⚡️🇸🇦🇾🇪🇾🇪 Hazem Al-Assad, membro dell'Ufficio Politico degli Houthi, riguardo ai recenti attacchi a Riyadh, in Arabia Saudita:
"Ciò che accadrà sarà ancora più grande. Il nemico saudita è andato troppo oltre nel giocare con il fuoco nei confronti del popolo yemenita: un assedio, un'aggressione, diffamazioni e la promozione dell'ISIS."
"Ciò che accadrà sarà ancora più grande. Il nemico saudita è andato troppo oltre nel giocare con il fuoco nei confronti del popolo yemenita: un assedio, un'aggressione, diffamazioni e la promozione dell'ISIS."
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⚡️🇱🇻🇺🇦🇪🇺 The Guardian: Il presidente lettone Edgars Rinkēvičs ha avvertito che l'Europa sta rimanendo indietro rispetto al rapido sviluppo dei droni e della guerra aerea dimostrato dal conflitto in Ucraina, affermando che i preparativi in corso potrebbero già essere obsoleti entro il prossimo anno.
Rinkēvičs ha dichiarato che i paesi europei non dispongono di difese aeree, di droni e anti-missile sufficienti per affrontare un potenziale attacco russo, mentre i ritardi nell'espansione delle capacità di difesa aerea, come il sistema Patriot, stanno lasciando l'Europa vulnerabile. Ha aggiunto che l'esperienza bellica ucraina si sta sviluppando a una "velocità fulminea", con Kiev che produce circa 200.000 droni al mese e con l'obiettivo di produrne più di 7 milioni entro il 2026.
Rinkēvičs ha dichiarato che i paesi europei non dispongono di difese aeree, di droni e anti-missile sufficienti per affrontare un potenziale attacco russo, mentre i ritardi nell'espansione delle capacità di difesa aerea, come il sistema Patriot, stanno lasciando l'Europa vulnerabile. Ha aggiunto che l'esperienza bellica ucraina si sta sviluppando a una "velocità fulminea", con Kiev che produce circa 200.000 droni al mese e con l'obiettivo di produrne più di 7 milioni entro il 2026.
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Le contromisure elettroniche e i disturbatori GPS potrebbero essere inefficaci: la Russia sta sviluppando il sistema Ariadna per i droni.
L'advisor di Zelenskyy, Beskrestnov, ha annunciato il nuovo sistema. Ariadna utilizza la navigazione tramite fari radio senza GPS e, a quanto si afferma, consente ai missili Geranium e KAB di colpire accuratamente i bersagli a profondità fino a 100 km.
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L'advisor di Zelenskyy, Beskrestnov, ha annunciato il nuovo sistema. Ariadna utilizza la navigazione tramite fari radio senza GPS e, a quanto si afferma, consente ai missili Geranium e KAB di colpire accuratamente i bersagli a profondità fino a 100 km.
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La libertà del male? Il libero arbitrio, il nulla e il tramonto della morale
Dire che «l’unica libertà permessa è quella del male» significa, senza forse avvedersene, collocarsi già all’interno di una determinata interpretazione dell’essere, della libertà e dell’agire, poiché prima ancora di chiedersi se l’uomo sia libero di compiere il bene oppure il male occorre domandarsi che cosa significhi propriamente quel “poter fare altrimenti” nel quale la tradizione ha individuato l’essenza del libero arbitrio. Se A decide x, dire che A è libero non significa semplicemente affermare che nessuno lo abbia costretto esteriormente, né che egli ignori le cause che lo hanno condotto alla decisione, ma significa sostenere qualcosa di ontologicamente molto più impegnativo: che quella decisione, pur essendo, avrebbe potuto non essere, e che al suo posto avrebbe potuto essere una decisione diversa. Il libero arbitrio implica dunque il possibile non essere della decisione che è, e proprio per questo Severino, già negli Studi di filosofia della prassi, sottrae la libertà al piano dell’evidenza fenomenologica: noi vediamo la decisione che sopraggiunge, ma non vediamo il suo “avrebbe potuto non sopraggiungere”; vediamo che mi alzo, non vediamo, accanto a questo evento, il mondo in cui sarei rimasto seduto. La libertà, in questo senso, non è un contenuto dell’esperienza, ma l’interpretazione secondo cui ciò che è avrebbe potuto non essere. È qui che il problema apparentemente morale del libero arbitrio si rovescia immediatamente nel problema teoretico del rapporto tra l’essente e il nulla, perché se una decisione è libera in quanto avrebbe potuto non essere presa, allora essa è pensata come ciò che avrebbe potuto rimanere nulla; e dire che un essente avrebbe potuto essere nulla significa collocarlo sullo sfondo di quella oscillazione tra essere e non essere che, nel linguaggio severiniano, costituisce il sottosuolo dell’intera storia dell’Occidente.
È precisamente in questo senso che Destino della necessità afferma che la libertà appartiene all’essenza del nichilismo. La proposizione è facilmente fraintendibile se la si traduce nell’opposizione corrente tra libertà e costrizione, quasi che il destino della necessità sostituisse al libero arbitrio una gigantesca causalità universale nella quale l’uomo non sarebbe altro che un meccanismo determinato. Ma questa lettura rimane interamente interna alla terra isolata, perché anche il determinismo continua a pensare il divenire come un diventare altro: il libero arbitrio afferma che A può diventare B oppure C, il determinismo afferma che A deve diventare B, ma entrambi assumono come indiscutibile che A divenga altro da ciò che è. Il destino non prende partito per uno dei due termini dell’alternativa, perché libertà e necessità deterministica appartengono alla medesima regione del pensiero che pensa l’essente come disponibile al proprio altro; per questo Severino può dire che il destino «non è la semplice negazione della libertà», ma una regione essenzialmente diversa da quella nella quale libertà e necessità si fronteggiano come opposti. E quando afferma che il destino attende il «tramonto della libertà», aggiunge subito che ciò non significa affatto l’avvento della schiavitù, perché anche la schiavitù è ancora un modo della libertà, ossia una figura interna allo stesso orizzonte in cui ciò che potrebbe essere sciolto è temporaneamente legato.
La libertà occidentale, infatti, prima ancora di diventare libertà psicologica o morale dell’individuo, appartiene al modo in cui l’Occidente pensa l’essente.
L’essente è libero quando è pensato come sciolto dall’essere e dal nulla, quando può uscire dal nulla e ritornarvi; la creazione è allora la liberazione dal nulla, la distruzione è la liberazione dall’essere. In questa dimensione l’uomo può concepirsi come potenza proprio perché crede che le cose siano disponibili al loro altro: può produrre ciò che non è, distruggere ciò che è, trasformare il chiuso in aperto, il malato in sano, il vivo in morto, l’assenza in presenza e la presenza in assenza. La volontà di potenza non è dunque, originariamente, desiderio di dominio politico o psicologico, ma volontà che l’essente divenga altro da sé; ed è questa la ragione per cui Dike individua nel «diventar altro» la configurazione essenziale della terra isolata dal destino, cioè della dimensione nella quale l’essente viene pensato come ciò che può identificarsi con il proprio altro. 00208.txt La contraddizione non consiste soltanto nel fatto che qualcosa muti empiricamente, ma nella persuasione che, diventando altro, l’essente possa cessare di essere ciò che esso è: che A possa essere non-A.
Su questo sfondo la formula «l’unica libertà permessa è quella del male» mostra la propria insufficienza teoretica, perché, se si intende libertà nel senso del libero arbitrio, non esiste alcuna ragione per attribuirla al male e sottrarla al bene: anche il bene, per essere liberamente scelto, dovrebbe poter non essere scelto, e dunque dovrebbe essere contingente nello stesso senso del male. Anzi, la morale tradizionale sembra richiedere esattamente questo: l’uomo è imputabile perché avrebbe potuto agire diversamente. Ma è precisamente questa possibilità che il destino della necessità dissolve. Se ogni essente è eternamente sé stesso e se ogni essente è necessariamente in relazione con la totalità degli essenti, allora anche la decisione che appare non è un’isola sospesa sul nulla della possibilità, ma appartiene necessariamente alla totalità concreta del sopraggiungere della terra. Dike formula il passaggio con rigore: se una decisione fosse libera, sarebbe stata o potrebbe essere nulla; ma, poiché ogni decisione che appare è implicata necessariamente nella totalità degli essenti, è impossibile che essa sia libera nel significato attribuitole dal libero arbitrio. Da ciò non segue che bene e male siano indifferenti, né che l’assassinio e la carezza si equivalgano, perché la necessità non sopprime le differenze ma, al contrario, le salva dall’annientamento: l’odio è eternamente odio, la carezza è eternamente carezza, il dolore è eternamente dolore, l’errore è eternamente errore; proprio perché ogni essente è sé stesso e non il proprio altro, nessuno di questi significati può dissolversi nell’altro.
A questo punto si presenta inevitabilmente il problema della responsabilità: se l’uomo non avrebbe potuto agire diversamente, sembra infatti che venga meno ciò che la tradizione considera la condizione stessa dell’imputabilità. Ma anche qui Severino spezza l’equivalenza tra responsabilità e libero arbitrio. In Dike il «responsabile» autentico non è precisamente l’uomo pensato come libero nel senso della terra isolata, perché, se la decisione è sciolta dal passato e avrebbe potuto essere diversa da tutto ciò che la precede, allora proprio ciò che l’uomo è stato non risponde veramente di essa; la decisione appare come una sorta di inizio assoluto, una cesura arbitraria rispetto alla totalità della storia dell’individuo. Nella necessità, invece, ogni stato dell’uomo risponde dell’altro perché ogni stato è richiesto da ciò che lo precede e dalla totalità concreta in cui esso appare: non «avresti potuto fare diversamente e dunque sei responsabile», ma, più radicalmente, tutto ciò che sei risponde di ciò che fai. La necessità, quindi, non deresponsabilizza l’uomo trasformandolo in automa; mostra piuttosto che il suo agire non è una scintilla casuale sospesa sul nulla, bensì appartiene alla necessità del suo intero essere.
Dire che «l’unica libertà permessa è quella del male» significa, senza forse avvedersene, collocarsi già all’interno di una determinata interpretazione dell’essere, della libertà e dell’agire, poiché prima ancora di chiedersi se l’uomo sia libero di compiere il bene oppure il male occorre domandarsi che cosa significhi propriamente quel “poter fare altrimenti” nel quale la tradizione ha individuato l’essenza del libero arbitrio. Se A decide x, dire che A è libero non significa semplicemente affermare che nessuno lo abbia costretto esteriormente, né che egli ignori le cause che lo hanno condotto alla decisione, ma significa sostenere qualcosa di ontologicamente molto più impegnativo: che quella decisione, pur essendo, avrebbe potuto non essere, e che al suo posto avrebbe potuto essere una decisione diversa. Il libero arbitrio implica dunque il possibile non essere della decisione che è, e proprio per questo Severino, già negli Studi di filosofia della prassi, sottrae la libertà al piano dell’evidenza fenomenologica: noi vediamo la decisione che sopraggiunge, ma non vediamo il suo “avrebbe potuto non sopraggiungere”; vediamo che mi alzo, non vediamo, accanto a questo evento, il mondo in cui sarei rimasto seduto. La libertà, in questo senso, non è un contenuto dell’esperienza, ma l’interpretazione secondo cui ciò che è avrebbe potuto non essere. È qui che il problema apparentemente morale del libero arbitrio si rovescia immediatamente nel problema teoretico del rapporto tra l’essente e il nulla, perché se una decisione è libera in quanto avrebbe potuto non essere presa, allora essa è pensata come ciò che avrebbe potuto rimanere nulla; e dire che un essente avrebbe potuto essere nulla significa collocarlo sullo sfondo di quella oscillazione tra essere e non essere che, nel linguaggio severiniano, costituisce il sottosuolo dell’intera storia dell’Occidente.
È precisamente in questo senso che Destino della necessità afferma che la libertà appartiene all’essenza del nichilismo. La proposizione è facilmente fraintendibile se la si traduce nell’opposizione corrente tra libertà e costrizione, quasi che il destino della necessità sostituisse al libero arbitrio una gigantesca causalità universale nella quale l’uomo non sarebbe altro che un meccanismo determinato. Ma questa lettura rimane interamente interna alla terra isolata, perché anche il determinismo continua a pensare il divenire come un diventare altro: il libero arbitrio afferma che A può diventare B oppure C, il determinismo afferma che A deve diventare B, ma entrambi assumono come indiscutibile che A divenga altro da ciò che è. Il destino non prende partito per uno dei due termini dell’alternativa, perché libertà e necessità deterministica appartengono alla medesima regione del pensiero che pensa l’essente come disponibile al proprio altro; per questo Severino può dire che il destino «non è la semplice negazione della libertà», ma una regione essenzialmente diversa da quella nella quale libertà e necessità si fronteggiano come opposti. E quando afferma che il destino attende il «tramonto della libertà», aggiunge subito che ciò non significa affatto l’avvento della schiavitù, perché anche la schiavitù è ancora un modo della libertà, ossia una figura interna allo stesso orizzonte in cui ciò che potrebbe essere sciolto è temporaneamente legato.
La libertà occidentale, infatti, prima ancora di diventare libertà psicologica o morale dell’individuo, appartiene al modo in cui l’Occidente pensa l’essente.
L’essente è libero quando è pensato come sciolto dall’essere e dal nulla, quando può uscire dal nulla e ritornarvi; la creazione è allora la liberazione dal nulla, la distruzione è la liberazione dall’essere. In questa dimensione l’uomo può concepirsi come potenza proprio perché crede che le cose siano disponibili al loro altro: può produrre ciò che non è, distruggere ciò che è, trasformare il chiuso in aperto, il malato in sano, il vivo in morto, l’assenza in presenza e la presenza in assenza. La volontà di potenza non è dunque, originariamente, desiderio di dominio politico o psicologico, ma volontà che l’essente divenga altro da sé; ed è questa la ragione per cui Dike individua nel «diventar altro» la configurazione essenziale della terra isolata dal destino, cioè della dimensione nella quale l’essente viene pensato come ciò che può identificarsi con il proprio altro. 00208.txt La contraddizione non consiste soltanto nel fatto che qualcosa muti empiricamente, ma nella persuasione che, diventando altro, l’essente possa cessare di essere ciò che esso è: che A possa essere non-A.
Su questo sfondo la formula «l’unica libertà permessa è quella del male» mostra la propria insufficienza teoretica, perché, se si intende libertà nel senso del libero arbitrio, non esiste alcuna ragione per attribuirla al male e sottrarla al bene: anche il bene, per essere liberamente scelto, dovrebbe poter non essere scelto, e dunque dovrebbe essere contingente nello stesso senso del male. Anzi, la morale tradizionale sembra richiedere esattamente questo: l’uomo è imputabile perché avrebbe potuto agire diversamente. Ma è precisamente questa possibilità che il destino della necessità dissolve. Se ogni essente è eternamente sé stesso e se ogni essente è necessariamente in relazione con la totalità degli essenti, allora anche la decisione che appare non è un’isola sospesa sul nulla della possibilità, ma appartiene necessariamente alla totalità concreta del sopraggiungere della terra. Dike formula il passaggio con rigore: se una decisione fosse libera, sarebbe stata o potrebbe essere nulla; ma, poiché ogni decisione che appare è implicata necessariamente nella totalità degli essenti, è impossibile che essa sia libera nel significato attribuitole dal libero arbitrio. Da ciò non segue che bene e male siano indifferenti, né che l’assassinio e la carezza si equivalgano, perché la necessità non sopprime le differenze ma, al contrario, le salva dall’annientamento: l’odio è eternamente odio, la carezza è eternamente carezza, il dolore è eternamente dolore, l’errore è eternamente errore; proprio perché ogni essente è sé stesso e non il proprio altro, nessuno di questi significati può dissolversi nell’altro.
A questo punto si presenta inevitabilmente il problema della responsabilità: se l’uomo non avrebbe potuto agire diversamente, sembra infatti che venga meno ciò che la tradizione considera la condizione stessa dell’imputabilità. Ma anche qui Severino spezza l’equivalenza tra responsabilità e libero arbitrio. In Dike il «responsabile» autentico non è precisamente l’uomo pensato come libero nel senso della terra isolata, perché, se la decisione è sciolta dal passato e avrebbe potuto essere diversa da tutto ciò che la precede, allora proprio ciò che l’uomo è stato non risponde veramente di essa; la decisione appare come una sorta di inizio assoluto, una cesura arbitraria rispetto alla totalità della storia dell’individuo. Nella necessità, invece, ogni stato dell’uomo risponde dell’altro perché ogni stato è richiesto da ciò che lo precede e dalla totalità concreta in cui esso appare: non «avresti potuto fare diversamente e dunque sei responsabile», ma, più radicalmente, tutto ciò che sei risponde di ciò che fai. La necessità, quindi, non deresponsabilizza l’uomo trasformandolo in automa; mostra piuttosto che il suo agire non è una scintilla casuale sospesa sul nulla, bensì appartiene alla necessità del suo intero essere.
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È a questo punto che la questione della libertà conduce alla morale. Non perché Severino fondi una nuova morale, ma perché porta alla luce il terreno ontologico sul quale la morale occidentale si costituisce. Pensieri sul cristianesimo contiene, da questo punto di vista, una delle provocazioni più radicali: se si pensa che la natura fondamentale dell’uomo consista nel nascere dal nulla e ritornarvi, allora persino il comandamento «non uccidere» condivide con l’omicidio una medesima fede originaria, quella secondo cui l’uomo è qualcosa che può essere annientato.
L’omicidio dice: annientalo; il comandamento dice: non annientarlo; ma entrambi assumono che l’annientamento sia possibile. 00293.txt Non si tratta evidentemente di equiparare moralmente il comandamento e l’omicidio, né tanto meno di assolvere il secondo; si tratta di mostrare che entrambi, proprio in quanto pensano l’uomo come mortale nel senso radicale del poter diventare nulla, si muovono all’interno dello stesso orizzonte nichilistico. La morale dice al distruttore: non devi annientare l’uomo. Il destino dice qualcosa di incomparabilmente più radicale: non puoi annientarlo. Puoi infliggere dolore, produrre il cadavere, far scomparire l’altro dall’apparire attuale, volere la sua morte; ma non puoi ottenere che l’essente divenga niente. Il comando morale tenta di impedire un potere di annientamento che continua a ritenere reale; il destino mostra l’impossibilità originaria di quel potere.
È per questo che, nella prospettiva severiniana, il male non possiede alcun privilegio ontologico di libertà. Anzi, proprio quando viene pensato come potenza distruttiva, esso rivela con particolare chiarezza il proprio radicamento nella fede nel diventar altro. Ma La morte e la terra porta l’analisi ancora più in profondità, perché mostra che non soltanto l’odio, bensì anche l’amore, quando è volontà, appartiene alla medesima struttura. L’amante dice: «voglio che l’amato sia»; l’odio dice: «voglio che l’odiato non sia». E tuttavia entrambi presuppongono che l’essere dell’altro sia disponibile, che possa essere sottratto o conservato, che l’amato possa essere separato dal proprio essere e dunque diventare nulla. Per questo Severino può affermare che l’intenzione di amare, nella terra isolata, maschera l’odio che sta alla radice dell’amore in quanto volontà, perché anche quell’amore vive della fede nella separabilità dell’amato dal suo essere. 00166.txt Qui compare il significato radicale dell’enticidio: non semplicemente l’uccisione empirica di un uomo, ma la fede che l’essente sia annientabile; e l’odio autentico della terra isolata consiste proprio nel credere nell’annientabilità di qualcosa, perfino dell’odio stesso. 00167.txt
Da questo punto di vista anche l’opposizione morale tra conservazione e distruzione diventa insufficiente, perché il problema non è soltanto se la volontà voglia conservare o distruggere, ma che in entrambi i casi essa si ritiene capace di disporre dell’essere dell’essente. Il senso autentico dell’amore non può allora consistere nel voler impedire che l’amato divenga nulla, perché questa volontà nasce già dalla fede che egli possa diventarlo; esso consiste piuttosto nell’apparire della necessità del suo essere. Non «ti amo e dunque voglio salvarti dal nulla», ma: appare che tu non puoi essere nulla. L’amore autentico non concede l’essere all’essente, non glielo conserva, non glielo restituisce: lascia apparire la necessità del suo esser sé. Per questo La morte e la terra afferma che tutti gli essenti sono «amati» dal destino della necessità, nel senso che il destino non li altera né li produce, ma li lascia apparire nel loro necessario essere ciò che sono. 00166.txt Ed è qui che la parola «libertà» ritorna con un significato essenzialmente diverso da quello del libero arbitrio: il destino è «libertà dall’errore e dall’odio». 00167.txt La libertà autentica non è più la potenza di scegliere tra possibilità alternative, ma l’apparire incontrovertibile della necessità dell’essente, ossia il liberarsi dell’apparire dalla fede che ciò che è possa essere nulla o altro da sé.
Per questo sarebbe altrettanto errato trasformare Severino nel legislatore di una nuova morale. Il destino non prescrive un nuovo codice del comportamento, non sostituisce al «devi fare questo» un «devi fare quello», perché ogni prescrizione appartiene ancora, in quanto tale, alla regione della volontà che vuole che ciò che è divenga altro da ciò che è. La filosofia non diventa quindi una tecnica del vivere né una morale superiore; mostra piuttosto la struttura entro la quale morale e immoralità, colpa e merito, bene e male, amore e odio vengono pensati. La morale vuole guidare il divenire verso ciò che chiama bene, l’immoralità lo dirige verso ciò che chiama male, ma entrambe presuppongono, prima ancora di dividersi, che vi sia un mondo ontologicamente disponibile alla trasformazione e che l’uomo possieda il potere di produrre l’essere e il non essere delle cose. È questa fede, e non semplicemente una particolare scelta morale, che il destino porta al proprio tramonto.
Possiamo allora tornare alla frase iniziale: «l’unica libertà permessa è quella del male». Nel linguaggio del destino già il termine “permessa” è improprio: permessa da chi, da quale potere, da quale legge sovrastante il necessario? Se una decisione sopraggiunge necessariamente, essa non è permessa: è; e se la libertà significa che essa avrebbe potuto non essere, allora né la decisione buona né quella cattiva sono libere nel senso del libero arbitrio. Il male non è dunque la zona franca della necessità, non è il punto in cui l’essere si incrina e lascia spazio a una decisione sottratta al destino. Anch’esso è eterno in quanto essente; come è eterno l’errore in quanto errore, l’odio in quanto odio, il dolore in quanto dolore. Ma l’eternità dell’errore non significa che l’errore sia verità: la verità è tale proprio in quanto negazione dell’errore, e l’errore è eternamente ciò che è, cioè errore. La necessità non assolve il male e non lo trasforma in bene; gli sottrae qualcosa di ancora più radicale, ossia la pretesa di poter vincere sull’essere. L’odio vuole annientare, ma non annienta l’essente; la volontà vuole renderlo altro, ma non può far sì che ciò che è sia il proprio altro; il carnefice può far sopraggiungere il dolore, il cadavere, l’assenza, ma non può ottenere che ciò che è divenga nulla. Il massimo rovesciamento rispetto alla morale tradizionale è allora questo: l’Occidente dice il male non deve annientare l’essere; il destino mostra che il male non può annientare l’essere. La morale proibisce ciò che, credendolo possibile, teme possa accadere; il destino mostra l’impossibilità stessa dell’annientamento. E così la libertà autentica non è la disponibilità del nulla, ma il tramonto di quella disponibilità; non è il poter scegliere tra essere e non essere, ma l’apparire che nessun essente è mai stato consegnato a quella alternativa. Non siamo liberi perché possiamo decidere se l’essente sarà: siamo liberi dall’errore quando appare che l’essente, in quanto è ciò che è, non può non essere. Ed è precisamente a partire da questo punto che anche la parola «morale» è costretta a mutare radicalmente il proprio significato.
Post facebook di Elisa de Silva
L’omicidio dice: annientalo; il comandamento dice: non annientarlo; ma entrambi assumono che l’annientamento sia possibile. 00293.txt Non si tratta evidentemente di equiparare moralmente il comandamento e l’omicidio, né tanto meno di assolvere il secondo; si tratta di mostrare che entrambi, proprio in quanto pensano l’uomo come mortale nel senso radicale del poter diventare nulla, si muovono all’interno dello stesso orizzonte nichilistico. La morale dice al distruttore: non devi annientare l’uomo. Il destino dice qualcosa di incomparabilmente più radicale: non puoi annientarlo. Puoi infliggere dolore, produrre il cadavere, far scomparire l’altro dall’apparire attuale, volere la sua morte; ma non puoi ottenere che l’essente divenga niente. Il comando morale tenta di impedire un potere di annientamento che continua a ritenere reale; il destino mostra l’impossibilità originaria di quel potere.
È per questo che, nella prospettiva severiniana, il male non possiede alcun privilegio ontologico di libertà. Anzi, proprio quando viene pensato come potenza distruttiva, esso rivela con particolare chiarezza il proprio radicamento nella fede nel diventar altro. Ma La morte e la terra porta l’analisi ancora più in profondità, perché mostra che non soltanto l’odio, bensì anche l’amore, quando è volontà, appartiene alla medesima struttura. L’amante dice: «voglio che l’amato sia»; l’odio dice: «voglio che l’odiato non sia». E tuttavia entrambi presuppongono che l’essere dell’altro sia disponibile, che possa essere sottratto o conservato, che l’amato possa essere separato dal proprio essere e dunque diventare nulla. Per questo Severino può affermare che l’intenzione di amare, nella terra isolata, maschera l’odio che sta alla radice dell’amore in quanto volontà, perché anche quell’amore vive della fede nella separabilità dell’amato dal suo essere. 00166.txt Qui compare il significato radicale dell’enticidio: non semplicemente l’uccisione empirica di un uomo, ma la fede che l’essente sia annientabile; e l’odio autentico della terra isolata consiste proprio nel credere nell’annientabilità di qualcosa, perfino dell’odio stesso. 00167.txt
Da questo punto di vista anche l’opposizione morale tra conservazione e distruzione diventa insufficiente, perché il problema non è soltanto se la volontà voglia conservare o distruggere, ma che in entrambi i casi essa si ritiene capace di disporre dell’essere dell’essente. Il senso autentico dell’amore non può allora consistere nel voler impedire che l’amato divenga nulla, perché questa volontà nasce già dalla fede che egli possa diventarlo; esso consiste piuttosto nell’apparire della necessità del suo essere. Non «ti amo e dunque voglio salvarti dal nulla», ma: appare che tu non puoi essere nulla. L’amore autentico non concede l’essere all’essente, non glielo conserva, non glielo restituisce: lascia apparire la necessità del suo esser sé. Per questo La morte e la terra afferma che tutti gli essenti sono «amati» dal destino della necessità, nel senso che il destino non li altera né li produce, ma li lascia apparire nel loro necessario essere ciò che sono. 00166.txt Ed è qui che la parola «libertà» ritorna con un significato essenzialmente diverso da quello del libero arbitrio: il destino è «libertà dall’errore e dall’odio». 00167.txt La libertà autentica non è più la potenza di scegliere tra possibilità alternative, ma l’apparire incontrovertibile della necessità dell’essente, ossia il liberarsi dell’apparire dalla fede che ciò che è possa essere nulla o altro da sé.
Per questo sarebbe altrettanto errato trasformare Severino nel legislatore di una nuova morale. Il destino non prescrive un nuovo codice del comportamento, non sostituisce al «devi fare questo» un «devi fare quello», perché ogni prescrizione appartiene ancora, in quanto tale, alla regione della volontà che vuole che ciò che è divenga altro da ciò che è. La filosofia non diventa quindi una tecnica del vivere né una morale superiore; mostra piuttosto la struttura entro la quale morale e immoralità, colpa e merito, bene e male, amore e odio vengono pensati. La morale vuole guidare il divenire verso ciò che chiama bene, l’immoralità lo dirige verso ciò che chiama male, ma entrambe presuppongono, prima ancora di dividersi, che vi sia un mondo ontologicamente disponibile alla trasformazione e che l’uomo possieda il potere di produrre l’essere e il non essere delle cose. È questa fede, e non semplicemente una particolare scelta morale, che il destino porta al proprio tramonto.
Possiamo allora tornare alla frase iniziale: «l’unica libertà permessa è quella del male». Nel linguaggio del destino già il termine “permessa” è improprio: permessa da chi, da quale potere, da quale legge sovrastante il necessario? Se una decisione sopraggiunge necessariamente, essa non è permessa: è; e se la libertà significa che essa avrebbe potuto non essere, allora né la decisione buona né quella cattiva sono libere nel senso del libero arbitrio. Il male non è dunque la zona franca della necessità, non è il punto in cui l’essere si incrina e lascia spazio a una decisione sottratta al destino. Anch’esso è eterno in quanto essente; come è eterno l’errore in quanto errore, l’odio in quanto odio, il dolore in quanto dolore. Ma l’eternità dell’errore non significa che l’errore sia verità: la verità è tale proprio in quanto negazione dell’errore, e l’errore è eternamente ciò che è, cioè errore. La necessità non assolve il male e non lo trasforma in bene; gli sottrae qualcosa di ancora più radicale, ossia la pretesa di poter vincere sull’essere. L’odio vuole annientare, ma non annienta l’essente; la volontà vuole renderlo altro, ma non può far sì che ciò che è sia il proprio altro; il carnefice può far sopraggiungere il dolore, il cadavere, l’assenza, ma non può ottenere che ciò che è divenga nulla. Il massimo rovesciamento rispetto alla morale tradizionale è allora questo: l’Occidente dice il male non deve annientare l’essere; il destino mostra che il male non può annientare l’essere. La morale proibisce ciò che, credendolo possibile, teme possa accadere; il destino mostra l’impossibilità stessa dell’annientamento. E così la libertà autentica non è la disponibilità del nulla, ma il tramonto di quella disponibilità; non è il poter scegliere tra essere e non essere, ma l’apparire che nessun essente è mai stato consegnato a quella alternativa. Non siamo liberi perché possiamo decidere se l’essente sarà: siamo liberi dall’errore quando appare che l’essente, in quanto è ciò che è, non può non essere. Ed è precisamente a partire da questo punto che anche la parola «morale» è costretta a mutare radicalmente il proprio significato.
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‼️🇬🇧 Droni di origine sconosciuta compaiono quasi quotidianamente sopra le installazioni militari britanniche — The Independent
▪️Dall'inizio dell'anno ad agosto, sono già stati registrati 340 incidenti, rispetto ai 250 dell'intero 2025 e ai 126 del 2024. Il Ministero della Difesa britannico non identifica i presunti responsabili specifici dei droni, e attribuisce in parte l'aumento dei rilevamenti a migliori capacità di sorveglianza.
▪️In questo contesto, si prevede che le zone di interdizione al volo saranno estese a ulteriori 160 installazioni militari, e le spese per contrastare i droni quadruplicheranno, raggiungendo i 750 milioni di sterline.
▪️L'ex Segretario alla Difesa, Tobias Ellwood, ha suggerito che Russia e Iran potrebbero essere responsabili di alcuni degli incidenti.
▪️Dall'inizio dell'anno ad agosto, sono già stati registrati 340 incidenti, rispetto ai 250 dell'intero 2025 e ai 126 del 2024. Il Ministero della Difesa britannico non identifica i presunti responsabili specifici dei droni, e attribuisce in parte l'aumento dei rilevamenti a migliori capacità di sorveglianza.
▪️In questo contesto, si prevede che le zone di interdizione al volo saranno estese a ulteriori 160 installazioni militari, e le spese per contrastare i droni quadruplicheranno, raggiungendo i 750 milioni di sterline.
▪️L'ex Segretario alla Difesa, Tobias Ellwood, ha suggerito che Russia e Iran potrebbero essere responsabili di alcuni degli incidenti.
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🇧🇾🇺🇸 Il presidente bielorusso Lukashenko afferma che i persiani "non si sono mai inginocchiati davanti a nessuno" e invita gli Stati Uniti a ricordare la storia.
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Secondo i media locali, un centro commerciale a Dnipropetrovsk è stato colpito da missili balistici.
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🇺🇸🇮🇷⚡️- "Le minacce di Trump non porteranno a nessun risultato, siamo pronti per una guerra decisiva", ha affermato il funzionario iraniano Mohsen Rezaee.
Rezaee ha dichiarato che le condizioni dell'Iran includono la fine delle ostilità su tutti i fronti, il rilascio dei beni iraniani congelati e la revoca del blocco navale dei porti iraniani.
Rezaee ha dichiarato che le condizioni dell'Iran includono la fine delle ostilità su tutti i fronti, il rilascio dei beni iraniani congelati e la revoca del blocco navale dei porti iraniani.
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Giuseppe Masala Chili 🌶
🇺🇸🇮🇷⚡️- "Le minacce di Trump non porteranno a nessun risultato, siamo pronti per una guerra decisiva", ha affermato il funzionario iraniano Mohsen Rezaee. Rezaee ha dichiarato che le condizioni dell'Iran includono la fine delle ostilità su tutti i fronti…
🇺🇸🇮🇷🇶🇦⚡️- L'Iran ha comunicato le proprie condizioni per porre fine alla guerra con gli Stati Uniti al Qatar e al Pakistan, ha dichiarato all'Al Jazeera il funzionario iraniano Mohsen Rezaee.
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🇫🇷🇷🇺⚡️- "La Russia non può dettare le politiche francesi attraverso minacce o destabilizzazione." - Marine Le Pen, in una rara dichiarazione critica nei confronti della Russia.
Marine Le Pen è stata la figura più popolare filo-russa in Francia fino al 2022. È stata finanziata da banche russe per 9 milioni di euro nel 2014. Sebbene nel 2022 abbia criticato l'invasione russa dell'Ucraina, da allora si è astenuta dal criticare apertamente la Russia. Questa dichiarazione è stata rilasciata un giorno dopo che Macron ha riunito tutti i leader delle forze politiche francesi in una riunione per discutere delle minacce geopolitiche.
Marine Le Pen è stata la figura più popolare filo-russa in Francia fino al 2022. È stata finanziata da banche russe per 9 milioni di euro nel 2014. Sebbene nel 2022 abbia criticato l'invasione russa dell'Ucraina, da allora si è astenuta dal criticare apertamente la Russia. Questa dichiarazione è stata rilasciata un giorno dopo che Macron ha riunito tutti i leader delle forze politiche francesi in una riunione per discutere delle minacce geopolitiche.
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Il comandante dell'UNIFIL, il generale di brigata Diodato Abagnara, ha affermato che la forza sta già coordinandosi con le truppe libanesi e le agenzie delle Nazioni Unite per garantire l'assistenza umanitaria e condividere informazioni sulle aree sensibili.
Tuttavia, ha avvertito che il trasferimento di alcune posizioni dell'ONU potrebbe essere "molto difficile", poiché più della metà si trovano attualmente in aree occupate dalle forze israeliane.
Abagnara ha inoltre descritto le demolizioni israeliane in corso nella città libanese meridionale di Mansouri come una "violazione".
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‼️🇨🇳🇺🇸 La Cina critica la legge di Trump sulle "sanzioni infernali" contro la Russia e l'Iran — Bloomberg
▪️Il Ministero del Commercio cinese ha dichiarato che Pechino "si oppone costantemente" alle sanzioni unilaterali e secondarie che non sono state approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che non hanno alcun fondamento nel diritto internazionale.
▪️La Cina ha avvertito che monitorerà le ulteriori azioni di Washington e "si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie" per proteggere i suoi interessi e le sue aziende.
▪️La dichiarazione è stata rilasciata pochi giorni prima dell'incontro tra Trump e Xi Jinping a Washington, che sarà preceduto da colloqui tra Stati Uniti e Cina su commercio e altre questioni controverse.
▪️Il Ministero del Commercio cinese ha dichiarato che Pechino "si oppone costantemente" alle sanzioni unilaterali e secondarie che non sono state approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che non hanno alcun fondamento nel diritto internazionale.
▪️La Cina ha avvertito che monitorerà le ulteriori azioni di Washington e "si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie" per proteggere i suoi interessi e le sue aziende.
▪️La dichiarazione è stata rilasciata pochi giorni prima dell'incontro tra Trump e Xi Jinping a Washington, che sarà preceduto da colloqui tra Stati Uniti e Cina su commercio e altre questioni controverse.
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