Diversi degli ufficiali rimossi erano responsabili della logistica, e i funzionari hanno dichiarato che nessuno di loro era a conoscenza di indagini o accuse nei loro confronti.
Hegseth ha inoltre bloccato decine di altre promozioni di alti ufficiali militari.
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Questa strategia è già sotto pressione, poiché gli Stati Uniti e l'Iran hanno ripreso gli attacchi.
Al momento, l'amministrazione intende concentrarsi principalmente sulle sanzioni, sulla pressione economica e sul blocco nello Stretto di Hormuz per "costringere" l'Iran a fare concessioni in eventuali future negoziazioni.
Una pausa consentirebbe alle forze armate statunitensi di ricostituire le scorte di munizioni, che sono state notevolmente ridotte.
I funzionari potrebbero prendere in considerazione attacchi militari più intensi dopo le elezioni, ma non è stata ancora presa alcuna decisione e un ritorno a una guerra su vasta scala non è certo.
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Il 68% degli intervistati ritiene che gli Stati Uniti difenderebbero l'Australia in caso di attacco da parte della Cina, rispetto all'84% durante l'amministrazione di Joe Biden, mentre solo il 29% afferma che l'aiuto americano è "molto probabile".
Il 46% non è sicuro se l'Australia riceverà effettivamente i sottomarini della classe Virginia promessi dagli Stati Uniti nell'ambito dell'accordo AUKUS; il 31% è fiducioso, mentre il 23% non lo è.
Gli australiani vedono sempre più la Cina come un partner economico piuttosto che come una minaccia, con il 64% che la considera un partner rispetto al 47% che la vede come un pericolo, rendendo l'Australia l'unico paese del gruppo Quad in cui la Cina è valutata più come un partner economico che come una minaccia.
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I due paesi hanno inoltre discusso di una maggiore cooperazione nel settore militare-industriale, inclusa la produzione di missili guidati.
Marles ha ribadito che l'Australia prevede di ricevere la sua prima sottomarino della classe Virginia nell'ambito del programma AUKUS nel 2032.
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Hanno inoltre discusso di interessi comuni, in particolare degli "sviluppi in Medio Oriente" e degli sforzi in corso per affrontarli.
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Tehran ha trasmesso l'avvertimento attraverso l'Oman intorno alla metà di agosto.
Due funzionari regionali hanno dichiarato che più di una dozzina di membri delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), tra cui almeno due alti ufficiali, si stanno rifugiando sulla cresta insieme a combattenti di Hezbollah.
Un funzionario straniero ha affermato che la pressione esercitata dagli Stati Uniti ha portato Israele a posticipare un'operazione militare sulla cresta.
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Inizialmente, le forze a sostegno di Laftagareen sono avanzate in profondità nella città, conquistando una base militare federale prima di ritirarsi dopo una battaglia durata 4 ore.
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Quando GB News ha chiesto se gli Stati Uniti sarebbero intervenuti a favore della Gran Bretagna, ha ricordato la guerra del 1982, ha elogiato il Regno Unito per aver "riaffermato la propria posizione con forza" e ha sottolineato che le isole sono "molto lontane" e che inviare truppe lì sarebbe "un viaggio lungo".
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Forwarded from Pino Cabras
𝗜𝗟 𝗦𝗘𝗧𝗧𝗜𝗠𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗔𝗡𝗗𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 [PARTE 1]
𝗨𝗻 𝗱𝗿𝗼𝗻𝗲 𝘀𝘂 𝗟𝗶𝗽𝘀𝗶𝗮, 𝟮𝟬𝟬 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗱𝗶 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗶𝗿𝗶𝗻𝗼: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝘃𝗲𝗮𝘂 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗼
Quel giorno in cui cadranno davvero bombe e droni russi su qualche aeroporto europeo non saranno due bombe solitarie e smarrite, senza senso strategico. Saranno centinaia di aeroporti insieme, sulla scala di una guerra mondiale conclamata.
Guardate il titolo di Repubblica di oggi: Rutte va da von der Leyen per decidere la risposta al drone di Lipsia, e la risposta è dare a Kiev i duecento miliardi russi congelati. Il legame è dichiarato apertamente, in prima pagina. Non state cercando un complotto nascosto: ve lo hanno scritto nel titolo. Ed è questa la cosa agghiacciante. Non perdete un minuto con chi vi proporrà letture più sofisticate.
Sulla storia del drone Paolo Desogus ha fatto un’osservazione elementare: mancano dei pezzi. Un drone carico di esplosivo viene trovato nell’area della pista di Lipsia, accanto a un aereo cargo ucraino, e non esplode. Se era un attacco, è fallito. Se era un avvertimento, è incomprensibile. In compenso ha fornito a chi accusa Mosca esattamente ciò che serviva. E le spiegazioni che circolano, Putin misura la nostra pazienza, Putin cerca la guerra, arrivano dalle stesse persone che da anni annunciano l’invasione dei Paesi baltici. Perché la Russia dovrebbe aprire un secondo fronte proprio ora, mentre in Ucraina regge già l’urto della NATO? E per prendersi cosa: tre Paesi dove la popolazione la odierebbe?
Francesco Dall’Aglio ci ha aggiunto il pezzo mancante. Alla guerra servono soldi, quelli stanziati non bastano, e se non bastano la guerra si ferma. Quei duecento miliardi sono la grande cassa già lì, pronta politicamente a essere trasformata in finanziamento. Il drone, in questo senso, è arrivato con un tempismo troppo perfetto.
Nelle stesse ore, in Irlanda, i ministri degli Esteri europei discutevano della stessa cosa: nuove sanzioni e i soldi russi bloccati in Europa da girare a Kiev. Facciamo allora un passo indietro e spieghiamo di che soldi si parla.
Ogni Stato tiene una parte dei propri risparmi fuori casa. Non li mette sotto il materasso: li deposita in banche e istituti stranieri, un po’ come voi tenete i soldi in banca invece che nel salvadanaio. La Russia aveva parcheggiato in Europa circa duecento miliardi di euro della sua banca centrale. Dal 2022 quei soldi sono congelati: ci sono ancora, ma Mosca non può toccarli. La gran parte si trova in Belgio, dentro una specie di enorme deposito di titoli che si chiama Euroclear.
Adesso l’idea, spinta soprattutto dalla Medusa Tossica Cotonata, è passare dal congelamento all’uso: prendere quel denaro e trasformarlo in armi e sostegno per Kiev.
Attenzione alle parole, perché è lì che si gioca questa partita criminale. Nessuno dice “ce li prendiamo”, o “ce li rubiamo”. Si dice “prestito”, da restituire quando la Russia pagherà i danni di guerra. Ma è come se qualcuno usasse i risparmi del vicino promettendo di rimetterli a posto con i soldi di un risarcimento che il vicino non ha mai accettato di pagare. Cambia il nome, non il gesto. E il nome del gesto lo conosciamo da tremila anni: non rubare. […]
[FINE PARTE 1]
[Segue…]
𝗨𝗻 𝗱𝗿𝗼𝗻𝗲 𝘀𝘂 𝗟𝗶𝗽𝘀𝗶𝗮, 𝟮𝟬𝟬 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗱𝗶 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗶𝗿𝗶𝗻𝗼: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝘃𝗲𝗮𝘂 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗼
Quel giorno in cui cadranno davvero bombe e droni russi su qualche aeroporto europeo non saranno due bombe solitarie e smarrite, senza senso strategico. Saranno centinaia di aeroporti insieme, sulla scala di una guerra mondiale conclamata.
Guardate il titolo di Repubblica di oggi: Rutte va da von der Leyen per decidere la risposta al drone di Lipsia, e la risposta è dare a Kiev i duecento miliardi russi congelati. Il legame è dichiarato apertamente, in prima pagina. Non state cercando un complotto nascosto: ve lo hanno scritto nel titolo. Ed è questa la cosa agghiacciante. Non perdete un minuto con chi vi proporrà letture più sofisticate.
Sulla storia del drone Paolo Desogus ha fatto un’osservazione elementare: mancano dei pezzi. Un drone carico di esplosivo viene trovato nell’area della pista di Lipsia, accanto a un aereo cargo ucraino, e non esplode. Se era un attacco, è fallito. Se era un avvertimento, è incomprensibile. In compenso ha fornito a chi accusa Mosca esattamente ciò che serviva. E le spiegazioni che circolano, Putin misura la nostra pazienza, Putin cerca la guerra, arrivano dalle stesse persone che da anni annunciano l’invasione dei Paesi baltici. Perché la Russia dovrebbe aprire un secondo fronte proprio ora, mentre in Ucraina regge già l’urto della NATO? E per prendersi cosa: tre Paesi dove la popolazione la odierebbe?
Francesco Dall’Aglio ci ha aggiunto il pezzo mancante. Alla guerra servono soldi, quelli stanziati non bastano, e se non bastano la guerra si ferma. Quei duecento miliardi sono la grande cassa già lì, pronta politicamente a essere trasformata in finanziamento. Il drone, in questo senso, è arrivato con un tempismo troppo perfetto.
Nelle stesse ore, in Irlanda, i ministri degli Esteri europei discutevano della stessa cosa: nuove sanzioni e i soldi russi bloccati in Europa da girare a Kiev. Facciamo allora un passo indietro e spieghiamo di che soldi si parla.
Ogni Stato tiene una parte dei propri risparmi fuori casa. Non li mette sotto il materasso: li deposita in banche e istituti stranieri, un po’ come voi tenete i soldi in banca invece che nel salvadanaio. La Russia aveva parcheggiato in Europa circa duecento miliardi di euro della sua banca centrale. Dal 2022 quei soldi sono congelati: ci sono ancora, ma Mosca non può toccarli. La gran parte si trova in Belgio, dentro una specie di enorme deposito di titoli che si chiama Euroclear.
Adesso l’idea, spinta soprattutto dalla Medusa Tossica Cotonata, è passare dal congelamento all’uso: prendere quel denaro e trasformarlo in armi e sostegno per Kiev.
Attenzione alle parole, perché è lì che si gioca questa partita criminale. Nessuno dice “ce li prendiamo”, o “ce li rubiamo”. Si dice “prestito”, da restituire quando la Russia pagherà i danni di guerra. Ma è come se qualcuno usasse i risparmi del vicino promettendo di rimetterli a posto con i soldi di un risarcimento che il vicino non ha mai accettato di pagare. Cambia il nome, non il gesto. E il nome del gesto lo conosciamo da tremila anni: non rubare. […]
[FINE PARTE 1]
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Forwarded from Pino Cabras
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𝗜𝗟 𝗦𝗘𝗧𝗧𝗜𝗠𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗔𝗡𝗗𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 [PARTE 2]
𝗨𝗻 𝗱𝗿𝗼𝗻𝗲 𝘀𝘂 𝗟𝗶𝗽𝘀𝗶𝗮, 𝟮𝟬𝟬 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗱𝗶 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗶𝗿𝗶𝗻𝗼: 𝗹’𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝘃𝗲𝗮𝘂 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗼
[…] Anche il modo in cui si sta decidendo dice molto. A dicembre il Consiglio dell’Unione europea ha trasformato il rinnovo semestrale in un blocco a tempo indeterminato: venticinque Paesi a favore, Ungheria e Slovacchia contro. Belgio, Bulgaria, Italia e Malta votarono sì, ma misero nero su bianco che quel voto non autorizzava affatto l’uso del capitale russo. Il Belgio in particolare ha paura: se un giorno un tribunale internazionale dà ragione a Mosca, chi restituisce il denaro? Per ora si ragiona su come dividere il rischio fra i ventisette. Tradotto: nessuno vuole tenere in mano la pistola, ma quasi tutti vogliono che il colpo parta.
Ed è qui che l’operazione si rivolta contro chi la fa.
Primo. Il sistema finanziario mondiale sta in piedi su una cosa sola: la fiducia. Gli Stati lasciano i soldi all’estero perché sono sicuri di poterli riprendere. Se l’Europa, che ripete ogni giorno di essere la casa del diritto, prende i soldi di un altro Stato, chiunque abbia denaro in Europa farà lo stesso calcolo: domani può toccare a me. Non lo penseranno perché amano la Russia. Lo penseranno per prudenza, come chiunque sposterebbe il portafoglio da un cassetto che si è già aperto una volta. Cina, India, i Paesi del Golfo avranno una ragione in più per spostare capitali altrove. Due effetti: l’Europa perde la fama di posto sicuro dove tenere ricchezza, e i soldi se ne vanno. E quando i soldi se ne vanno ci rimettono le banche, il debito pubblico, le imprese, il lavoro. Sarebbe la chiusura del cerchio perfetta per l’Eurosuicidio già innescato con le sanzioni, l’impoverimento energetico, la deindustrializzazione e la demolizione delle classi medie.
Secondo. Resta il precedente, cioè la regola nuova che nasce dal gesto. Da quel giorno basterà una maggioranza politica del momento per dichiarare un Paese “aggressore” e prendergli i beni. Se crei una procedura inedita, le procedure si riusano. I Paesi emergenti la leggeranno come una minaccia alla loro indipendenza economica e usciranno più in fretta dal circuito occidentale, accettando anche di guadagnare meno: perché per chi ha risparmi, essere sicuri di riaverli conta più che farci un buon interesse. Questa uscita dal dollaro era già partita, proprio perché gli Stati Uniti hanno usato la loro moneta come arma politica. L’Europa, con notevole talento nel farsi male da sola, si offre volontaria per estendere il sospetto anche all’euro. Un capolavoro.
Terzo. C’è chi immagina che la Russia incassi il colpo e stia zitta. Il Cremlino ha già avvertito che la cosa non resterà senza risposta e che chi partecipa ne risponderà. La banca centrale russa ha annunciato una valanga di cause nei tribunali internazionali, anche a nome di investitori privati. Ma la risposta non sarà solo legale: sequestro dei beni delle aziende europee ancora presenti in Russia; chiusura dei rubinetti su materiali di cui abbiamo bisogno, come l’uranio per le centrali nucleari e altri materiali critici; blocco di gasdotti e rotte commerciali; e sabotaggi mirati sui nostri punti deboli, che sono tanti e ben conosciuti. Allora sì che conosceremo la “guerra ibrida”, altro che isterismi di Merz & C. […]
[FINE PARTE 2]
[Segue…]
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