Giuseppe Masala Chili 🌶
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Lettore appassionato e scrittore incostante. Topografo degli abissi. Diversamente inabile. A volte manniano tendenza Giuseppe a volte céliniano tendenza Bardamu.
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🇺🇦🇷🇺⚡️ — Le conseguenze di un massiccio attacco con droni avvenuto durante la notte a Novorossiysk, ripreso dai satelliti occidentali.

Il tetto del complesso per la produzione di prodotti da forno è stato danneggiato, un nastro trasportatore per i cereali è crollato nel terminale dei cereali, una petroliera è stata colpita vicino al molo di carico del petrolio, e anche i moli della base navale di Novorossiysk, dove sono ormeggiate navi militari, sono stati colpiti.
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Lo storico Steven J. Ross afferma che il CEO della Anti-Defamation League, Jonathan Greenblatt, gli ha detto che l'ADL continua ancora a "spiare" gli americani.

Ross racconta di aver chiesto a Greenblatt, durante una raccolta fondi a Los Angeles, se potesse accedere ai documenti relativi alle attività di spionaggio dell'ADL, e Greenblatt gli ha risposto: "No, perché stiamo ancora spiando e utilizziamo ancora le stesse tecniche".

Ross aggiunge che l'ADL ha anche fatto uso di "alcuni" agenti provocatori.
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🇷🇺🇬🇧 La Russia minaccia di sequestrare navi britanniche, riporta il quotidiano The Telegraph.
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Sono emerse immagini del rogo avvenuto nel complesso logistico di Brovary, colpito oggi da droni kamikaze di tipo "Geran".
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L'eclissi solare sta raggiungendo il suo culmine: online vengono condivise foto del fenomeno ripreso sopra diverse città russe.
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‼️🇷🇺Protesi moderne e costose a Mosca, mentre nelle regioni si offre qualsiasi cosa: i volontari dell'SVO si sono lamentati con il partito LDPR riguardo all'approccio alla fornitura di protesi.

Le protesi all'avanguardia rendono la vita molto più facile ai nostri soldati, ma sono disponibili principalmente a Mosca e in altre grandi città. I volontari dell'SVO hanno trasmesso lamentele da parte dei partecipanti all'operazione speciale durante il forum "Influenzare il governo con il LDPR".

A quanto pare, nonostante l'aumento della produzione e la creazione di interi programmi governativi, le protesi moderne rimangono una rarità nel sistema sanitario regionale. I partecipanti all'SVO devono quindi mettersi in coda e viaggiare verso le grandi città per ricevere una protesi.

"Il LDPR risolverà questo problema. I nostri soldati sono persone nel pieno della loro vita che vivono e lavorano; non hanno bisogno di protesi 'di legno'; hanno bisogno di dispositivi funzionali." Il LDPR ritiene che lo Stato debba finanziare la fornitura di protesi funzionali di alta qualità alle persone disabili, in modo che queste siano le più adatte al loro stile di vita e al loro livello di attività prima della lesione", ha dichiarato il LDPR.
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🚫 L'Università dell'Alberta in Canada ha ricevuto l'autorizzazione a sciogliere un fondo di ricerca intitolato a Yaroslav Gunka, un veterano delle SS.

La controversia è scoppiata nel 2023, durante la visita di Zelensky, quando il nome del fondo è stato menzionato e ha ricevuto applausi da alcuni membri del parlamento.
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🇺🇸🇮🇷 AMERICA E GUERRA, IL PARADOSSO DI WASHINGTON: «ENTRARE È FACILE, USCIRNE MOLTO MENO»

Gli Stati Uniti continuano a promettere la fine delle “guerre infinite”, ma il loro stesso sistema politico e militare li spinge ripetutamente verso nuovi conflitti. È questa la tesi al centro dell’analisi di Emma Ashford pubblicata il 12 agosto su Foreign Affairs con il titolo America’s Fatal Attraction to War: The Perverse Incentives for Presidents to Use Military Force.

Ashford parte dalla guerra contro l’Iran per mettere in discussione una spiegazione troppo semplice dell’interventismo americano. Il problema, sostiene, non può essere ridotto alla personalità di Donald Trump, all’influenza di Marco Rubio o alla forza della componente neoconservatrice del Partito Repubblicano. Esisterebbero invece incentivi strutturali che rendono estremamente facile per un presidente americano ricorrere alla forza e molto più difficile interrompere un conflitto senza aver raggiunto gli obiettivi annunciati.

Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo di porre fine alle “forever wars” e la National Security Strategy del 2025 aveva persino riconosciuto apertamente che Washington non può considerare ogni regione e ogni crisi un interesse vitale. Il Vicino Oriente avrebbe dovuto perdere centralità a favore dell’Indo-Pacifico e dell’emisfero occidentale.

Eppure, diciotto mesi dopo, gli Stati Uniti si trovano nuovamente coinvolti in una guerra regionale.

Secondo Ashford, le iniziali vittorie tattiche ottenute contro l’Iran nel 2025 e nell’operazione statunitense in Venezuela avrebbero rafforzato a Washington l’illusione che la forza militare potesse garantire risultati politici rapidi e relativamente poco costosi. Da questa convinzione si sarebbe arrivati a Operation Epic Fury contro Teheran.

Il risultato, sei mesi dopo, è però molto più ambiguo. L’Iran ha subito danni militari significativi, ma la Repubblica Islamica è ancora al potere. Gli Stati Uniti hanno consumato grandi quantità di munizioni di precisione, alcune basi americane nella regione sono state colpite e Teheran ha accresciuto la propria capacità di minacciare la navigazione nello Stretto di Hormuz.

Il punto centrale dell’articolo è proprio questo: una superiorità militare schiacciante può produrre successi tattici senza tradursi necessariamente in una vittoria strategica.

A rendere particolarmente pericoloso il meccanismo sarebbe anche la progressiva marginalizzazione del Congresso. Sebbene la Costituzione attribuisca a quest’ultimo il potere di dichiarare guerra, i presidenti americani dispongono ormai di un apparato militare globale che consente loro di iniziare operazioni su larga scala con controlli politici relativamente limitati.

La rete mondiale di basi americane crea inoltre un paradosso: le truppe schierate all’estero dovrebbero servire a garantire sicurezza, ma possono diventare esse stesse una ragione per intervenire. Ashford ricorda che Marco Rubio aveva sostenuto che un attacco israeliano contro l’Iran avrebbe inevitabilmente esposto i militari americani presenti nella regione alla rappresaglia di Teheran, rendendo quindi necessario un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti.

Ma se iniziare una guerra è relativamente facile, uscirne è molto più complicato.

Washington tende infatti a fissare obiettivi massimalisti e ad associare qualsiasi compromesso alla sconfitta. Nel caso iraniano, Ashford sostiene che Teheran avesse offerto poco prima del conflitto di interrompere l’arricchimento interno dell’uranio, rimuovere le proprie scorte già arricchite e consentire il ritorno degli ispettori dell’AIEA. L’amministrazione Trump avrebbe però preferito tentare di ottenere risultati più radicali attraverso la forza.

Il costo politico interno di queste guerre rimane inoltre relativamente basso perché la maggior parte degli americani ne percepisce solo indirettamente le conseguenze. Con un esercito professionale e operazioni sempre più tecnologiche, il peso umano viene concentrato su una piccola parte della società. Per il cittadino medio, osserva Ashford, il principale effetto visibile della guerra iraniana è stato finora l’aumento dell’inflazione provocato anche dalle perturbazioni nei mercati energetici.

I costi più importanti sono invece strategici e vengono rinviati nel tempo.

Ogni intercettore utilizzato per difendere una base americana nel Golfo è un intercettore non disponibile per un’eventuale crisi nell’Indo-Pacifico. Ogni miliardo speso per ricostruire infrastrutture militari in Vicino Oriente è denaro che non viene destinato alla competizione con la Cina. Ogni reparto mobilitato per un conflitto regionale non può essere contemporaneamente impiegato altrove.

Ashford arriva così al cuore della sua critica: l’interventismo americano starebbe progressivamente riducendo la stessa libertà strategica degli Stati Uniti.

Washington può discutere per anni se intervenire o meno in difesa di Taiwan, ma se avrà già consumato uomini, munizioni e risorse in una serie di guerre periferiche, quella scelta potrebbe diventare puramente teorica.

Per rompere questo meccanismo, l’autrice propone di ridurre alcune basi avanzate, restituire al Congresso maggiore controllo sulla spesa militare e sulle guerre e limitare il peso politico del complesso militare-industriale, anche restringendo la “porta girevole” tra alti incarichi pubblici e grandi aziende della difesa.

La conclusione è netta: il problema delle “forever wars” non riguarda soltanto il loro costo umano o economico. Riguarda la capacità degli Stati Uniti di continuare a comportarsi come una potenza in grado di combattere contemporaneamente ovunque.

L’Iran, nell’analisi di Ashford, rappresenta quindi qualcosa di più di un singolo conflitto: è il sintomo di un possibile overstretch americano, nel quale guerre considerate inizialmente periferiche finiscono per consumare proprio le risorse necessarie a sostenere la competizione globale di Washington.

🔗 Fonte
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