🇷🇺⚡️ — Rostec ha avviato l’assemblaggio del prototipo di volo del Su-75 Checkmate, il cui primo volo di prova è previsto a breve.
Secondo Rostec, il costo del caccia dovrebbe aggirarsi intorno ai 25–30 milioni di dollari, rispetto agli 82 milioni circa dell’F-35, mentre il costo per ora di volo sarebbe 6–7 volte inferiore.
Il Su-75 è progettato per raggiungere una velocità massima di Mach 2 e una quota massima operativa di 16.500 metri.
Secondo Rostec, il costo del caccia dovrebbe aggirarsi intorno ai 25–30 milioni di dollari, rispetto agli 82 milioni circa dell’F-35, mentre il costo per ora di volo sarebbe 6–7 volte inferiore.
Il Su-75 è progettato per raggiungere una velocità massima di Mach 2 e una quota massima operativa di 16.500 metri.
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Il tronco che smentisce le profezie
Sei mila anni fa, a oltre 2000 metri nelle Alpi, cresceva un pino cembro enorme. Un albero maturo, robusto, alto diversi metri. Oggi a quella quota non ce la fa più: fa troppo freddo. Quel tronco è stato sepolto dal ghiacciaio della Pasterze e nel 2015 è riemerso, intatto, pesante quasi due tonnellate. Datazione chiara: circa 6000 anni. Specie: Pinus cembra.
Quando era vivo, lì faceva più caldo di adesso. Punto. Non “forse”, non “secondo alcuni modelli”. Lo dicono gli anelli, il radiocarbonio e decenni di studi sui limiti del bosco nelle Alpi. Era l’Ottimo Climatico dell’Olocene: temperature più alte, ghiacciai più piccoli, vegetazione che saliva di 150-300 metri rispetto a oggi. E tutto questo con la CO₂ atmosferica intorno ai 260-280 ppm, non ai 420 di adesso.
Madre Natura non ha letto i report dell’IPCC. Ha fatto il suo lavoro da sola: cicli orbitali, insolazione, feedback naturali. Il clima è sempre stato ciclico. Ha oscillato, riscaldato, raffreddato, fatto avanzare e ritirare i ghiacciai senza bisogno di parlamenti, tasse o slogan. Eppure oggi ci raccontano che siamo in un’emergenza senza precedenti, che la Terra sta per bruciare, che ogni estate calda è la prova del collasso. Quel tronco di 6000 anni fa è un pezzo di legno scomodo. Dice che temperature più alte di quelle attuali (o comunque confrontabili) si sono già verificate in piena era preindustriale. Che i ghiacciai alpini sono stati più piccoli di oggi per lunghi periodi. Che il “mai visto prima” è una formula retorica, non un dato scientifico.
I ritrovamenti come quello della Pasterze non sono isolati. Nelle Alpi ne escono di continuo: legni, torbe, resti di foreste a quote oggi proibitive. La letteratura scientifica li conosce da decenni. Ma nei talk show e nei titoli a effetto spariscono. Restano solo le curve apocalittiche e le promesse di salvezza attraverso politiche sempre più costose. Il clima cambia. Sta cambiando anche ora, e il contributo umano c’è. Ma trasformare ogni oscillazione naturale in prova di catastrofe imminente non è scienza: è propaganda.
Quel tronco non è un’opinione. È un pezzo di realtà fisica che ha resistito millenni sotto il ghiaccio e oggi ci guarda in faccia. Chi preferisce ignorarlo per salvare la narrativa, sta scegliendo la fede al posto dei fatti. La natura non ha bisogno di essere “salvata” da noi con slogan. Ha già dimostrato di saper regolarsi da sola. Noi, invece, faremmo meglio a guardare i dati invece di gridare al disastro ogni volta che un ghiacciaio si ritira.
https://www.uni-graz.at/en/news/aelter-als-oetz/
Sei mila anni fa, a oltre 2000 metri nelle Alpi, cresceva un pino cembro enorme. Un albero maturo, robusto, alto diversi metri. Oggi a quella quota non ce la fa più: fa troppo freddo. Quel tronco è stato sepolto dal ghiacciaio della Pasterze e nel 2015 è riemerso, intatto, pesante quasi due tonnellate. Datazione chiara: circa 6000 anni. Specie: Pinus cembra.
Quando era vivo, lì faceva più caldo di adesso. Punto. Non “forse”, non “secondo alcuni modelli”. Lo dicono gli anelli, il radiocarbonio e decenni di studi sui limiti del bosco nelle Alpi. Era l’Ottimo Climatico dell’Olocene: temperature più alte, ghiacciai più piccoli, vegetazione che saliva di 150-300 metri rispetto a oggi. E tutto questo con la CO₂ atmosferica intorno ai 260-280 ppm, non ai 420 di adesso.
Madre Natura non ha letto i report dell’IPCC. Ha fatto il suo lavoro da sola: cicli orbitali, insolazione, feedback naturali. Il clima è sempre stato ciclico. Ha oscillato, riscaldato, raffreddato, fatto avanzare e ritirare i ghiacciai senza bisogno di parlamenti, tasse o slogan. Eppure oggi ci raccontano che siamo in un’emergenza senza precedenti, che la Terra sta per bruciare, che ogni estate calda è la prova del collasso. Quel tronco di 6000 anni fa è un pezzo di legno scomodo. Dice che temperature più alte di quelle attuali (o comunque confrontabili) si sono già verificate in piena era preindustriale. Che i ghiacciai alpini sono stati più piccoli di oggi per lunghi periodi. Che il “mai visto prima” è una formula retorica, non un dato scientifico.
I ritrovamenti come quello della Pasterze non sono isolati. Nelle Alpi ne escono di continuo: legni, torbe, resti di foreste a quote oggi proibitive. La letteratura scientifica li conosce da decenni. Ma nei talk show e nei titoli a effetto spariscono. Restano solo le curve apocalittiche e le promesse di salvezza attraverso politiche sempre più costose. Il clima cambia. Sta cambiando anche ora, e il contributo umano c’è. Ma trasformare ogni oscillazione naturale in prova di catastrofe imminente non è scienza: è propaganda.
Quel tronco non è un’opinione. È un pezzo di realtà fisica che ha resistito millenni sotto il ghiaccio e oggi ci guarda in faccia. Chi preferisce ignorarlo per salvare la narrativa, sta scegliendo la fede al posto dei fatti. La natura non ha bisogno di essere “salvata” da noi con slogan. Ha già dimostrato di saper regolarsi da sola. Noi, invece, faremmo meglio a guardare i dati invece di gridare al disastro ogni volta che un ghiacciaio si ritira.
https://www.uni-graz.at/en/news/aelter-als-oetz/
www.uni-graz.at
Älter als Ötzi
Wissenschafter bergen 6000 Jahre alte Zirbe aus dem Gletschervorfeld der Pasterze
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Gli Stati Uniti varano una nuova “strategia di massima pressione” contro l’Iran ma il conto lo pagano i cittadini europei
https://www.cese-m.eu/2026/10/gli-stati-uniti-varano-una-nuova-strategia-di-massima-pressione-contro-liran-ma-il-conto-lo-pagano-i-cittadini-europei/?fbclid=IwdGRjcAUq_oJjbGNrBSr-Y2V4dG4DYWVtAjExAHBkb2YFc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEe36DRilQiKXmRnqWuaDK6AzWlLQ5UsyzTXblN2uu-o8zHFsu3aT68Rq_teMU_aem_DCQVj4JEhFIolXEIpl_-rQ
https://www.cese-m.eu/2026/10/gli-stati-uniti-varano-una-nuova-strategia-di-massima-pressione-contro-liran-ma-il-conto-lo-pagano-i-cittadini-europei/?fbclid=IwdGRjcAUq_oJjbGNrBSr-Y2V4dG4DYWVtAjExAHBkb2YFc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEe36DRilQiKXmRnqWuaDK6AzWlLQ5UsyzTXblN2uu-o8zHFsu3aT68Rq_teMU_aem_DCQVj4JEhFIolXEIpl_-rQ
Centro Studi Eurasia e Mediterraneo
Gli Stati Uniti varano una nuova “strategia di massima pressione” contro l’Iran ma il conto lo pagano i cittadini europei - Centro…
di Stefano Vernole per Strategic Culture Le sanzioni Usa contro l’Iran sono dal 1979 al centro del dibattito internazionale, essendo motivate da interessi strategici, politici ed economici, e rappresentano uno strumento di pressione politica sul piano interno…
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Ustica: che cosa cambia concretamente dopo l’apertura della Francia?
Di Giovanni Fasanella
“Con l’apertura a una collaborazione, finora sempre negata, cambia il clima dei rapporti tra Roma e Parigi. Si afferma l’idea che, per capire che cosa è successo in Italia nel secondo dopoguerra, occorre dare almeno una sbirciatina negli archivi internazionali. In particolare in quelli delle nazioni che hanno esercitato un’influenza sul nostro Paese”.
Perché Parigi decide di collaborare proprio adesso?
"Perché ha capito che per stare insieme in Europa occorre che nei rapporti tra gli Stati non ci siano più dei retropensieri”. (...)
https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/ustica-francia-fasanella-kpsxd7ha
Di Giovanni Fasanella
“Con l’apertura a una collaborazione, finora sempre negata, cambia il clima dei rapporti tra Roma e Parigi. Si afferma l’idea che, per capire che cosa è successo in Italia nel secondo dopoguerra, occorre dare almeno una sbirciatina negli archivi internazionali. In particolare in quelli delle nazioni che hanno esercitato un’influenza sul nostro Paese”.
Perché Parigi decide di collaborare proprio adesso?
"Perché ha capito che per stare insieme in Europa occorre che nei rapporti tra gli Stati non ci siano più dei retropensieri”. (...)
https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/ustica-francia-fasanella-kpsxd7ha
Il Resto del Carlino
“Le carte francesi su Ustica utili per la verità storica. C’era una guerra tra alleati, l’obiettivo era Gheddafi”
Nella strage del 27 giugno 1980 morirono 81 persone sul Dc-9 della compagnia Itavia. Fasanella: “Il leader libico era considerato incontrollabile e vicino all’Italia. Si può pensare che il nostro Paese non si fosse accorto di nulla? Non ci crederebbe nemmeno…
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🇷🇺⚔🇺🇦Ucraina:
I russi hanno con tutta probabilità cominciato a usare droni a reazione con testata di 40 kg a carica cava. Questa nuova arma sembra sia progettata per le strutture in acciaio che sostengono i cavi dell'alta tensione o per i piloni dei ponti (ci sono segnali che sia stata usata nelle ultime 24-48 ore, come segnala Military Summary). Soprattutto sembra pensata per "tagliare" le linee elettriche.
Sembrava difficile da immaginare ma finora non esistevano armi specifiche e a basso costo per questo lavoro, che non è economico fare con i missili, soprattutto se si hanno obiettivi in grande quantità.
Quindi ora potrebbe cominciare una demolizione sistematica delle infrastrutture ucraine.
Da quello che si intuisce questa nuova arma rende verosimile colpire l'infrastruttura di trasporto dell'energia invece delle sottostazioni, come hanno fatto i russi negli anni passati. Colpire le sottostazioni significa distruggere trasformatori molto difficili da ricostruire, e crea danni di lungo periodo. Tuttavia implica attaccare un certo numero limitato di bersagli prevedibili e preventivamente difesi.
Invece prendere di mira i tralicci dell'alta tensione significa poter colpire un punto qualsiasi di una estesa rete di comunicazione che non potrà essere difesa ovunque in modo decentrato e con la stessa efficacia. Anche la riparazione di queste strutture d'altra parte richiede alla lunga quantità significative di materiale.
Al tempo stesso sembra che possa essere stato trovato un modo per colpire e distruggere ponti a campata multipla come quelli sui larghi fiumi dell'Ucraina, in modo economico (droni in luogo dei missili).
Se queste informazioni che riportano alcuni blogger militari sono vere, una volta implementata la produzione di massa, potrebbe esserci una svolta interessante nella campagna di logoramento russa.
https://t.me/IlVeritiero
I russi hanno con tutta probabilità cominciato a usare droni a reazione con testata di 40 kg a carica cava. Questa nuova arma sembra sia progettata per le strutture in acciaio che sostengono i cavi dell'alta tensione o per i piloni dei ponti (ci sono segnali che sia stata usata nelle ultime 24-48 ore, come segnala Military Summary). Soprattutto sembra pensata per "tagliare" le linee elettriche.
Sembrava difficile da immaginare ma finora non esistevano armi specifiche e a basso costo per questo lavoro, che non è economico fare con i missili, soprattutto se si hanno obiettivi in grande quantità.
Quindi ora potrebbe cominciare una demolizione sistematica delle infrastrutture ucraine.
Da quello che si intuisce questa nuova arma rende verosimile colpire l'infrastruttura di trasporto dell'energia invece delle sottostazioni, come hanno fatto i russi negli anni passati. Colpire le sottostazioni significa distruggere trasformatori molto difficili da ricostruire, e crea danni di lungo periodo. Tuttavia implica attaccare un certo numero limitato di bersagli prevedibili e preventivamente difesi.
Invece prendere di mira i tralicci dell'alta tensione significa poter colpire un punto qualsiasi di una estesa rete di comunicazione che non potrà essere difesa ovunque in modo decentrato e con la stessa efficacia. Anche la riparazione di queste strutture d'altra parte richiede alla lunga quantità significative di materiale.
Al tempo stesso sembra che possa essere stato trovato un modo per colpire e distruggere ponti a campata multipla come quelli sui larghi fiumi dell'Ucraina, in modo economico (droni in luogo dei missili).
Se queste informazioni che riportano alcuni blogger militari sono vere, una volta implementata la produzione di massa, potrebbe esserci una svolta interessante nella campagna di logoramento russa.
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Analisi non-convenzionali, esoterismo e metapolitica
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Un’evidenza isotopica che mette in discussione l’attribuzione fossile dell’aumento di CO₂
Un recente studio di Jonathan Cohler e Willie Soon, basato su dati pubblici e su un’analisi già pubblicata da Demetris Koutsoyiannis, arriva a una conclusione netta: i combustibili fossili contribuiscono praticamente a zero all’aumento netto della CO₂ atmosferica osservato negli ultimi secoli. La firma isotopica del carbonio aggiunto all’aria è rimasta fissa intorno a −13‰ per cinquecento anni, mentre le emissioni fossili passavano da quasi niente a circa dieci miliardi di tonnellate di carbonio all’anno. Questo rende matematicamente incompatibili le elevate frazioni fossili sostenute dalle agenzie ufficiali con i dati osservati.
Il carbonio ha una sorta di impronta digitale. Esistono due tipi stabili di atomi di carbonio, uno leggermente più pesante dell’altro. Ogni fonte naturale o artificiale ha un rapporto caratteristico tra i due, misurato in parti per mille. I combustibili fossili portano un’impronta molto “leggera”, tipicamente intorno a −28. L’anidride carbonica che esce dagli oceani ha un’impronta intorno a −8. Vulcani e altre fonti naturali si collocano in valori intermedi o più pesanti. Quando si aggiunge carbonio all’atmosfera, la composizione isotopica dell’aria si sposta verso quella della fonte dominante.
Charles Keeling, negli anni Cinquanta, mostrò un modo semplice e diretto per leggere l’impronta del carbonio che viene effettivamente aggiunto: si confronta la composizione isotopica con l’inverso della concentrazione di CO₂. L’intercetta di questa relazione fornisce la firma media del flusso netto che sta facendo crescere la concentrazione atmosferica. Koutsoyiannis ha applicato questo metodo ai record di precisione delle quattro stazioni principali del programma Scripps (Alaska, California, Hawaii e Polo Sud) dal 1978 a oggi. Il risultato è costante: circa −13,2. Lo stesso valore emerge dalle ricostruzioni basate sulle spugne caraibiche che arrivano indietro fino al 1500 e dalle carote di ghiaccio antartiche.
Per mezzo millennio l’impronta del carbonio aggiunto non si è spostata in modo significativo. Se i combustibili fossili fossero stati la causa principale dell’aumento, con la loro firma così leggera e con emissioni cresciute di migliaia di volte, l’impronta del flusso netto avrebbe dovuto scivolare chiaramente verso −28. Non è successo. È rimasta bloccata intorno a −13. Mettendo insieme i valori standard usati dalla stessa letteratura ufficiale, la frazione fossile del carbonio netto aggiunto risulta compatibile solo con valori molto bassi, vicino allo zero entro gli errori di misura. Anche allargando in modo artificiale i margini oltre i limiti fisici conosciuti, non si arriva a una maggioranza fossile.
Questo non è un dettaglio tecnico. L’intera narrazione che attribuisce quasi tutto l’aumento di CO₂ alle attività umane poggia sull’idea che le emissioni fossili dominino il bilancio netto. Se quella premessa non regge di fronte ai dati isotopici, allora anche il nesso diretto tra emissioni umane e riscaldamento globale diventa meno solido di quanto viene presentato. I flussi naturali tra atmosfera, oceani e biosfera sono enormi: le emissioni umane rappresentano solo una piccola percentuale del ricambio annuale. Se l’aumento osservato è guidato principalmente da variazioni naturali (outgassing oceanico legato alla temperatura, dinamiche della biosfera, o altri meccanismi ancora non pienamente quantificati), allora la CO₂ antropica non può essere considerata automaticamente la causa principale del riscaldamento degli ultimi decenni.
I dati non dicono che le emissioni umane siano zero o irrilevanti in assoluto. Dicono che la loro impronta non compare in modo dominante nel record del flusso netto che ha fatto salire la concentrazione. L’aumento di CO₂ è reale, il riscaldamento recente è reale, ma il legame causale forte e quasi esclusivo che viene spesso presentato come certo poggia su un’attribuzione della CO₂ che i dati isotopici a lungo termine mettono seriamente in discussione.
Un recente studio di Jonathan Cohler e Willie Soon, basato su dati pubblici e su un’analisi già pubblicata da Demetris Koutsoyiannis, arriva a una conclusione netta: i combustibili fossili contribuiscono praticamente a zero all’aumento netto della CO₂ atmosferica osservato negli ultimi secoli. La firma isotopica del carbonio aggiunto all’aria è rimasta fissa intorno a −13‰ per cinquecento anni, mentre le emissioni fossili passavano da quasi niente a circa dieci miliardi di tonnellate di carbonio all’anno. Questo rende matematicamente incompatibili le elevate frazioni fossili sostenute dalle agenzie ufficiali con i dati osservati.
Il carbonio ha una sorta di impronta digitale. Esistono due tipi stabili di atomi di carbonio, uno leggermente più pesante dell’altro. Ogni fonte naturale o artificiale ha un rapporto caratteristico tra i due, misurato in parti per mille. I combustibili fossili portano un’impronta molto “leggera”, tipicamente intorno a −28. L’anidride carbonica che esce dagli oceani ha un’impronta intorno a −8. Vulcani e altre fonti naturali si collocano in valori intermedi o più pesanti. Quando si aggiunge carbonio all’atmosfera, la composizione isotopica dell’aria si sposta verso quella della fonte dominante.
Charles Keeling, negli anni Cinquanta, mostrò un modo semplice e diretto per leggere l’impronta del carbonio che viene effettivamente aggiunto: si confronta la composizione isotopica con l’inverso della concentrazione di CO₂. L’intercetta di questa relazione fornisce la firma media del flusso netto che sta facendo crescere la concentrazione atmosferica. Koutsoyiannis ha applicato questo metodo ai record di precisione delle quattro stazioni principali del programma Scripps (Alaska, California, Hawaii e Polo Sud) dal 1978 a oggi. Il risultato è costante: circa −13,2. Lo stesso valore emerge dalle ricostruzioni basate sulle spugne caraibiche che arrivano indietro fino al 1500 e dalle carote di ghiaccio antartiche.
Per mezzo millennio l’impronta del carbonio aggiunto non si è spostata in modo significativo. Se i combustibili fossili fossero stati la causa principale dell’aumento, con la loro firma così leggera e con emissioni cresciute di migliaia di volte, l’impronta del flusso netto avrebbe dovuto scivolare chiaramente verso −28. Non è successo. È rimasta bloccata intorno a −13. Mettendo insieme i valori standard usati dalla stessa letteratura ufficiale, la frazione fossile del carbonio netto aggiunto risulta compatibile solo con valori molto bassi, vicino allo zero entro gli errori di misura. Anche allargando in modo artificiale i margini oltre i limiti fisici conosciuti, non si arriva a una maggioranza fossile.
Questo non è un dettaglio tecnico. L’intera narrazione che attribuisce quasi tutto l’aumento di CO₂ alle attività umane poggia sull’idea che le emissioni fossili dominino il bilancio netto. Se quella premessa non regge di fronte ai dati isotopici, allora anche il nesso diretto tra emissioni umane e riscaldamento globale diventa meno solido di quanto viene presentato. I flussi naturali tra atmosfera, oceani e biosfera sono enormi: le emissioni umane rappresentano solo una piccola percentuale del ricambio annuale. Se l’aumento osservato è guidato principalmente da variazioni naturali (outgassing oceanico legato alla temperatura, dinamiche della biosfera, o altri meccanismi ancora non pienamente quantificati), allora la CO₂ antropica non può essere considerata automaticamente la causa principale del riscaldamento degli ultimi decenni.
I dati non dicono che le emissioni umane siano zero o irrilevanti in assoluto. Dicono che la loro impronta non compare in modo dominante nel record del flusso netto che ha fatto salire la concentrazione. L’aumento di CO₂ è reale, il riscaldamento recente è reale, ma il legame causale forte e quasi esclusivo che viene spesso presentato come certo poggia su un’attribuzione della CO₂ che i dati isotopici a lungo termine mettono seriamente in discussione.
Jonathan Cohler — Papers
Mathematical Falsification of the Fossil-Dominant Hypothesis for Rising Atmospheric CO2 Using the Keeling Relation
The IPCC, NASA, NOAA, and EPA state that essentially all of the observed rise in atmospheric CO₂ since the pre-industrial era originates from fossil-fuel combustion. This paper shows that claim is mathematically inconsistent with the isotopic record those…
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Il Veritiero
Un’evidenza isotopica che mette in discussione l’attribuzione fossile dell’aumento di CO₂ Un recente studio di Jonathan Cohler e Willie Soon, basato su dati pubblici e su un’analisi già pubblicata da Demetris Koutsoyiannis, arriva a una conclusione netta:…
Finché questa contraddizione non viene risolta in modo convincente, non è ancora dimostrato che la CO₂ di origine umana sia la causa principale del riscaldamento globale.
Tramite Attività Solare 2.0
https://papers.jcohler.com/keeling/
Tramite Attività Solare 2.0
https://papers.jcohler.com/keeling/
Jonathan Cohler — Papers
Mathematical Falsification of the Fossil-Dominant Hypothesis for Rising Atmospheric CO2 Using the Keeling Relation
The IPCC, NASA, NOAA, and EPA state that essentially all of the observed rise in atmospheric CO₂ since the pre-industrial era originates from fossil-fuel combustion. This paper shows that claim is mathematically inconsistent with the isotopic record those…
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Forwarded from Contro i Mulini a Vento
𝗙𝗟𝗬𝗗𝗨𝗕𝗔𝗜: 𝗘 𝗦𝗘 𝗠𝗔𝗡𝗖𝗔𝗦𝗦𝗘 𝗨𝗡 𝗣𝗘𝗭𝗭𝗢? ✈️
Tranquilli.
Nessuno sta dicendo che dietro questa storia ci sia il Mossad.
Nessuno.
Assolutamente nessuno.
Ma proprio Nessuno…😁
Però permettetemi almeno di fare quella cosa pericolosissima che ormai si chiama domanda.
Perché la vicenda è già sufficientemente surreale.
Un copilota aggredisce il comandante di un aereo Flydubai diretto a Tel Aviv.
L’aereo precipita di migliaia di metri.
I passeggeri intervengono.
Poi arriva Yaniv Hayun.
E racconta di aver saputo cosa fare perché aveva guardato Air Crash Investigation. 😳
Tira indietro i comandi, contribuisce a stabilizzare l’aereo e successivamente un pilota della compagnia prende il controllo e porta tutti a terra sani e salvi. La ricostruzione fondamentale dell’episodio è confermata anche da Reuters.
Fantastico.
Anni di accademia.
Simulatori.
Abilitazioni.
Migliaia di ore di volo.
Poi arriva uno che dice:
«Tranquilli, ho visto la serie TV.»
A questo punto per la patente nautica dovrebbe bastare Love Boat.
Ma adesso arriva la parte meno divertente.
Perché mentre Israele indaga sull’ipotesi terroristica, Netanyahu stesso ha detto che è ancora troppo presto per stabilire se dietro l’attacco ci fosse l’Iran o qualcun altro.
E allora una domanda vale anche nell’altra direzione.
Perché mesi fa, il 15 marzo, il massimo responsabile iraniano per la sicurezza Ali Larijani aveva denunciato pubblicamente quello che definiva un possibile piano per creare un episodio “simile all’11 settembre” e attribuirlo all’Iran. Era un’accusa iraniana, non una prova. Ma l’accusa esisteva.
E il 30 settembre la semiufficiale Fars ha fatto un’affermazione ancora più specifica: secondo informazioni attribuite ai servizi iraniani, il Mossad avrebbe studiato un’operazione “false flag” contro aerei o aeroporti della regione, con vittime civili, da far ricadere poi su Teheran.
Anche qui: nessuna prova pubblica è stata fornita. E questo va scritto grande quanto il resto.
Quindi no.
Non sappiamo se c’entri il Mossad.
Oggi non esiste una prova pubblica che lo dimostri.
Ma tra un comandante accoltellato, un aereo in picchiata, un passeggero che racconta di aver imparato dalle serie TV, Netanyahu che corre ad accoglierlo personalmente e una guerra in cui entrambe le parti si accusano di operazioni clandestine…
forse farsi qualche domanda non è ancora vietato.
O dobbiamo aspettare che esca la serie TV anche su questo?
Io, naturalmente, sono tranquillissimo.
😇 Tranquillissimo.
📌 Seguite Don Chisciotte per continuare a distinguere quello che sappiamo da quello che qualcuno vorrebbe farci credere.
📲 E se un giorno anche le domande diventassero materiale da censura, sapete dove trovarmi:
https://t.me/donchisciotte667
FONTI: Reuters; CBS News; Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti; Tasnim News Agency per la dichiarazione di Larijani. L’indagine emiratina ufficiale dichiara che vengono esaminate motivazioni, eventuale terrorismo e possibile pianificazione o direzione esterna.
Don Chisciotte
#FlyDubai #FZ1073 #Mossad #Iran #Israele #Netanyahu #Geopolitica #DonChisciotte
Tranquilli.
Nessuno sta dicendo che dietro questa storia ci sia il Mossad.
Nessuno.
Assolutamente nessuno.
Ma proprio Nessuno…😁
Però permettetemi almeno di fare quella cosa pericolosissima che ormai si chiama domanda.
Perché la vicenda è già sufficientemente surreale.
Un copilota aggredisce il comandante di un aereo Flydubai diretto a Tel Aviv.
L’aereo precipita di migliaia di metri.
I passeggeri intervengono.
Poi arriva Yaniv Hayun.
E racconta di aver saputo cosa fare perché aveva guardato Air Crash Investigation. 😳
Tira indietro i comandi, contribuisce a stabilizzare l’aereo e successivamente un pilota della compagnia prende il controllo e porta tutti a terra sani e salvi. La ricostruzione fondamentale dell’episodio è confermata anche da Reuters.
Fantastico.
Anni di accademia.
Simulatori.
Abilitazioni.
Migliaia di ore di volo.
Poi arriva uno che dice:
«Tranquilli, ho visto la serie TV.»
A questo punto per la patente nautica dovrebbe bastare Love Boat.
Ma adesso arriva la parte meno divertente.
Perché mentre Israele indaga sull’ipotesi terroristica, Netanyahu stesso ha detto che è ancora troppo presto per stabilire se dietro l’attacco ci fosse l’Iran o qualcun altro.
E allora una domanda vale anche nell’altra direzione.
Perché mesi fa, il 15 marzo, il massimo responsabile iraniano per la sicurezza Ali Larijani aveva denunciato pubblicamente quello che definiva un possibile piano per creare un episodio “simile all’11 settembre” e attribuirlo all’Iran. Era un’accusa iraniana, non una prova. Ma l’accusa esisteva.
E il 30 settembre la semiufficiale Fars ha fatto un’affermazione ancora più specifica: secondo informazioni attribuite ai servizi iraniani, il Mossad avrebbe studiato un’operazione “false flag” contro aerei o aeroporti della regione, con vittime civili, da far ricadere poi su Teheran.
Anche qui: nessuna prova pubblica è stata fornita. E questo va scritto grande quanto il resto.
Quindi no.
Non sappiamo se c’entri il Mossad.
Oggi non esiste una prova pubblica che lo dimostri.
Ma tra un comandante accoltellato, un aereo in picchiata, un passeggero che racconta di aver imparato dalle serie TV, Netanyahu che corre ad accoglierlo personalmente e una guerra in cui entrambe le parti si accusano di operazioni clandestine…
forse farsi qualche domanda non è ancora vietato.
O dobbiamo aspettare che esca la serie TV anche su questo?
Io, naturalmente, sono tranquillissimo.
😇 Tranquillissimo.
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📲 E se un giorno anche le domande diventassero materiale da censura, sapete dove trovarmi:
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FONTI: Reuters; CBS News; Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti; Tasnim News Agency per la dichiarazione di Larijani. L’indagine emiratina ufficiale dichiara che vengono esaminate motivazioni, eventuale terrorismo e possibile pianificazione o direzione esterna.
Don Chisciotte
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La Francia sta attraversando una profonda crisi economica caratterizzata da un debito pubblico record al 119% del PIL e da un deficit fuori controllo al 5,4% del PIL, ben oltre il limite del 3% previsto dai parametri europei.
Per arginare il deficit, il governo ha pianificato una manovra correttiva da lacrime e sangue dl compresa tra i 43 e i 54 miliardi di euro per riportare il deficit al 5% del Pil nel 2027.
Lo Stato francese detiene una delle spese pubbliche più alte d'Europa, con oltre il 57% del PIL che è destinato al welfare, con il pilastro fondamentale del modello sociale francese, la Sécurité Sociale, che rischia una crisi di liquidità senza precedenti.
Sistema di welfare pubblico, che tramite sussidi di disoccupazione, edilizia popolare e il reddito di solidarietà attiva o RSA, storicamente agisce come ammortizzatore sociale nelle banlieue, che potrebbe portare a grandi sommovimenti documenti sociali.
Una crisi aggravata dalla perdita di egemonia geopolitico-economica (e dei vecchi privilegi) nell'Africa subsahariana, con il tramonto della cosiddetta Françafrique.
Una combinazione tra instabilità politica e conti pubblici degradati che ha innescato una forte sfiducia dei mercati finanziari, con pesanti ripercussioni sociali e rischi di contagio per il resto dell'eurozona.
Stanis Vlad
https://t.me/IlVeritiero
Per arginare il deficit, il governo ha pianificato una manovra correttiva da lacrime e sangue dl compresa tra i 43 e i 54 miliardi di euro per riportare il deficit al 5% del Pil nel 2027.
Lo Stato francese detiene una delle spese pubbliche più alte d'Europa, con oltre il 57% del PIL che è destinato al welfare, con il pilastro fondamentale del modello sociale francese, la Sécurité Sociale, che rischia una crisi di liquidità senza precedenti.
Sistema di welfare pubblico, che tramite sussidi di disoccupazione, edilizia popolare e il reddito di solidarietà attiva o RSA, storicamente agisce come ammortizzatore sociale nelle banlieue, che potrebbe portare a grandi sommovimenti documenti sociali.
Una crisi aggravata dalla perdita di egemonia geopolitico-economica (e dei vecchi privilegi) nell'Africa subsahariana, con il tramonto della cosiddetta Françafrique.
Una combinazione tra instabilità politica e conti pubblici degradati che ha innescato una forte sfiducia dei mercati finanziari, con pesanti ripercussioni sociali e rischi di contagio per il resto dell'eurozona.
Stanis Vlad
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Analisi non-convenzionali, esoterismo e metapolitica
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La Russia intende “spegnere” Internet in Ucraina?
Un’ipotesi suggerisce che i recenti attacchi contro determinati obiettivi possano indicare l’inizio o l’espansione degli attacchi russi alle infrastrutture di comunicazione. Sovrapponendo le reti in fibra ottica ucraine e i nodi noti, si notano sovrapposizioni con i data center e i punti di aggregazione. Questi oggetti, tecnicamente insignificanti, possono fungere da hub di traffico o da sistemi di backup.
Si tratta attualmente di una correlazione basata sulla posizione, non di un’identificazione confermata. Tuttavia, le ripetute corrispondenze tra più siti rendono questa teoria degna di una verifica a sé stante.
Un’ipotesi suggerisce che i recenti attacchi contro determinati obiettivi possano indicare l’inizio o l’espansione degli attacchi russi alle infrastrutture di comunicazione. Sovrapponendo le reti in fibra ottica ucraine e i nodi noti, si notano sovrapposizioni con i data center e i punti di aggregazione. Questi oggetti, tecnicamente insignificanti, possono fungere da hub di traffico o da sistemi di backup.
Si tratta attualmente di una correlazione basata sulla posizione, non di un’identificazione confermata. Tuttavia, le ripetute corrispondenze tra più siti rendono questa teoria degna di una verifica a sé stante.
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La Città e il Cosmo - Cicerone fra ricerca filosofica, religio ed esoterismo
Seconda parte dello speciale di questa rubrica sui diversi fronti della ricerca intellettuale di Cicerone, sospesa fra analisi razionale, speculazione metafisica e sapere tradizionale. - Di Andrea Marcigliano
https://youtu.be/D9r_38tXFzo?si=PBQLZE06CoqObPhC
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La Città e il Cosmo - Cicerone fra ricerca filosofica, "religio" ed esoterismo
Seconda parte dello speciale di questa rubrica sui diversi fronti della ricerca intellettuale di Cicerone, sospesa fra analisi razionale, speculazione metafisica e sapere tradizionale.
Prima parte: https://www.youtube.com/watch?v=zRFf_OrGbdo
#religion…
Prima parte: https://www.youtube.com/watch?v=zRFf_OrGbdo
#religion…
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Alcuni analisti sostengono che nei prossimi mesi in Francia si verificherà una crisi economica:
A ottobre 2026, i tassi di interesse delle banche francesi sono i più alti d’Europa.
La spesa pubblica in Francia è la più elevata, il che la colloca al secondo posto tra i paesi con la situazione peggiore al mondo.
La Francia ha superato di gran lunga il livello di spesa pubblica registrato durante le dittature comuniste.
La Francia è il paese con le tasse più alte al mondo.
Da Militarist
A ottobre 2026, i tassi di interesse delle banche francesi sono i più alti d’Europa.
La spesa pubblica in Francia è la più elevata, il che la colloca al secondo posto tra i paesi con la situazione peggiore al mondo.
La Francia ha superato di gran lunga il livello di spesa pubblica registrato durante le dittature comuniste.
La Francia è il paese con le tasse più alte al mondo.
Da Militarist
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Le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno gravemente colpito le reti logistiche e il commercio globale di energia e fertilizzanti. Ciò non costituisce un mistero per nessuno, senz'altro non adesso, a distanza di anni dall'inizio e mesi dall'ulteriore aggravamento. Ora, una vasta serie di paesi, naturalmente, patisce più di altri gli effetti di queste crisi, non fosse altro per le intrinseche fragilità delle loro economie: non soltanto quelli del Sudest asiatico, la cui crescita economica e produttiva s'è spesso basata sull'idea di un afflusso di risorse energetiche a basso costo assunta quasi a dogma, e che oggi non a caso stanno dimostrando un rinato dinamismo politico e diplomatico per individuare nuove vie di diversificazione; ma pure quelli dell'Africa Subsahariana, nei quali le ricadute del subitaneo stop della fornitura di energia e fertilizzanti sta già provocando dei gravi sconquassi sistemici.
Bisogna ricordarsi che la dipendenza dei paesi subsahariani dalle importazioni di granaglie e derrate alimentari è tanto massiccia quanto cronica: la piena autosufficienza alimentare, in numerosi casi, è semplicemente un miraggio. I costi di queste commodities sono oggi discretamente lievitati a livello internazionale, a causa del maggior costo dell'energia essenziale per alimentare le catene logistiche e i processi agricoli, della minor reperibilità dell'energia stessa, e così pure dei fertilizzanti che analogamente transitavano in buona misura tramite Hormuz e Bab el-Mandeb e la cui minor quantità ugualmente ha avuto rapidi impatti nella coltivazione dei cereali e di altri prodotti agricoli. L'aumento dell'indebitamento con l'estero accusato da vari paesi subsahariani, semplicemente per poter continuare ad importare prodotti nel frattempo divenuti più costosi, sta esponendo una coperta sempre più corta nelle loro capacità di tenuta a livello finanziario. Ancora mesi fa trenta delle 54 valute del Continente risultavano fortemente sotto stress per la sfiducia dei mercati internazionali nelle loro possibilità di gestire a lungo termine la grave congiuntura subentrata nel frattempo; da allora, quella situazione non è affatto migliorata.
Un prolungamento della combinazione di crisi in Ucraina e Medio Oriente può sottoporre questi paesi, subsahariani e nordafricani, a sconquassi molto maggiori di quelli che già si stanno notando in alcune aree del Continente. Le odierne recrudescenze geopolitiche nel Sahel e nel Corno d'Africa si legano dopotutto anche ad aspetti economici ed alimentari già fortemente visibili, ma sono ad ogni modo soltanto un antipasto di quel che potrebbe manifestarsi tra qualche mese, o prima. Solo nel caso dell'Etiopia, ad esempio, si paventa la prospettiva di una carestia potenzialmente grave quanto quella, di famigerata memoria, del 1984.
La guerra contro l'Iran ha spinto le banche centrali come la Fed a mantenere alti i tassi d'interesse, rendendo più caro l'accesso al capitale; gli investitori esteri sono pertanto divenuti più cauti verso i mercati emergenti, soprattutto quelli più fragili, facendo salire i tassi d'interesse richiesti sui titoli di Stato africani, col risultato di un maggior premio al rischio; mentre l'indebolimento delle valute ha reso ulteriormente più complesso il rimborso del debito, con accresciuti oneri per le già cagionevoli economie africane. I paesi importatori netti di energia come Kenya, Egitto, Etiopia o Sudafrica hanno subito i danni maggiori, tanto da costringerli a richiedere finanziamenti d'emergenza presso la Banca Mondiale; mentre i paesi esportatori netti di petrolio e materie prime come Nigeria ed Angola sono riusciti a circoscriverli, grazie alle maggiori entrate fiscali dovute all'aumento internazionale dei costi del greggio e delle materie prime, con relativi benefici anche per le loro politiche di compensazione delle pressioni finanziarie. Quanto oggi in corso ci ricorda che una serie di nazioni cammina sul filo del rasoio, e non per loro scelta.
Bisogna ricordarsi che la dipendenza dei paesi subsahariani dalle importazioni di granaglie e derrate alimentari è tanto massiccia quanto cronica: la piena autosufficienza alimentare, in numerosi casi, è semplicemente un miraggio. I costi di queste commodities sono oggi discretamente lievitati a livello internazionale, a causa del maggior costo dell'energia essenziale per alimentare le catene logistiche e i processi agricoli, della minor reperibilità dell'energia stessa, e così pure dei fertilizzanti che analogamente transitavano in buona misura tramite Hormuz e Bab el-Mandeb e la cui minor quantità ugualmente ha avuto rapidi impatti nella coltivazione dei cereali e di altri prodotti agricoli. L'aumento dell'indebitamento con l'estero accusato da vari paesi subsahariani, semplicemente per poter continuare ad importare prodotti nel frattempo divenuti più costosi, sta esponendo una coperta sempre più corta nelle loro capacità di tenuta a livello finanziario. Ancora mesi fa trenta delle 54 valute del Continente risultavano fortemente sotto stress per la sfiducia dei mercati internazionali nelle loro possibilità di gestire a lungo termine la grave congiuntura subentrata nel frattempo; da allora, quella situazione non è affatto migliorata.
Un prolungamento della combinazione di crisi in Ucraina e Medio Oriente può sottoporre questi paesi, subsahariani e nordafricani, a sconquassi molto maggiori di quelli che già si stanno notando in alcune aree del Continente. Le odierne recrudescenze geopolitiche nel Sahel e nel Corno d'Africa si legano dopotutto anche ad aspetti economici ed alimentari già fortemente visibili, ma sono ad ogni modo soltanto un antipasto di quel che potrebbe manifestarsi tra qualche mese, o prima. Solo nel caso dell'Etiopia, ad esempio, si paventa la prospettiva di una carestia potenzialmente grave quanto quella, di famigerata memoria, del 1984.
La guerra contro l'Iran ha spinto le banche centrali come la Fed a mantenere alti i tassi d'interesse, rendendo più caro l'accesso al capitale; gli investitori esteri sono pertanto divenuti più cauti verso i mercati emergenti, soprattutto quelli più fragili, facendo salire i tassi d'interesse richiesti sui titoli di Stato africani, col risultato di un maggior premio al rischio; mentre l'indebolimento delle valute ha reso ulteriormente più complesso il rimborso del debito, con accresciuti oneri per le già cagionevoli economie africane. I paesi importatori netti di energia come Kenya, Egitto, Etiopia o Sudafrica hanno subito i danni maggiori, tanto da costringerli a richiedere finanziamenti d'emergenza presso la Banca Mondiale; mentre i paesi esportatori netti di petrolio e materie prime come Nigeria ed Angola sono riusciti a circoscriverli, grazie alle maggiori entrate fiscali dovute all'aumento internazionale dei costi del greggio e delle materie prime, con relativi benefici anche per le loro politiche di compensazione delle pressioni finanziarie. Quanto oggi in corso ci ricorda che una serie di nazioni cammina sul filo del rasoio, e non per loro scelta.
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Le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno gravemente colpito le reti logistiche e il commercio globale di energia e fertilizzanti. Ciò non costituisce un mistero per nessuno, senz'altro non adesso, a distanza di anni dall'inizio e mesi dall'ulteriore aggravamento.…
Qua entrano in gioco i già più volte nominati fertilizzanti. Sebbene il loro consumo in Africa Subsahariana sia sempre stato piuttosto basso, oggi dinanzi all'aumento dei costi i piccoli produttori, che assicurano il 70% della produzione alimentare del Continente, ne hanno drasticamente ridotto l'uso. Ciò conduce però, secondo le stime della FAO, a drastici impatti nella produzione locale: ad un 10% di urea e fosfati in meno nei terreni, corrisponde un calo del 25% sui raccolti di colture di base come il grano, il riso o il mais. La sicurezza alimentare di almeno 100 milioni di persone, per le previsioni meno pessimistiche, è a quel punto a rischio. Poco fa parlavo dello spettro di possibili e future carestie: non sono del tutto improbabili, già se ne vedono i segni. Abbiamo ampiamente superato il periodo del raccolto per le colture seminate durante la scorsa primavera, e il risultato non è stato dei più convincenti né per qualità né per quantità.
Il blocco e l'aumento del costo del gas naturale, fondamentale per la produzione dell'urea, ha portato in poche settimane il suo prezzo a raddoppiare, da 400 ad 800 dollari la tonnellata: comprensibilmente, troppo fuori mercato per gran parte dei produttori agricoli africani, e non solo. Nel frattempo, il maggior costo delle derrate alimentari d'importazione porta, nei mercati locali, a sempre più gravi spinte inflattive, che annunciano futuri problemi a livello d'ordine pubblico: le fasce più povere della popolazione, dopotutto, già oggi spendono per il cibo gran parte del loro poco reddito, e quando ciò non sarà più possibile per più d'un governo inizieranno guai seri. Non a caso, nei paesi più fragili questa resa dei conti, come dicevamo, è già iniziata..
Il problema è ulteriormente enfatizzato da altri elementi come la sempre più elevata difficoltà per certi paesi a sostenere il peso dei sussidi statali per i fertilizzanti, che hanno sin qui erogato ai loro agricoltori proprio per favorire la produzione agricola. L'aumento dei prezzi internazionali ha fatto lievitare a dismisura questi costi fiscali, portando quei paesi ad indebitarsi ulteriormente non solo per l'acquisto delle derrate dall'estero, di cui sono in larga parte dipendenti, ma anche per continuare ad erogare quei sussidi. Paesi come Etiopia e Kenya, che hanno tradizionalmente puntato proprio su questo genere di politiche, sono oggi dinanzi alla difficile scelta tra continuare ad indebitarsi per continuare a sostenere i sussidi, o tagliarli privando i propri coltivatori del tutto o in parte privi di quel supporto.
In generale, che si tratti d'importare maggiori quantità di derrate alimentari rispetto allo scorso anno per compensare la diminuita produzione interna dell'anno attuale; o la medesima quantità di fertilizzanti dello scorso anno per assicurarsi il mantenimento delle quote produttive dell'anno precedente; per i paesi africani si tratta di spendere risorse più elevate rispetto al solito, visto che tanto i prezzi dei fertilizzanti quanto delle granaglie e dei prodotti alimentari è oggi decisamente molto più elevato di dodici mesi fa. Le valute locali accusano quella pressione, il loro valore cala e peggiora la crisi del debito estero. Settimane fa la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) ha stanziato 5,1 miliardi di dollari per aiutare i governi locali: temo, onestamente, troppo poco e troppo tardi.
Filippo Bovo
https://t.me/IlVeritiero
Il blocco e l'aumento del costo del gas naturale, fondamentale per la produzione dell'urea, ha portato in poche settimane il suo prezzo a raddoppiare, da 400 ad 800 dollari la tonnellata: comprensibilmente, troppo fuori mercato per gran parte dei produttori agricoli africani, e non solo. Nel frattempo, il maggior costo delle derrate alimentari d'importazione porta, nei mercati locali, a sempre più gravi spinte inflattive, che annunciano futuri problemi a livello d'ordine pubblico: le fasce più povere della popolazione, dopotutto, già oggi spendono per il cibo gran parte del loro poco reddito, e quando ciò non sarà più possibile per più d'un governo inizieranno guai seri. Non a caso, nei paesi più fragili questa resa dei conti, come dicevamo, è già iniziata..
Il problema è ulteriormente enfatizzato da altri elementi come la sempre più elevata difficoltà per certi paesi a sostenere il peso dei sussidi statali per i fertilizzanti, che hanno sin qui erogato ai loro agricoltori proprio per favorire la produzione agricola. L'aumento dei prezzi internazionali ha fatto lievitare a dismisura questi costi fiscali, portando quei paesi ad indebitarsi ulteriormente non solo per l'acquisto delle derrate dall'estero, di cui sono in larga parte dipendenti, ma anche per continuare ad erogare quei sussidi. Paesi come Etiopia e Kenya, che hanno tradizionalmente puntato proprio su questo genere di politiche, sono oggi dinanzi alla difficile scelta tra continuare ad indebitarsi per continuare a sostenere i sussidi, o tagliarli privando i propri coltivatori del tutto o in parte privi di quel supporto.
In generale, che si tratti d'importare maggiori quantità di derrate alimentari rispetto allo scorso anno per compensare la diminuita produzione interna dell'anno attuale; o la medesima quantità di fertilizzanti dello scorso anno per assicurarsi il mantenimento delle quote produttive dell'anno precedente; per i paesi africani si tratta di spendere risorse più elevate rispetto al solito, visto che tanto i prezzi dei fertilizzanti quanto delle granaglie e dei prodotti alimentari è oggi decisamente molto più elevato di dodici mesi fa. Le valute locali accusano quella pressione, il loro valore cala e peggiora la crisi del debito estero. Settimane fa la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) ha stanziato 5,1 miliardi di dollari per aiutare i governi locali: temo, onestamente, troppo poco e troppo tardi.
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Intermatium: il sogno polacco e il fantasma di Piłsudski - Speciale Osservatorio sui Mondi
Nel 2014 il think tank americano Atlantic Council lanciava la cosiddetta 'Iniziativa dei tre mari' (3SI), fra 11 Stati Europei lungo l'asse Nord-Sud dell'Europa centro-orientale, dal Baltico al Mare Nero (con estensione all'Adriatico), un coordinamento geopolitico volto ufficialmente all'integrazione infrastrutturale. Meno discusso tuttavia in sede mainstream è che questa iniziativa ricalca alcune idee fondanti del progetto dell'Intermarium del dittatore polacco Maresciallo J.Piłsudski (1867-1935), fra le due Guerre Mondiali. Questo a sua volta era un tentativo di ricreare in tempi moderni la vecchia struttura imperiale della Confederazione polacco-lituana...
Analizziamo fini strategici, limiti e suggestioni mitopoietiche alla base di questi sogni imperiali, riportandoli alla geopolitica attuale con Andrea Marcigliano.
In anteprima oggi, ore 18:15
https://youtu.be/yTqeZhYNw6E?si=Dfyka7a7qr9DKPtl
Nel 2014 il think tank americano Atlantic Council lanciava la cosiddetta 'Iniziativa dei tre mari' (3SI), fra 11 Stati Europei lungo l'asse Nord-Sud dell'Europa centro-orientale, dal Baltico al Mare Nero (con estensione all'Adriatico), un coordinamento geopolitico volto ufficialmente all'integrazione infrastrutturale. Meno discusso tuttavia in sede mainstream è che questa iniziativa ricalca alcune idee fondanti del progetto dell'Intermarium del dittatore polacco Maresciallo J.Piłsudski (1867-1935), fra le due Guerre Mondiali. Questo a sua volta era un tentativo di ricreare in tempi moderni la vecchia struttura imperiale della Confederazione polacco-lituana...
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Intermarium: il sogno polacco e il fantasma di Piłsudski - Speciale Osservatorio sui Mondi
Nel 2014 il think tank americano Atlantic Council lanciava la cosiddetta 'Iniziativa dei tre mari' (3SI), fra 11 Stati Europei lungo l'asse Nord-Sud dell'Europa centro-orientale, dal Baltico al Mare Nero (con estensione all'Adriatico), un coordinamento geopolitico…
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Forwarded from Donbass italia
In Germania, è stato arrestato l'ex capo dell'intelligence con l'accusa di spionaggio.
August Hanning è anche accusato di aver raccolto informazioni che costituiscono segreti di Stato e di tradimento, scrive il quotidiano Bild. Ha guidato il servizio di intelligence tedesco (BND) dal 1998 al 2005.
Il giornale rivela i dettagli di questo importante caso:
🟩 Hanning acquistava informazioni segrete da un ex dipendente dell'alta dirigenza del BND. L'obiettivo era "rivenderle nell'ambito della sua attività di consulenza".
🟩 Contemporaneamente a Hanning, in Baviera è stato arrestato un altro ex alto funzionario del BND, Manfred D. In precedenza, era il capo dell'ufficio di Hanning e ha lavorato nell'intelligence fino alla primavera del 2026.
🟩 Sono stati scoperti durante le indagini sul caso del rapimento di bambini della imprenditrice di Amburgo, Christina Block. A quel punto, sono emerse informazioni su una fuga di notizie dal BND.
🟩 Al momento, non è noto se Hanning abbia trasmesso direttamente dati a servizi di intelligence stranieri. Ha lavorato come consulente in materia di sicurezza e affari in tutto il mondo, e aveva contatti in Russia e in Cina.
🟩 Hanning aveva gravi difficoltà finanziarie: la sua pensione veniva pignorata da diversi anni per saldare dei debiti. La causa era il suo lavoro nel consiglio di amministrazione di una banca nei paesi baltici, che è stata portata al fallimento.
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😊 Vincenzo Lorusso
Giornalista🟩 🇷🇺
August Hanning è anche accusato di aver raccolto informazioni che costituiscono segreti di Stato e di tradimento, scrive il quotidiano Bild. Ha guidato il servizio di intelligence tedesco (BND) dal 1998 al 2005.
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Messi in discussione il terminal ungherese nel porto di Trieste e la ferrovia Belgrado-Budapest finanziata dalla Cina.
L’Unione Europea ha salutato la vittoria di Péter Magyar come il ritorno dell’Ungheria nell’alveo della democrazia liberale. Ma a guardare i primi atti del nuovo esecutivo in materia di infrastrutture, emerge un quadro meno rassicurante. Il governo più gradito all’Unione sta mettendo in discussione, uno dopo l’altro, i due progetti che facevano dell’Ungheria un nodo di collegamento tra l’Europa centrale, il Mediterraneo e le rotte eurasiatiche. Il terminal nel porto franco di Trieste e la ferrovia Belgrado-Budapest sono le due facce della stessa scelta.
https://www.cese-m.eu/2026/10/il-governo-magyar-e-leuropa-che-si-chiude-da-trieste-a-belgrado-budapest-smonta-i-corridoi-verso-leurasia/
L’Unione Europea ha salutato la vittoria di Péter Magyar come il ritorno dell’Ungheria nell’alveo della democrazia liberale. Ma a guardare i primi atti del nuovo esecutivo in materia di infrastrutture, emerge un quadro meno rassicurante. Il governo più gradito all’Unione sta mettendo in discussione, uno dopo l’altro, i due progetti che facevano dell’Ungheria un nodo di collegamento tra l’Europa centrale, il Mediterraneo e le rotte eurasiatiche. Il terminal nel porto franco di Trieste e la ferrovia Belgrado-Budapest sono le due facce della stessa scelta.
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Centro Studi Eurasia e Mediterraneo
Il governo Magyar e l'Europa che si chiude: da Trieste a Belgrado, Budapest smonta i corridoi verso l'Eurasia - Centro Studi Eurasia…
Messi in discussione il terminal ungherese nel porto di Trieste e la ferrovia Belgrado-Budapest finanziata dalla Cina.
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Le Forze Aerospaziali russe (VKS) hanno recentemente ricevuto una nuova partita di caccia multiruolo di quinta generazione Sukhoi Su-57 (indicati anche nella versione ammodernata come Su-57M), caratterizzati da una configurazione tecnica aggiornata.
Come evidenziato da Rostec nel proprio comunicato stampa – «I velivoli che escono oggi dai reparti di produzione differiscono dagli aerei dei tempi dell’inizio della cosiddetta ‘Operazione Militare Speciale’ [in Ucraina n.d.r.]. In questo periodo il Su-57 ha attraversato una lunga evoluzione. Il caccia si sviluppa e si ammoderna anche tenendo conto della ricca esperienza del suo impiego nelle azioni di combattimento».
https://www.analisidifesa.it/2026/10/consegnati-nuovi-sukhoi-su-57m-ai-reparti-di-volo-russi/
Come evidenziato da Rostec nel proprio comunicato stampa – «I velivoli che escono oggi dai reparti di produzione differiscono dagli aerei dei tempi dell’inizio della cosiddetta ‘Operazione Militare Speciale’ [in Ucraina n.d.r.]. In questo periodo il Su-57 ha attraversato una lunga evoluzione. Il caccia si sviluppa e si ammoderna anche tenendo conto della ricca esperienza del suo impiego nelle azioni di combattimento».
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Analisi Difesa
Consegnati nuovi Sukhoi Su-57M ai reparti di volo russi
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