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Decision desk Youtrend: vince il NO al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia
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L’INDIPENDENTE
Flotilla per Gaza: proteste e cortei in tutta Italia contro l’inazione del governo Meloni
Migliaia di cittadini sono scesi in piazza in numerose città italiane dopo che la marina israeliana ha intercettato in acque internazionali la Global Sumud Flotilla, missione umanitaria diretta a Gaza con a bordo medicinali, cibo e aiuti per la popolazione palestinese. I manifestanti, riunitisi sotto i vessilli con i colori palestinesi, chiedono la liberazione degli attivisti fermati – tra cui 23 italiani – e la fine del blocco navale imposto da Israele sulla Striscia dal 2009. Al centro delle proteste vi è in particolare la denuncia dell’«inazione dei governi», in primis quello italiano, accusati di «complicità» con «la macchina da guerra israeliana».
La protesta ha unito associazioni filo-palestinesi, sindacati di base, collettivi studenteschi, centri sociali e realtà della sinistra antagonista, in una risposta diffusa e immediata all’appello alla mobilitazione permanente dell’equipaggio di terra. A Roma i manifestanti si sono radunati al Colosseo nel tardo pomeriggio. «La misura è colma per chi commette atti di pirateria in barba a qualsiasi norma internazionale e nell’impunità. La misura è colma per chi anche in Italia si organizza in modo paramilitare per attaccare gli antifascisti. Vogliamo rompere ogni tipo di rapporto con lo Stato terrorista di Israele», hanno denunciato al megafono gli organizzatori del presidio nella Capitale. Un grande striscione tra le bandiere palestinesi recitava: «Israele stato terrorista, blocchiamo tutto». Il corteo è stato deviato dalla questura verso il quartiere Monti. https://www.lindipendente.online/wp-content/uploads/2026/05/roma-pro-pal.jpg [Il presidio pro-pal riunitosi a Roma davanti al Colosseo]A Bologna il sit-in in piazza Maggiore si è trasformato in un corteo spontaneo che ha attraversato il centro. I partecipanti hanno scandito «Libertà per gli attivisti, Palestina vincente» e «Basta complicità italiana con il genocidio». A Milano un migliaio di persone ha sfilato da corso Monforte fino a piazza Duomo con i cori «Insorgiamo e blocchiamo tutto» e «Palestina libera». A Napoli gli attivisti, definitisi «flotta di terra», hanno percorso via Toledo e la Galleria Umberto I chiedendo la fine della «complicità italiana» con Israele. A Torino il corteo radunatosi in piazza Castello ha adottato lo slogan «Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo», mentre a Firenze centinaia di persone hanno sfilato con uno striscione che recitava «Equipaggi di mare e di terra contro l’economia di guerra». Molto animata anche la piazza di Padova, che ha prima svolto un presidio davanti a Palazzo Bo, per poi attraversare le piazze del centro storico con un lungo corteo che, progressivamente, si è rinfoltito fino a contare circa mille attivisti. https://www.lindipendente.online/wp-content/uploads/2026/05/padova-pro-pal.jpg [Attivisti in protesta a Padova]In merito alle operazioni di abbordaggio delle imbarcazioni dell’organizzazione umanitaria portate avanti dall’esercito israeliano, ieri è arrivato un comunicato dell’esecutivo Meloni che recita: «Il Governo italiano condanna il sequestro delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, avvenuto ieri sera in acque internazionali al largo delle coste greche». Eppure, nei fatti, nulla si è mosso. La missione, la seconda del suo genere, intende rompere l’assedio israeliano a Gaza e spingere i governi di tutto il mondo ad agire concretamente per interrompere il blocco marittimo imposto da Israele alla Palestina; se un mese fa Tajani aveva deciso di convocare l’ambasciatore israeliano per avere impedito al cardinale Pizzaballa di svolgere una messa, ieri la Farnesina si è limitata a chiedere informazioni sulle operazioni di Tel Av[...]
Flotilla per Gaza: proteste e cortei in tutta Italia contro l’inazione del governo Meloni
Migliaia di cittadini sono scesi in piazza in numerose città italiane dopo che la marina israeliana ha intercettato in acque internazionali la Global Sumud Flotilla, missione umanitaria diretta a Gaza con a bordo medicinali, cibo e aiuti per la popolazione palestinese. I manifestanti, riunitisi sotto i vessilli con i colori palestinesi, chiedono la liberazione degli attivisti fermati – tra cui 23 italiani – e la fine del blocco navale imposto da Israele sulla Striscia dal 2009. Al centro delle proteste vi è in particolare la denuncia dell’«inazione dei governi», in primis quello italiano, accusati di «complicità» con «la macchina da guerra israeliana».
La protesta ha unito associazioni filo-palestinesi, sindacati di base, collettivi studenteschi, centri sociali e realtà della sinistra antagonista, in una risposta diffusa e immediata all’appello alla mobilitazione permanente dell’equipaggio di terra. A Roma i manifestanti si sono radunati al Colosseo nel tardo pomeriggio. «La misura è colma per chi commette atti di pirateria in barba a qualsiasi norma internazionale e nell’impunità. La misura è colma per chi anche in Italia si organizza in modo paramilitare per attaccare gli antifascisti. Vogliamo rompere ogni tipo di rapporto con lo Stato terrorista di Israele», hanno denunciato al megafono gli organizzatori del presidio nella Capitale. Un grande striscione tra le bandiere palestinesi recitava: «Israele stato terrorista, blocchiamo tutto». Il corteo è stato deviato dalla questura verso il quartiere Monti. https://www.lindipendente.online/wp-content/uploads/2026/05/roma-pro-pal.jpg [Il presidio pro-pal riunitosi a Roma davanti al Colosseo]A Bologna il sit-in in piazza Maggiore si è trasformato in un corteo spontaneo che ha attraversato il centro. I partecipanti hanno scandito «Libertà per gli attivisti, Palestina vincente» e «Basta complicità italiana con il genocidio». A Milano un migliaio di persone ha sfilato da corso Monforte fino a piazza Duomo con i cori «Insorgiamo e blocchiamo tutto» e «Palestina libera». A Napoli gli attivisti, definitisi «flotta di terra», hanno percorso via Toledo e la Galleria Umberto I chiedendo la fine della «complicità italiana» con Israele. A Torino il corteo radunatosi in piazza Castello ha adottato lo slogan «Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo», mentre a Firenze centinaia di persone hanno sfilato con uno striscione che recitava «Equipaggi di mare e di terra contro l’economia di guerra». Molto animata anche la piazza di Padova, che ha prima svolto un presidio davanti a Palazzo Bo, per poi attraversare le piazze del centro storico con un lungo corteo che, progressivamente, si è rinfoltito fino a contare circa mille attivisti. https://www.lindipendente.online/wp-content/uploads/2026/05/padova-pro-pal.jpg [Attivisti in protesta a Padova]In merito alle operazioni di abbordaggio delle imbarcazioni dell’organizzazione umanitaria portate avanti dall’esercito israeliano, ieri è arrivato un comunicato dell’esecutivo Meloni che recita: «Il Governo italiano condanna il sequestro delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, avvenuto ieri sera in acque internazionali al largo delle coste greche». Eppure, nei fatti, nulla si è mosso. La missione, la seconda del suo genere, intende rompere l’assedio israeliano a Gaza e spingere i governi di tutto il mondo ad agire concretamente per interrompere il blocco marittimo imposto da Israele alla Palestina; se un mese fa Tajani aveva deciso di convocare l’ambasciatore israeliano per avere impedito al cardinale Pizzaballa di svolgere una messa, ieri la Farnesina si è limitata a chiedere informazioni sulle operazioni di Tel Av[...]
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L’INDIPENDENTE Flotilla per Gaza: proteste e cortei in tutta Italia contro l’inazione del governo Meloni Migliaia di cittadini sono scesi in piazza in numerose città italiane dopo che la marina israeliana ha intercettato in acque internazionali la Global…
iv, mentre oltre venti dei propri concittadini risultano sotto arresto, intercettati – come ammette lo stesso governo – «illegalmente» in acque internazionali.
Già prima delle manifestazioni, i comitati promotori avevano lanciato un appello alla mobilitazione generale. «Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto» era lo slogan diffuso, con la richiesta di «protezione diplomatica e il rilascio immediato delle attiviste e attivisti coinvolti, una chiara condanna dell’accaduto e il pieno rispetto del diritto internazionale umanitario». L’Unione Sindacale di Base, in una nota, ha definito l’intervento israeliano «un atto di pirateria condotto da uno Stato che non riconosce più alcuna regola internazionale», aggiungendo: «Il mar Mediterraneo non appartiene a Israele. Rilascio immediato di tutti gli attivisti e piena libertà di navigazione. L’Italia deve rompere le relazioni economiche, diplomatiche e commerciali con Israele».
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Già prima delle manifestazioni, i comitati promotori avevano lanciato un appello alla mobilitazione generale. «Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto» era lo slogan diffuso, con la richiesta di «protezione diplomatica e il rilascio immediato delle attiviste e attivisti coinvolti, una chiara condanna dell’accaduto e il pieno rispetto del diritto internazionale umanitario». L’Unione Sindacale di Base, in una nota, ha definito l’intervento israeliano «un atto di pirateria condotto da uno Stato che non riconosce più alcuna regola internazionale», aggiungendo: «Il mar Mediterraneo non appartiene a Israele. Rilascio immediato di tutti gli attivisti e piena libertà di navigazione. L’Italia deve rompere le relazioni economiche, diplomatiche e commerciali con Israele».
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L’INDIPENDENTE Fondo SAFE: l’Italia chiederà 15 miliardi di prestiti per il riarmo
Alla fine l’Italia chiederà all’UE un finanziamento fino a 14,9 miliardi di euro nell’ambito del fondo SAFE per il riarmo. Il fondo prevede la raccolta di 150 miliardi di euro sul mercato, da erogare agli Stati membri sotto forma di prestiti. Il ministro Tajani ha precisato che i 14,9 miliardi rappresentano il tetto massimo richiedibile dall’Italia: per il momento Roma si è limitata a «prenotare» l’intera somma, riservandosi di decidere entro dicembre a quanto effettivamente ricorrere. La stessa maggioranza appare divisa sul suo utilizzo. «Non c’è nessuna decisione sull’utilizzo» dei fondi, ha dichiarato il senatore della Lega Claudio Borghi, sostenendo che la scelta finale sul loro impiego spetterà al Parlamento. Bruxelles ha accolto con favore l’annuncio del vicepremier, rivolgendo, tuttavia, un monito all’Italia: dicembre non va bene. Roma dovrà comunicare quanto prima l’importo effettivo che intende richiedere, poiché le risorse non utilizzate devono essere riallocate prima della fine dell’anno.
L’annuncio di Tajani è arrivato ieri, 28 luglio, nel corso di un’audizione davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato a cui era presente anche il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Per come è stato impostato», ha dichiarato quest’ultimo, SAFE «è uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio. È un’alternativa ai Bot e ai CcT», ha affermato, spiegando che l’Italia sceglierà a quanto ricorrere dopo una valutazione tecnica «dal punto di vista della convenienza finanziaria». Dopo le scintille con Borghi, a richiamare all’ordine è stata la stessa Commissione Europea, ideatrice del fondo: «Non c’è tempo da perdere», ha affermato un portavoce, sottolineando che la priorità ora è procedere alla firma dell’accordo di prestito. «Se qualcosa dovesse cambiare a livello di fondi, allora saremmo in una situazione ancora più urgente perché quei fondi dovrebbero essere riallocati».
Il riferimento del portavoce riguarda il funzionamento e le scadenze previste dall’UE per il fondo SAFE. SAFE è uno dei due principali strumenti ideati dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo europeo, con l’obiettivo di sostenere gli appalti congiunti tra gli Stati membri e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa. Il fondo prevede la raccolta di fino a 150 miliardi di euro sui mercati finanziari, da erogare agli Stati sotto forma di prestiti diretti, e contempla procedure di appalto comuni e semplificate. Per accedere ai finanziamenti, gli Stati membri devono presentare un piano nazionale di spesa, che deve essere approvato dalla Commissione europea prima della firma dell’accordo di prestito. Finora Bruxelles ha ricevuto richieste da 19 Stati membri e sta ancora valutando alcuni dei piani presentati; entro la fine dell’anno dovrà essere definita la ripartizione delle risorse. Qualora parte dei fondi richiesti non venisse utilizzata, la Commissione aprirebbe una nuova finestra per riallocare le risorse rimaste disponibili. Insomma: «Avremmo bisogno di più di una manciata di giorni a dicembre», ha detto Regnier, stroncando i piani del governo italiano.
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Alla fine l’Italia chiederà all’UE un finanziamento fino a 14,9 miliardi di euro nell’ambito del fondo SAFE per il riarmo. Il fondo prevede la raccolta di 150 miliardi di euro sul mercato, da erogare agli Stati membri sotto forma di prestiti. Il ministro Tajani ha precisato che i 14,9 miliardi rappresentano il tetto massimo richiedibile dall’Italia: per il momento Roma si è limitata a «prenotare» l’intera somma, riservandosi di decidere entro dicembre a quanto effettivamente ricorrere. La stessa maggioranza appare divisa sul suo utilizzo. «Non c’è nessuna decisione sull’utilizzo» dei fondi, ha dichiarato il senatore della Lega Claudio Borghi, sostenendo che la scelta finale sul loro impiego spetterà al Parlamento. Bruxelles ha accolto con favore l’annuncio del vicepremier, rivolgendo, tuttavia, un monito all’Italia: dicembre non va bene. Roma dovrà comunicare quanto prima l’importo effettivo che intende richiedere, poiché le risorse non utilizzate devono essere riallocate prima della fine dell’anno.
L’annuncio di Tajani è arrivato ieri, 28 luglio, nel corso di un’audizione davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato a cui era presente anche il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Per come è stato impostato», ha dichiarato quest’ultimo, SAFE «è uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio. È un’alternativa ai Bot e ai CcT», ha affermato, spiegando che l’Italia sceglierà a quanto ricorrere dopo una valutazione tecnica «dal punto di vista della convenienza finanziaria». Dopo le scintille con Borghi, a richiamare all’ordine è stata la stessa Commissione Europea, ideatrice del fondo: «Non c’è tempo da perdere», ha affermato un portavoce, sottolineando che la priorità ora è procedere alla firma dell’accordo di prestito. «Se qualcosa dovesse cambiare a livello di fondi, allora saremmo in una situazione ancora più urgente perché quei fondi dovrebbero essere riallocati».
Il riferimento del portavoce riguarda il funzionamento e le scadenze previste dall’UE per il fondo SAFE. SAFE è uno dei due principali strumenti ideati dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo europeo, con l’obiettivo di sostenere gli appalti congiunti tra gli Stati membri e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa. Il fondo prevede la raccolta di fino a 150 miliardi di euro sui mercati finanziari, da erogare agli Stati sotto forma di prestiti diretti, e contempla procedure di appalto comuni e semplificate. Per accedere ai finanziamenti, gli Stati membri devono presentare un piano nazionale di spesa, che deve essere approvato dalla Commissione europea prima della firma dell’accordo di prestito. Finora Bruxelles ha ricevuto richieste da 19 Stati membri e sta ancora valutando alcuni dei piani presentati; entro la fine dell’anno dovrà essere definita la ripartizione delle risorse. Qualora parte dei fondi richiesti non venisse utilizzata, la Commissione aprirebbe una nuova finestra per riallocare le risorse rimaste disponibili. Insomma: «Avremmo bisogno di più di una manciata di giorni a dicembre», ha detto Regnier, stroncando i piani del governo italiano.
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Sono passati quasi 4 anni dalle elezioni politiche del 2022: rispetto ad allora, nell’ultima Supermedia Youtrend/Agi alcuni partiti sono cresciuti (PD, AVS) o calati (M5S, Lega), mentre altri sono su percentuali simili (FdI, FI) e altri ancora sono nati nel frattempo (FN).
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Cos’è successo nell’attesa audizione di Giuseppe Conte alla Commissione Covid
Cinque ore per difendere il proprio operato e respingere le accuse sulla gestione della pandemia. L’attesissima audizione di Giuseppe Conte davanti alla Commissione Covid si è trasformata in una lunga arringa difensiva e a tratti autocelebrativa, destinata a proseguire il 14 settembre. «Potete scavare quanto volete, non troverete mai qualcosa di illecito», ha scandito l’ex premier, denunciando un «plotone d’esecuzione» orchestrato da Giorgia Meloni e una «gabbia di protezione verso gli amministratori locali» del centrodestra. Il nodo riguarda il perimetro stesso dell’inchiesta, che esclude la gestione delle Regioni, nonostante le loro competenze sanitarie. Meloni, sui social, ha respinto le accuse: «A differenza sua non mi interessa gettare fango su nessuno, né trasformare una tragedia che ha segnato milioni di italiani in un terreno di scontro personale […] La verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani». Conte ha scelto di partire al contrattacco annunciando di aver consegnato alla Procura di Roma un verbale di dieci pagine, datato 14 aprile 2022 e ricevuto attraverso una lettera anonima, relativo alla fornitura di mascherine della JC Electronics. Il caso riguarda il contenzioso concluso con una transazione tra lo Stato e la società per circa cento milioni di euro. L’ex premier ha chiesto che il documento rimanesse agli atti e ha «diffidato» il ministero della Salute dall’effettuare il pagamento. Un coup de théâtre dal tempismo perfetto. Il presidente della Commissione Marco Lisei è intervenuto per precisare: «È fuori dal nostro perimetro, non possiamo indagare su fatti successivi alla pandemia». Conte ha replicato: «È di interesse pubblico se sono stati pagati cento milioni che possono essere il corrispettivo di mascherine contraffatte». Alice Buonguerrieri ha però sostenuto che il documento fosse già stato sottoposto alla magistratura. L’effetto politico dell’annuncio era comunque evidente: passare dalla difesa al contrattacco, spostando il fuoco sull’attuale governo.
Il leader del M5S ha affrontato anche il nodo del piano pandemico, ricordando che il nuovo PanFlu fu approvato nel gennaio 2021, circa 16 mesi dopo l’insediamento del Conte II. Un dato che l’ex premier ha contrapposto ai 42 mesi impiegati, secondo il suo calcolo, dall’attuale governo. Resta però il nodo di fondo, centrale nell’inchiesta: capire perché nel 2020 l’Italia si fece trovare con un piano pandemico fermo al 2006. L’audizione si è poi concentrata su uno dei capitoli più controversi di quella stagione: le restrizioni. L’ex premier ha difeso lo stato d’emergenza, ricordando persino che Sabino Cassese aveva evocato il rischio di una «svolta autoritaria». La proroga, sostiene, era indispensabile per permettere alla Protezione civile di operare. A sintetizzare la sua lettura di quella stagione è una frase: «La popolazione ha condiviso un patto proposto dal governo accettando di assoggettarsi alle restrizioni necessarie a realizzare l’obiettivo comune di combattere il virus e conquistare la salvezza». Un “patto condiviso” difficile, però, da conciliare con misure imposte che incisero profondamente sulla vita e sulle libertà degli italiani.
Ancora più vistoso il funambolismo sui vaccini. Conte ha ricordato che Green Pass e obbligo per gli over 50 furono introdotti dal governo Draghi, rivendicando per il proprio esecutivo la scelta di non imporre la vaccinazione. Del Green Pass ha però difeso la logica del «dovere libero»: una “libertà di scelta” accompagnata da precise limitazioni per chi decideva di non vaccinarsi. La ricostruz[...]
Cos’è successo nell’attesa audizione di Giuseppe Conte alla Commissione Covid
Cinque ore per difendere il proprio operato e respingere le accuse sulla gestione della pandemia. L’attesissima audizione di Giuseppe Conte davanti alla Commissione Covid si è trasformata in una lunga arringa difensiva e a tratti autocelebrativa, destinata a proseguire il 14 settembre. «Potete scavare quanto volete, non troverete mai qualcosa di illecito», ha scandito l’ex premier, denunciando un «plotone d’esecuzione» orchestrato da Giorgia Meloni e una «gabbia di protezione verso gli amministratori locali» del centrodestra. Il nodo riguarda il perimetro stesso dell’inchiesta, che esclude la gestione delle Regioni, nonostante le loro competenze sanitarie. Meloni, sui social, ha respinto le accuse: «A differenza sua non mi interessa gettare fango su nessuno, né trasformare una tragedia che ha segnato milioni di italiani in un terreno di scontro personale […] La verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani». Conte ha scelto di partire al contrattacco annunciando di aver consegnato alla Procura di Roma un verbale di dieci pagine, datato 14 aprile 2022 e ricevuto attraverso una lettera anonima, relativo alla fornitura di mascherine della JC Electronics. Il caso riguarda il contenzioso concluso con una transazione tra lo Stato e la società per circa cento milioni di euro. L’ex premier ha chiesto che il documento rimanesse agli atti e ha «diffidato» il ministero della Salute dall’effettuare il pagamento. Un coup de théâtre dal tempismo perfetto. Il presidente della Commissione Marco Lisei è intervenuto per precisare: «È fuori dal nostro perimetro, non possiamo indagare su fatti successivi alla pandemia». Conte ha replicato: «È di interesse pubblico se sono stati pagati cento milioni che possono essere il corrispettivo di mascherine contraffatte». Alice Buonguerrieri ha però sostenuto che il documento fosse già stato sottoposto alla magistratura. L’effetto politico dell’annuncio era comunque evidente: passare dalla difesa al contrattacco, spostando il fuoco sull’attuale governo.
Il leader del M5S ha affrontato anche il nodo del piano pandemico, ricordando che il nuovo PanFlu fu approvato nel gennaio 2021, circa 16 mesi dopo l’insediamento del Conte II. Un dato che l’ex premier ha contrapposto ai 42 mesi impiegati, secondo il suo calcolo, dall’attuale governo. Resta però il nodo di fondo, centrale nell’inchiesta: capire perché nel 2020 l’Italia si fece trovare con un piano pandemico fermo al 2006. L’audizione si è poi concentrata su uno dei capitoli più controversi di quella stagione: le restrizioni. L’ex premier ha difeso lo stato d’emergenza, ricordando persino che Sabino Cassese aveva evocato il rischio di una «svolta autoritaria». La proroga, sostiene, era indispensabile per permettere alla Protezione civile di operare. A sintetizzare la sua lettura di quella stagione è una frase: «La popolazione ha condiviso un patto proposto dal governo accettando di assoggettarsi alle restrizioni necessarie a realizzare l’obiettivo comune di combattere il virus e conquistare la salvezza». Un “patto condiviso” difficile, però, da conciliare con misure imposte che incisero profondamente sulla vita e sulle libertà degli italiani.
Ancora più vistoso il funambolismo sui vaccini. Conte ha ricordato che Green Pass e obbligo per gli over 50 furono introdotti dal governo Draghi, rivendicando per il proprio esecutivo la scelta di non imporre la vaccinazione. Del Green Pass ha però difeso la logica del «dovere libero»: una “libertà di scelta” accompagnata da precise limitazioni per chi decideva di non vaccinarsi. La ricostruz[...]
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L’INDIPENDENTE Cos’è successo nell’attesa audizione di Giuseppe Conte alla Commissione Covid Cinque ore per difendere il proprio operato e respingere le accuse sulla gestione della pandemia. L’attesissima audizione di Giuseppe Conte davanti alla Commissione…
ione lascia fuori un passaggio tutt’altro che marginale: il Movimento 5 Stelle faceva parte della maggioranza che sosteneva il governo Draghi e votò in Parlamento sia i provvedimenti sul Green Pass sia l’obbligo vaccinale per gli over 50. Quando Francesco Filini (FdI) gli ha ricordato precedenti dichiarazioni favorevoli a «estendere l’obbligo vaccinale», Conte ha preso le distanze dalle «castronerie» e dalla «volontà di persecuzione» della stagione Draghi, salvo poi ribadire una linea molto netta contro il provvedimento volto a reintegrare i sanitari radiati perché, a suo dire, il personale sanitario non può «rivendicare la libertà di essere contro i vaccini. Perché c’è un giuramento di Ippocrate e perché lo stadio avanzato della conoscenza scientifica ti impone quello». E ai “no vax” riserva un congedo sprezzante: «Io oggi non sto qui a prendere un voto di un no vax, ve li lascio tutti a voi», rivolgendosi ancora a Filini. Contemporaneamente, ha proposto al governo di istituire un fondo da cento milioni per le reazioni avverse ai vaccini, perché «a volte capita», come se si trattasse di pochi, limitati casi.
Surreale, infine, lo spazio riservato alla missione russa del marzo 2020, riletta con le categorie geopolitiche successive alla guerra in Ucraina e con il sospetto, più volte evocato, che dietro gli aiuti potessero celarsi attività di intelligence. Incalzato dalla deputata di Azione Federica Onori, Conte ha respinto questa lettura ricordando che la collaborazione «era frutto di un accordo bilaterale della Protezione civile per la gestione delle catastrofi. Non è stata costruita da me con uno slancio filorusso». E ha tagliato corto: «Più spiego che io condanno Putin, più lo ignorate, ma fa parte della polemica politica […] Si è trattato di un aiuto concreto, non di propaganda».
Ancora una volta, restano sullo sfondo molti nodi centrali: cure domiciliari, l’operato delle RSA, responsabilità delle singole Regioni, rapporto tra politica e comitati tecnico-scientifici, lockdown, campagna vaccinale, reazioni avverse e decisioni della seconda fase dell’emergenza. L’audizione ha mostrato le contraddizioni di Conte – da alcuni commentatori paragonato a una anguilla – ma anche il limite di una Commissione che rischia di trasformarsi nell’ennesimo teatrino politico. Se l’obiettivo è ricostruire l’intera gestione della pandemia, resta da capire perché il confronto politico si concentri soprattutto su Conte, senza che finora un analogo approfondimento abbia riguardato anche Roberto Speranza e Mario Draghi. Se, invece, Conte deve diventare il bersaglio privilegiato perché oggi è un avversario della maggioranza e si avvicinano le elezioni politiche, l’inchiesta rischia di perdere la propria ragion d’essere. La verità sulla pandemia, per usare le parole di Meloni, è davvero «un diritto degli italiani». Proprio per questo non può essere selettiva né diventare terreno di scontro politico.
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Surreale, infine, lo spazio riservato alla missione russa del marzo 2020, riletta con le categorie geopolitiche successive alla guerra in Ucraina e con il sospetto, più volte evocato, che dietro gli aiuti potessero celarsi attività di intelligence. Incalzato dalla deputata di Azione Federica Onori, Conte ha respinto questa lettura ricordando che la collaborazione «era frutto di un accordo bilaterale della Protezione civile per la gestione delle catastrofi. Non è stata costruita da me con uno slancio filorusso». E ha tagliato corto: «Più spiego che io condanno Putin, più lo ignorate, ma fa parte della polemica politica […] Si è trattato di un aiuto concreto, non di propaganda».
Ancora una volta, restano sullo sfondo molti nodi centrali: cure domiciliari, l’operato delle RSA, responsabilità delle singole Regioni, rapporto tra politica e comitati tecnico-scientifici, lockdown, campagna vaccinale, reazioni avverse e decisioni della seconda fase dell’emergenza. L’audizione ha mostrato le contraddizioni di Conte – da alcuni commentatori paragonato a una anguilla – ma anche il limite di una Commissione che rischia di trasformarsi nell’ennesimo teatrino politico. Se l’obiettivo è ricostruire l’intera gestione della pandemia, resta da capire perché il confronto politico si concentri soprattutto su Conte, senza che finora un analogo approfondimento abbia riguardato anche Roberto Speranza e Mario Draghi. Se, invece, Conte deve diventare il bersaglio privilegiato perché oggi è un avversario della maggioranza e si avvicinano le elezioni politiche, l’inchiesta rischia di perdere la propria ragion d’essere. La verità sulla pandemia, per usare le parole di Meloni, è davvero «un diritto degli italiani». Proprio per questo non può essere selettiva né diventare terreno di scontro politico.
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