forzato per virtù macroeconomica.

Carmen Tortora
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Iseltwald, piccolo e pittoresco villaggio sulle rive del lago di Brienz, nel cuore dell’Oberland Bernese, in Svizzera, è uno degli angoli più suggestivi delle Alpi. Le sue tradizionali case in legno, ornate di fiori, si affacciano sulle acque turchesi del lago, circondate da montagne imponenti e fitte foreste. Il caratteristico castello di Seeburg, che sorge su una piccola penisola, completa un paesaggio di straordinaria bellezza, dove la quiete del lago incontra la maestosità delle montagne svizzere.

Buongiorno e buon giovedì a tutti!

Carmen Tortora
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Le vetrine infrante di Milano e i gruppi di adolescenti incappucciati non sono stati il punto di partenza, ma il detonatore perfetto. Il 17 e 18 ottobre 2026, la guerriglia urbana ha offerto alla politica la scorciatoia emotiva che attendeva: la paura ha giustificato il decreto sicurezza e ha resuscitato un dossier sui social negati agli under 14 che giaceva nei cassetti del Parlamento.

Dietro la protezione dei minori si muove una regia ben più vasta. L'EU KIDS Act e i progetti di attestazione anagrafica presentati dalla Commissione europea rispettivamente nel luglio 2025 e nell'aprile 2026 non nascono per strada, ma nei laboratori della tecnocrazia. Sotto le mentite spoglie della tutela infantile si cela l'infrastruttura definitiva per il controllo digitale della popolazione adulta. Come confermano le consultazioni britanniche e le ricerche sul consenso, invocare la sicurezza dei figli è il grimaldello ideale per abbattere le resistenze dei maggiorenni.

Il precedente del decreto Caivano e della delibera AGCOM 96/25/CONS mostra come la digitalizzazione del consenso e la verifica anagrafica stiano diventando sistemiche. La porta che oggi viene sbarrata per tenere fuori i bambini richiederà domani una credenziale crittografata anche ai genitori. Quando il lasciapassare digitale diventerà un automatismo quotidiano, la sorveglianza totale non sembrerà più una limitazione della libertà, ma una normale abitudine.

Trovate l'analisi completa nell'articolo. Buona lettura.
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Il 20 ottobre 2026 la Commissione europea ha siglato a Nouméa un memorandum d’intesa sulle materie prime critiche con il governo della Nuova Caledonia. Oltre la facciata dell’autonomia strategica celebrata a 17.000 chilometri da Bruxelles, la firma assomiglia a un’operazione di soccorso finanziario a trazione francese.

Sottoscritto dal vicepresidente della Commissione Stéphane Séjourné, dal presidente neocaledoniano Milakulo Tukumuli e dal responsabile locale per l’energia Alcide Ponga, il testo nasce come la diciassettesima partnership UE dal 2021 per ridurre la dipendenza asiatica da nichel e cobalto. Tuttavia, la sezione V chiarisce che l'intesa non ha valore vincolante, non stanzia fondi e non assicura una sola tonnellata di metallo all'Europa, rimandando ogni decisione a una tabella di marcia per aprile 2027.

La vera spinta all'accordo risiede nel tracollo dell'industria locale e nel suo peso sulle casse di Parigi. Secondo l’US Geological Survey, nel 2024 il settore è sprofondato tra crollo dei prezzi, energia cara e disordini civili. La produzione della Société Le Nickel (controllata dalla francese Eramet) si è dimezzata rispetto al 2023, Koniambo ha perso l’82% nel ferronichel e Goro ha sospeso le attività. A settembre 2026 è poi servito un ulteriore salvataggio statale per Prony Resources, rimasta senza acquirenti. Come ricostruito da Le Monde il 5 ottobre, dal 2021 Prony Resources ha assorbito 640 milioni di euro di prestiti pubblici, mentre la Société Le Nickel ne ha incassati 730 milioni dal 2023: oltre 1,37 miliardi di euro sborsati da Parigi per evitare il collasso.

L'operazione deve inoltre scontrarsi con lo strapotere dell'Indonesia, che nel 2024 ha coperto oltre il 60% dell'estrazione mondiale con capitali cinesi, schiacciando i prezzi di mercato. Del resto, le esportazioni dell'arcipelago restano ancorate all'Asia: nel 2024 le 4,42 milioni di tonnellate di minerale umido estratto sono finite per il 61% in Corea del Sud, per il 32% in Cina e per il 7% in Giappone.

In questo quadro, la manovra di Parigi appare chiarissima: scaricare sul bilancio di Bruxelles i costi di un comparto industriale ormai decotto. L'Unione Europea ha prontamente prestato il fianco, arruolando il progetto CalédoNi tra i 13 interventi strategici del Critical Raw Materials Act già nel giugno 2025 – una lista lievitata a 106 progetti il 9 ottobre 2026 nel disperato tentativo di rincorrere i target al 2030 (10% di estrazione, 40% di raffinazione e 25% di riciclo). Sul terreno, tuttavia, la retorica burocratica si scontra con le ferite d'un arcipelago lacerato dalle violenze e paralizzato dal voto del giugno 2026, che ha consegnato un'assemblea spaccata all'osso: 26 seggi agli indipendentisti, 24 ai lealisti e 4 agli aragostari del centro.

Altro che pietra angolare della sovranità mineraria europea. La firma di Nouméa non fa che gettare le basi per socializzare a livello comunitario i debiti di un'ennesima emergenza tutta francese.

Carmen Tortora
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Il 20 ottobre 2026 la Camera dei rappresentanti della Libia orientale ha ratificato all'unanimità il memorandum d'intesa sulla delimitazione delle aree marittime firmato il 27 novembre 2019 tra Ankara e il governo di Tripoli, cancellando formalmente i provvedimenti ostili adottati nel 2020. Con questo voto, la Cirenaica e la Turchia saldano un asse che riconfigura gli equilibri del Mediterraneo, trasformando un ex nemico militare in un interlocutore chiave e offrendo una sponda strategica alle ambizioni politiche di Saddam Haftar.

L'accordo fissa una linea di confine marittimo diretto tra le coste turche e quelle libiche, scavalcando e azzerando le zone economiche esclusive rivendicate dalla Grecia e da Cipro attraverso le grandi isole interposte come Creta e Rodi. Questa intesa persegue il duplice obiettivo di blindare la dottrina della Mavi Vatan e di assicurare ad Ankara il controllo diretto sulle rotte energetiche, sui corridoi di gas e sui blocchi di esplorazione offshore, riducendo la dipendenza estera e proiettando la propria potenza ben oltre la Tripolitania.

L'operazione ha provocato l'immediata reazione di Bruxelles: i vertici dell'Unione europea hanno ribadito la nullità giuridica del testo per violazione del diritto del mare e lesione dei diritti di Stati terzi, confermando il sostegno ad Atene e Nicosia durante gli incontri istituzionali del 21 ottobre con il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan.

Rilevo come questa frattura metta a nudo l'irrimediabile marginalità della diplomazia europea, costretta a inseguire eventi già consolidati sul terreno, e metta a rischio gli interessi energetici e di sicurezza dell'Italia, stretta tra la necessità di preservare i rapporti con Ankara e la difesa dei propri asset strategici nel Mediterraneo centrale. La Turchia incassa così una vittoria storica e immediata, lasciando ai propri avversari l'onere di una contromossa impossibile.

Carmen Tortora
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Railay Beach, nella provincia di Krabi, nel sud della Thailandia, è uno degli angoli più spettacolari della costa del Mare delle Andamane. Imponenti scogliere calcaree si innalzano verticalmente sopra spiagge di sabbia chiarissima, circondate da una rigogliosa vegetazione tropicale e da acque dalle intense sfumature turchesi. Raggiungibile soltanto via mare, questa suggestiva penisola custodisce baie nascoste, grotte naturali e panorami di straordinaria bellezza, dove la forza delle rocce incontra la quiete del paesaggio tropicale.

Buongiorno e buon venerdì a tutti!

Carmen Tortora
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Le Nazioni Unite promisero nel 2015 una trasformazione senza precedenti, ponendo l'Agenda 2030 come rimedio a povertà, fame e disuguaglianze. Anni dopo, i bilanci ufficiali mostrano un fallimento speculare alle attese: la stragrande maggioranza dei target è bloccata o in arretramento, mentre centinaia di milioni di persone restano immerse nella miseria. Eppure, anziché rispondere di questi risultati, l'apparato multilaterale sposta semplicemente la scadenza più in là, estendendo la propria ombra fino a metà secolo con nuovi accordi, nuove risorse finanziarie e nuove strutture di controllo. Le promesse decadono, ma la burocrazia sovranazionale sopravvive e si rafforza, trasformando il proprio stesso ritardo nel presupposto per espandersi.

Questo meccanismo di potere affonda le radici nel capitale delle grandi fondazioni filantropiche americane, come Rockefeller e Ford. Finanziando la ricerca, le consultazioni e i network scientifici come il SDSN, la filantropia privata ha plasmato la griglia concettuale con cui oggi vengono valutati i territori, le economie e le politiche pubbliche. I patrimoni privati non si limitano più a donare, ma agiscono come capitale catalitico: usano la sostenibilità come pretesto per spalancare nuovi mercati agli investitori, ridirezionando enormi flussi finanziari e ridisegnando persino gli indici con cui giudicare la sovranità economica dei singoli Stati.

Nel frattempo, la crisi finanziaria che colpisce l'ONU ne accelera la metamorfosi interna. Sempre più dipendente da fondi privati e vincolati, l'organizzazione si riorganizza attraverso riforme strutturali e una progressiva centralizzazione tecnologica. Piattaforme condivise di dati, sistemi di identità digitale e infrastrutture pubbliche ad accesso condizionato – promosse da cartelli internazionali e recepite dalle amministrazioni nazionali – creano una rete d'invisibile controllo amministrativo. La politica cede il passo alla gestione tecnica, e le regole d'accesso ai diritti fondamentali vengono codificate prima ancora che qualsiasi dibattito pubblico possa aver luogo.

Mentre il vertice economico e tecnologico definisce silenziosamente le maglie in cui l'umanità dovrà muoversi nei prossimi decenni, per chi vive nella miseria reale il tempo scivola via immutato. Il potere globale ha smesso di rispondere dei propri fallimenti: si è limitato a codificare il futuro, lasciando che le sue architetture finanziarie e digitali decidano chi potrà accedervi e a quali condizioni.

Trovate l'analisi completa nell'articolo. Buona lettura.
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La prossima crisi alimentare ha già aperto i suoi cantieri, e il prezzo del cibo si è trasformato in un'affilata leva di potere. La contraddizione del nostro tempo risiede in un paradosso contabile: mentre la produzione mondiale supera la quota record di 2,4 miliardi di tonnellate di cereali, le grandi istituzioni finanziarie alzano le stime dell'inflazione sui beni di prima necessità. La disponibilità fisica dei prodotti resta un'illusione statistica, spazzata via da una fragilità economica che rende il carrello della spesa un lusso per fette sempre più ampie di popolazione.

I numeri della Banca centrale europea tracciano il bilancio di un'erosione profonda. Nell'Eurozona, i listini alimentari conservano un rincaro accumulato vicino al 30% rispetto al 2021. La frenata degli indici, sbandierata come un trionfo della politica monetaria, copre una realtà ben più cruda: i prezzi rimangono bloccati sulle vette raggiunte, mentre il potere d'acquisto dei salari continua a cedere terreno. In Italia, la contrazione reale delle retribuzioni ha toccato il 6,1%, lasciando le famiglie prive di riparo di fronte alla nuova fiammata dei costi energetici.

Le proiezioni economiche per il 2027 delineano un ulteriore strangolamento delle filiere produttive. Il petrolio sopra i 100 dollari al barile e le tensioni sui mercati del gas scaricano la propria forza sul costo dei fertilizzanti azotati, sulla lavorazione dei campi e sulla logistica distributiva. Gli agricoltori si trovano stritolati tra i rincari delle materie prime e la tenaglia di tassi d'interesse al 2,75%, con la prospettiva di dover tagliare la produzione proprio mentre le estremizzazioni climatiche mettono a rischio i raccolti futuri.

La cesura tra l'abbondanza delle scorte e la reale possibilità di accedervi trova la sua manifestazione più spietata nelle crisi internazionali. A Gaza, i tagli alle risorse del Programma alimentare mondiale hanno costretto a dimezzare le razioni per oltre 1,4 milioni di persone, dimostrando come la fame non sia mai una fatalità, ma la diretta conseguenza di precise geometrie politiche ed economiche. La regia dietro questa scarsità calcolata insinua un interrogativo inquietante: il controllo dell'accesso al cibo potrebbe non essere un semplice danno collaterale, ma il vero obiettivo strategico di chi manovra le leve dell'economia globale. Proteggere una nazione significa difendere il reddito dei cittadini e la sopravvivenza della filiera agricola, impedendo che la sussistenza quotidiana venga usata come strumento di coercizione.

Carmen Tortora
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La strategia della tensione si mostra oggi in tutta la sua evidenza geometrica, mentre la Francia si blinda tra pattuglie militari nelle strade, coprifuoco estesi agli adulti e divieti preventivi. All'indomani degli scontri del 17 ottobre, l'esecutivo francese guidato da Sébastien Lecornu sceglie la mano pesante incrementando la presenza delle forze dell'ordine, sostenuto da Emmanuel Macron che ribadisce il fermo no alle piazze ritenute illegittime. A Marsiglia, il prefetto Jacques Witkowski azzera il diritto di corteo per la giornata del 24 ottobre, imponendo limitazioni che colpiscono l'intera cittadinanza, mentre i commercianti barricano i locali e subiscono le perdite di un blocco che aggrava un tessuto economico già stremato.

Le manifestazioni, che avevano portato in piazza 550.000 persone secondo il ministero dell'Interno e oltre 800.000 per gli organizzatori, si sono chiuse con migliaia di fermi e centinaia di feriti. Ammessa la sottovalutazione iniziale, il governo dispone per sabato 24 ottobre un rafforzamento del 20% degli effettivi, schierando i militari dell'operazione Sentinelle a difesa dei siti strategici. Negli stessi giorni, il Parlamento accelera un disegno di legge depositato il 16 settembre che estende la responsabilità patrimoniale per i danni da sommossa. Ma queste piazze incendiate non sono che l'innesco premeditato: offrono il pretesto perfetto per calare la ghigliottina sulle libertà di tutti, esattamente quando le infrastrutture di controllo erano già pronte nei cassetti dei ministeri.

Si dimentica troppo in fretta il retroscena di questo disegno, nutrito da anni di violenza cinica e sistematica. Per anni i governi hanno alimentato l'odio, esasperato i talk show e veicolato il cinismo attraverso kermesse come Sanremo, la cinematografia e i flussi di un disagio sociale indotto nei giovani. A fomentare e finanziare direttamente la rivolta ci hanno pensato quelle stesse fondazioni sedicenti filantropiche e quei sindacati pronti a scendere a patti con il potere attraverso le ONG. L'abbiamo già visto durante la gestione pandemica, con figure come Maurizio Landini a braccetto con Mario Draghi nel calpestare i diritti fondamentali e promuovere l'obbligatorietà dei trattamenti sanitari. Oggi quella stessa regia utilizza il caos per introdurre norme liberticide.

La Francia è come l'Italia e l'Italia è come la Francia, in un perfetto e speculare asse di ferro. Lo abbiamo visto nel 2017, quando Roma impose la legge Lorenzin sui vaccini obbligatori e Parigi rispose immediatamente allineandosi con un innalzamento analogo delle profilassi pediatriche. Oggi la convergenza si ripete identica sul controllo digitale e sulla sorveglianza di massa. Così come la Francia si muove stringendo le maglie della sorveglianza, l'Italia segue esattamente la stessa rotta, muovendosi in parallelo. Mentre l'Unione Europea preme sull'acceleratore con l'EU KIDS Act e il bavaglio del Chat Control, i governi usano l'emergenza urbana per giustificare restrizioni che colpiranno tanto i ragazzi quanto l'intera popolazione adulta. L'emergenza non è mai un incidente: è lo strumento scelto per ottenere ciò che in condizioni ordinarie nessuno avrebbe mai accettato.

Carmen Tortora
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Le capriole di Palù

Ieri l’ex Presidente AIFA è stato interrogato in Commissione Covid
Tra un sorrisetto e l’altro ha detto che per lui “come medico” la Tachipirina e vigile attesa (raccomandata da Ministero e AIFA) è stata letteralmente una “cazzata”.
Peccato che sia costata la vita a innumerevoli persone.

Tra le contraddizioni più clamorose in risposta a varie domande si segnala questa serie:

1. No, non ho mai ricevuto “pressioni” politiche per far approvare gli inoculi ai giovani
2. (Inchiodato da un “fuorionda”) Sì, ho ricevuto “pressioni”, ma ci sono pressioni buone e pressioni cattive, quelle sui vaccini erano buone
3. I vaccini non fermano la diffusione del virus, ma il green pass era legittimo, visto che fu introdotto a Venezia ai tempi della peste.
4. Gli sforzi avrebbero dovuto concentrarsi sugli anziani ma (…viste le “pressioni”) bisognava vaccinare anche i bambini perché diffondevano il virus.

Incredibile che un tipo del genere fosse presidente AIFA. Ma forse era là per questo.
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Il fiordo glaciale di Ilulissat, sulla costa occidentale della Groenlandia, è uno degli scenari naturali più spettacolari dell’Artico. Alimentato dal gigantesco ghiacciaio Sermeq Kujalleq, tra i più attivi dell’emisfero settentrionale, è attraversato da enormi iceberg che si staccano dalla calotta glaciale e avanzano lentamente verso la baia di Disko. Le loro forme imponenti, scolpite dal vento e dall’acqua, emergono dal mare in un susseguirsi di sfumature bianche e azzurre. Patrimonio mondiale dell’UNESCO, questo straordinario paesaggio racconta la forza dei ghiacci e la bellezza selvaggia della Groenlandia.

Buongiorno e buon sabato a tutti!

Carmen Tortora
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«Voglio ringraziare Elon Musk. Avete visto quello che sta facendo? Una quota di SpaceX per ogni bambino, e tutto questo passa attraverso i Trump Accounts». Con queste parole Donald Trump ha celebrato l'annuncio del 19 ottobre 2026, quando il miliardario americano ha promesso di regalare un'azione SpaceX a ciascun bambino degli Stati Uniti a partire dal 2027. Un'operazione da 11 miliardi di dollari, confezionata come un viatico radioso verso il domani. Sotto il manto immacolato della filantropia si muovono tuttavia corporazioni prive di etica, edificate calpestando le regole e accumulando fortune colossali sulla polvere del lavoro altrui.

Mentre l'intelligenza artificiale e l'automazione integrale smantellano i pilastri dell'impiego, i signori del tech non elargiscono tutele universali, ma elemosine azionarie. La mutazione antropologica è compiuta: l'essere umano perde la centralità produttiva per essere degradato a consumatore subalterno, ostaggio di rendite elargite dall'alto. Per decifrare la trappola, occorre spingere lo sguardo dentro l'ingranaggio istituzionale già operativo.

I Trump Accounts, istituiti dalla legge del 4 luglio 2025, rappresentano la culla finanziaria dei minori, alimentata da un obolo statale di 1.000 dollari per i nati tra il 2025 e il 2028. Il 1° ottobre 2026 il Tesoro ha perfezionato l'iscrizione automatica, attivando oltre 60 milioni di posizioni legate al Social Security Number. Il rapporto B-338790 del 15 ottobre del Government Accountability Office attesta che l'architettura stringerà nella morsa 73 milioni di minori. Lo Stato ha edificato una piattaforma digitale totale per saldare il destino biologico dei cittadini alle fluttuazioni di un capitalismo opaco.

Il decreto del 30 settembre 2026 (TD 10056) spalanca le porte alla donazione di azioni di singole compagnie, vincolandole per almeno 5 anni. La narrazione ufficiale evoca un legame sentimentale con l'azienda; la realtà costringe milioni di cittadini a tifare per la prosperità di corporazioni spregiudicate, legando la sopravvivenza alle fortune di chi ignora il bene comune.

La proprietà si polverizza in quote infinitesimali, ma il comando resta blindato. Come in un condominio dove i piccoli azionisti subiscono senza voce, Musk manterrà il controllo assoluto di SpaceX grazie alla concentrazione dogmatica dei diritti di voto. A gestire i flussi per conto di uno Stato compiacente intervengono giganti come BNY Mellon e piattaforme come Robinhood, consegnando il futuro patrimoniale dei minori agli speculatori.

La tempistica svela il disegno. Il 18 ottobre 2026, appena ventiquattro ore prima, Anthropic ha annunciato un fondo di pubblica utilità destinando il 5% delle proprie azioni e stanziando 200 milioni di dollari per attutire lo shock occupazionale dell'intelligenza artificiale. È il tentativo di comprare la pace sociale prima che la rabbia monti. La promessa di SpaceX risponde allo stesso copione cinico: un'operazione di pubbliche relazioni volta ad anestetizzare il dissenso.

Questo scenario si salda con l'ideologia del cosiddetto universal high income, la chimera in cui la macchina sostituisce l'uomo e i profitti rimangono monopolio di pochi. I documenti ONU, dall'Atlas dell'UNDP del maggio 2026 al World Social Report del 15 ottobre, fino agli ammonimenti dell'ILO del 12 ottobre, denunciano il rischio di un'esclusione economica devastante. Ma mentre l'ONU invoca presidi pubblici, il modello americano impone la sottomissione volontaria ai diktat dell'oligarchia tecnologica.

L'afflusso di capitali faraonici, come i 6,25 miliardi di dollari donati da Michael e Susan Dell, suggella il baratto tra democrazia e feudalismo digitale. I cittadini vengono ridotti a rentier passivi di un sistema che li esautora. Non siamo di fronte a una nuova frontiera di benessere diffuso, ma alla sottomissione elegante di una popolazione alla mercé di chi possiede gli algoritmi, i server e il capitale. Milioni di piccoli azionisti senza potere, e pochissimi, intoccabili padroni del mondo.

Carmen Tortora
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L’indiscrezione pubblicata il 23 ottobre dal Daily Telegraph sbatte in faccia alla politica una verità incontestabile: se le capitali europee fanno il nome di Giorgia Meloni per trattare direttamente con Vladimir Putin, significa che l’Europa ripone in lei una fiducia cieca.

Quando i vertici comunitari cercano disperatamente di smarcarsi dai diktat di Washington sul dossier ucraino e inseriscono la premier italiana in una rosa che comprende il presidente finlandese Alexander Stubb, il ceco Petr Pavel, la premier danese Mette Frederiksen e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, non stanno semplicemente sondando un terreno diplomatico. Stanno certificando un'affidabilità totale, consegnando le chiavi della trattativa più pericolosa d'Europa proprio a chi un tempo ne contestava le fondamenta.

Un riconoscimento che spazza via d'un sol colpo il repertorio urlato nelle piazze della protesta. Basta tornare al 9 marzo 2014, quando dal palco del congresso di Fratelli d’Italia a Fiuggi la fondatrice del partito brandiva la minaccia dell'uscita dall’euro come una clava contro i burocrati comunitari, in un proclama ancora impresso sui suoi canali ufficiali. Nell'agosto 2014 quella stessa architettura finanziaria veniva marchiata a fuoco come una gabbia da spezzare, mentre nel 2015 l'Unione Europea veniva sbeffeggiata come una banda di usurai. Persino nel novembre dello stesso anno le sanzioni contro la Russia venivano respinte come un suicidio economico per l'Italia, in rotta di collisione frontale con la linea oggi incarnata dal governo.

La poltrona di Palazzo Chigi occupata nell'ottobre 2022 ha incenerito ogni velleità barricadera, convertendo la furia sovranista nella più ortodossa delle gestioni atlantiche e nella difesa ferrea del fronte ucraino. Già il 9 gennaio 2026 la presidente del Consiglio invocava un canale diretto con Mosca mediato da un inviato speciale, anticipando la mossa che oggi la stampa britannica le cuce addosso. Il cortocircuito è servito: il nemico giurato di ieri è diventato l'unico garante su cui l'Europa affida le proprie sorti, dimostrando che il potere reale non chiede la coerenza della purezza, ma la spietata duttilità di chi sa obbedire a Mosca e Washington senza perdere il favore dei padroni.

Carmen Tortora
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Volare in Europa potrebbe costare fino al 20% in più dal 2027. A lanciare l'allarme, il 20 ottobre, è stato Michael O'Leary, amministratore delegato di Ryanair, durante una conferenza stampa a Bruxelles. La spiegazione immediata risiede nell'impennata del carburante, balzato nella settimana conclusa il 16 ottobre 2026 a una media di 207,61 dollari al barile, quasi il 128% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, complice la crisi in Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz. Ryanair, pur avendo protetto l'80% del fabbisogno fino a marzo 2027 a 67 dollari al barile, vedrà la copertura crollare al 15% da aprile, esponendo l'85% rimanente alle oscillazioni di mercato e costringendo a rincari tra il 10% e il 20% accompagnati da tagli ai collegamenti.

Dietro la pressione economica si muove una precisa strategia politica. Da anni organizzazioni internazionali come C40 Cities e l'Agenzia internazionale dell'energia studiano la contrazione dei voli come strumento climatico. Il rapporto C40 del 2019 ipotizzava già una riduzione del 28% dei voli entro il 2030, fissando il limite ideale di un viaggio ogni tre anni a persona. Nel settembre 2023 l'IEA ha inserito il taglio della domanda aerea tra gli obiettivi di decarbonizzazione, raccomandando nell'aprile 2026 di sostituire i viaggi di lavoro con alternative virtuali o ferroviarie.

La leva fiscale e regolatoria opera nella medesima direzione. Nel febbraio 2025 il Climate Change Committee britannico ha teorizzato l'aumento dei prezzi per frenare il traffico, mentre il 15 settembre 2026 Transport & Environment ha chiesto il blocco dell'espansione aeroportuale per rispettare i limiti di carbonio. A livello comunitario, il regolamento ReFuelEU Aviation ha imposto quote minime di carburanti sostenibili — il cui prezzo nel 2025 oscillava tra 1.925 euro e 7.520 euro per tonnellata, a fronte dei 640 euro del cherosene tradizionale —, azzerando al contempo le quote ETS gratuite dal 2026.

Il risultato è una sistematica selezione sociale dell'accesso al volo. Dati storici confermano che nel 2018 appena l'11% della popolazione mondiale aveva preso un aereo, mentre l'1% dei passeggeri più frequenti generava metà delle emissioni. L'imposizione di rincari e balzelli finisce così per colpire unicamente i redditi ordinari, trasformando la mobilità da diritto acquisito a privilegio per pochi.

E la grande ironia della transizione risiede proprio in questa chirurgia sociale: le élite continuano a neutralizzare gabelle e balzelli a colpi di carta di credito, mentre la massa scopre che la democrazia dei cieli non era un traguardo irreversibile, ma soltanto una parentesi temporanea destinata a chiudersi al primo rintocco del bilancio di carbonio.

Carmen Tortora
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