Fronte Sovranista (di 🇷🇺KasperCarlo🇵🇸) - canale anti imperialista, anti sionista & pro Pal -
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Non sono graditi Qanon militanti, pro-vax, gente che crede ai 'chip nei vaccini' e ai rettiliani

In questo canale domina il pensiero CRITICO e RAZIONALE, bandito ogni fideismo e culto, di qualsiasi genere

Linea politica - Borghi/Fusaro/Paragone/Rizzo -
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di Pierfilippo Fazio su X:

Il racconto ufficiale è sempre lo stesso, ripetuto fino alla nausea da ogni cancelleria, da ogni redazione, da ogni cattedra ben remunerata: la NATO nacque per proteggere l’Europa libera dal mostro sovietico. Un patto difensivo, un ombrello di sicurezza, un atto di generosità atlantica. Chi osa mettere in dubbio questa favola viene subito marchiato come utile idiota, agente del Cremlino, o peggio ancora come ingrato.
Eppure i fatti, quelli ostinati e documentati, raccontano un’altra storia.
La NATO non fu concepita per difendere i popoli europei. Fu concepita per inquadrarli.
Per impedire che l’Europa occidentale potesse un giorno riprendere in mano il proprio destino militare, energetico e diplomatico.
Per fissare in modo permanente il primato di Washington su un continente che, lasciato a se stesso, avrebbe potuto tornare a essere un soggetto autonomo.
Quando l’Unione Sovietica implose, la giustificazione originaria sparì.
Il patto avrebbe dovuto sciogliersi o almeno ritrarsi. Avvenne l’esatto contrario.
Si allargò, si armò, si trasformò.
Si spinse verso est nonostante le assicurazioni date a Gorbaciov.
Si reinventò come strumento di proiezione di potenza, non più di contenimento.
Kosovo, Afghanistan, Libia: guerre volute altrove, pagate in parte qui, giustificate con un linguaggio umanitario che copriva interessi strategici altrui.
L’Europa ha fornito basi, soldati, legittimazione politica e, soprattutto, obbedienza.
Ha accettato di diventare il teatro avanzato di una strategia che non decide.
Ha accettato che le proprie élite militari e diplomatiche venissero socializzate, formate e selezionate all’interno di un sistema il cui centro di gravità sta dall’altra parte dell’oceano.
Questa non è un’alleanza tra pari. È un dispositivo di tutela.
Un protettorato sofisticato, avvolto nella retorica dei «valori condivisi» e dell’«ordine basato sulle regole».
Regole che valgono sempre per gli altri, quasi mai per chi le enuncia.
Il vero shock che attende gli europei non sarà una sconfitta sul campo.
Sarà la scoperta, tardiva e umiliante, di aver vissuto per decenni dentro una narrazione infantile.
La scoperta di essere stati trattati come minori sotto tutela, a cui si racconta la favola del lupo russo per distoglierli dalla domanda essenziale: chi comanda davvero, e a quale prezzo.
Si accorgeranno che la sicurezza promessa era in realtà dipendenza.
Che la protezione era controllo.
Che l’integrazione militare ha prodotto, più che difesa collettiva, una progressiva cessione di sovranità.
E che ogni crisi, ogni escalation, ogni «minaccia esistenziale» è stata usata per rinsaldare quel vincolo, non per scioglierlo.
Quando questa consapevolezza arriverà — e arriverà, perché i costi stanno diventando troppo evidenti — lo smarrimento sarà profondo.
Non perché gli europei siano ingenui per natura.
Ma perché per settant’anni è stato loro insegnato che dubitare dell’alleanza equivaleva a tradire la civiltà stessa.
Il risveglio da un’illusione così lunga e così solennemente officiata non sarà un dibattito accademico.
Sarà uno shock.
Uno di quelli che costringono un popolo a rivedere non solo i propri alleati, ma l’immagine che ha di se stesso.
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di Pierfilippo Fazio su X:

La russofobia contemporanea non nasce dall’osservazione della Russia. Nasce da un bisogno interno delle società occidentali: il bisogno di un mostro. Senza quel mostro resterebbe da spiegare il proprio declino, la propria incoerenza, la propria perdita di misura.
Quando i leader di Francia, Gran Bretagna, Germania o Svezia parlano di Mosca, non stanno facendo geografia. Stanno facendo autobiografia. Descrivono la propria irrilevanza strategica, la propria dipendenza militare ed energetica, la crisi di autorità delle proprie classi dirigenti. La Russia è il pretesto; il soggetto è sempre l’Occidente.
Dopo il 1991 la NATO aveva esaurito la ragione che l’aveva giustificata. Invece di rinegoziare l’ordine europeo, ha scelto l’allargamento. Le assicurazioni date a Gorbaciov sono state trattate come un particolare fastidioso. Ogni nuovo membro è stato presentato come espressione di libertà; ogni protesta russa come residuo imperiale. I fatti, però, sono ostinati: è l’alleanza che si è spostata fino al confine, non il contrario.
Il doppio standard è il cuore del dispositivo. Belgrado bombardata, Baghdad occupata su un dossier falso, la Libia ridotta a un campo di rovine, la Siria usata come scacchiera: tutto questo è stato “intervento”, “protezione”, “valori”. Quando la Russia agisce nel proprio immediato vicinato, scatta l’analogia con Hitler. L’analogia non serve a capire. Serve a non ragionare.
Il mostro russo svolge una funzione precisa. Tiene in vita un’alleanza altrimenti priva di scopo. Giustifica il riarmo e i contratti dell’industria della difesa. Distoglie lo sguardo dalla deindustrializzazione, dalla disuguaglianza, dallo svuotamento della rappresentanza. Se il male è laggiù, concentrato in un uomo e in un popolo, qui dentro si può continuare come prima.
Macron evoca la sovranità europea mentre compra armi americane e gas a prezzi di crisi. Londra parla di minaccia esistenziale per coprire la propria marginalità post-imperiale. Berlino ha scoperto tardi che l’energia a basso costo non era un dettaglio, ma la condizione del suo modello. Stoccolma ha liquidato decenni di non-allineamento e ha chiamato questo atto “realismo”. In ogni caso il discorso sulla Russia è un discorso su di sé.
Si tratta di un’autoassoluzione sofisticata. L’élite occidentale non deve ammettere di aver gestito male la vittoria del 1989, di aver trasformato l’Europa orientale in un protettorato e la Russia in un avversario da esaurire. È più comodo fabbricare un aggressore eterno. Le sanzioni che colpiscono i propri cittadini diventano virtù. I morti di una guerra per procura diventano moneta politica.
La russofobia, dunque, non è una tesi sulla Russia. È un sintomo. Descrive l’incapacità di accettare un mondo in cui l’Occidente non è più l’unico centro. Il mostro va nutrito ogni giorno, perché senza di esso resterebbe soltanto lo specchio. E lo specchio, a differenza di Mosca, non si può sanzionare, non si può isolare, non si può sconfiggere a parole.
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Vladimir Putin:


"Cari colleghi, media, giornalisti e ospiti. Buongiorno!

Oggi, di nuovo, l'Unione Europea e gli Stati membri della NATO hanno fatto provocazioni chiedendo la "guerra contro la Russia".

Oggi, purtroppo o no, possiamo dire ancora una volta che la storia si ripete sempre. Sempre!

Le opinioni dei nostri partner europei e della NATO sulla Russia non cambiano mai. Sono sempre disposti a distruggere la Russia, tutto ciò che è russo, e pronti ad occupare la Russia. Questo obiettivo non cambia mai.

L'odio per la Russia è sempre rimasto nelle vene di alcuni dei nostri partner e paesi che governano l'UE e la NATO.

Onorevoli colleghi, oggi sentiamo di nuovo dire che la Russia è l'aggressore, e la verità è che la Russia non è mai stata un aggressore e si è sempre difesa nel corso della storia.

Questo è un dato di fatto!

Cari colleghi dell'Europa e della NATO, la Russia non inizia mai una guerra. La Russia sta ponendo fine alle guerre. Si iniziano le guerre e l'obiettivo è sempre quello di distruggere la Russia.

La Russia non ha mai minacciato i paesi, non ha mai minacciato la sicurezza del mondo, ma a noi qui piace dire: "Il serpente morde di più quando muore".

Avete creato il fascismo, sempre dappertutto, anche in Ucraina, le guerre sono opera vostra e la Russia difenderà sempre il suo Paese e il suo popolo. Non importa quanto costi, non importa quante perdite subiamo, abbiamo sempre difeso il nostro paese e il suo popolo. Continueremo sempre a farlo.

Come sapete, abbiamo dimostrato molte volte nella nostra storia di essere un paese in uno spirito di abnegazione.

E oggi di nuovo gridate "Vittoria sulla Russia".

Onorevoli colleghi, vi assicuro che la Russia non cadrà. Può essere ferito, ma non sarà mai danneggiato.

Se un paese dell'UE e della NATO dichiara guerra alla Russia, tutti dovrebbero sapere che la nostra reazione sarà fulminea, e se ci sentiamo minacciati da noi stessi, la nostra reazione sarà catastrofica.

Oggi, la Russia ha tutti i tipi di armi che esistono oggi, e aggiungo che non avete idea di quante altre ce ne siano.

Non avete visto nulla della Russia e delle sue capacità in Ucraina, perché l'Ucraina è il nostro paese storico, e ci sono russi in Ucraina, e noi li stiamo salvando, e questa non è una guerra ma un'operazione militare.

D'altra parte, non sarà come in Ucraina. Dovresti esserne consapevole.

Per quanto riguarda la nostra disponibilità a negoziare per la pace, lo siamo sempre stati, ma nessuno ha voluto negoziare con noi.

Naturalmente, la Russia non ha amici tra i leader della NATO e gli europei, perché la Russia è un paese potente ed enorme, che è esattamente ciò che i nostri partner della NATO e gli europei non vogliono.

Ma accettalo!

Non importa quanto tu ripeta che un giorno la Russia sarà sconfitta... Credo in Dio, e Dio è con noi. Il mondo potrebbe finire prima, ma la Russia non cadrà.

Non abbiamo bisogno di un mondo senza la Russia.

A differenza di voi, io so molto bene cosa sono un paese e un popolo, e quindi lotterò sempre per il mio paese e per il mio popolo.

Sei pronto ad accettarlo come vuoi?

Sei pronto a ricominciare una guerra contro la Russia?

Siamo pronti, però.

E la guerra di oggi contro la Russia sarebbe l'ultima "apocalisse".

Consiglio ai nostri colleghi dell'Europa e della NATO di lavorare per il bene del mondo, non per la distruzione del mondo.
Grazie!»

https://x.com/itsmeback_/status/2097967508821004669?s=20
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Forwarded from InsideOver
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Il voto sul ddl antisemitismo è stato rinviato. Il testo torna in commissione, con la sua definizione di antisemitismo.

Ma facciamo una prova: guardiamo chi quell'accusa la sta già prendendo in faccia, senza che nessuna legge sia passata.
Jonathan Glazer, premio Oscar per "La zona d'interesse", ebreo. Accusato di aver rinnegato la propria ebraicità perché ha criticato il governo israeliano.

Anna Foa, storica, ebrea. Definita antisemita per i suoi scritti: lo racconta lei stessa.

Gad Lerner, giornalista di origine ebraica. "Ebreo antisemita", per le sue critiche a Netanyahu.

E ieri Ed Miliband, ministro degli Esteri britannico, ebreo. Annuncia le sanzioni sugli insediamenti in Cisgiordania. L'ambasciata israeliana a Londra risponde accusandolo di creare "un'atmosfera di violenza contro gli ebrei". Lui replica: sono un ebreo britannico orgoglioso, e non sono d'accordo.

Non chiedeteci oggi di tacere questo nuovo e terribile sterminio attuato da un governo che “non si può criticare”.

Continua a seguirci.
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PUTIN È UN MINOTAURO

La lettura politica di Nicolai Lilin della figura del presidente della Federazione Russa.

Se non avete visto il video, recuperatelo cliccando qui 👈

Nicolai Lilin ha scritto la prefazione al libro PUTINFOBIA, che trovate sul nostro sito con sconto newsletter del 10%:
https://giuliettochiesareal.com/products/putinfobia
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[chiedo scusa, le parole di Putin postate poco fa risultano false, ho cancellato il post]
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Il video bellissimo di Abby Martin, rilanciato su X da Francesca Albanese (traduzione mia, 15 minuti...)

"Per decenni, il movimento ambientalista si è sostanzialmente posizionato sullo sfondo del neoliberismo. La classe dominante ha sostanzialmente cooptato il movimento ambientalista e lo ha monetizzato, rivendendocelo per far sembrare che la responsabilità ricada sul consumatore, che se solo facessimo acquisti nel modo giusto, potremmo in qualche modo salvare l’ambiente. E, naturalmente, non metteranno l’esercito sotto accusa come responsabile. Quindi, invece, stanno cercando di presentare l'esercito come la soluzione, giusto, per rendere il mondo ancora più “sicuro” e militarizzarlo ulteriormente. Questo aspetto è stato escluso dal dibattito sull’ambientalismo perché la gente non vuole identificare chi sia realmente responsabile di tutto ciò. Pensiamo che se ricicliamo, se facciamo il compostaggio, se facciamo la nostra parte come individui, in qualche modo questo possa fare la differenza".
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di Pierfilippo Fazio, su X

Si è svuotata la politica, e nel vuoto non resta il silenzio: resta l’attesa di un ordine.
I partiti non rappresentano più; amministrano carriere, quote e comunicati, mentre i parlamenti ratificano ciò che è già deciso o recitano una scelta che non sanno più nominare.
Il voto è diventato un rito periodico, buono a misurare l’umore e inutile a vincolare il potere.
La parola «popolo» torna nei discorsi soltanto come ornamento o come minaccia.
Quando muore la rappresentanza, il comando non scompare: scompare il suo pudore.
Una classe che non sa più convincere smette di argomentare e comincia a classificare, dividendo il paese tra competenti e ignoranti, responsabili e pericolosi, allineati e sovversivi.
Così si educa un pubblico all’impotenza; poi ci si meraviglia che l’impotenza cerchi un padrone.
La politica era il luogo in cui le passioni trovavano un linguaggio civile; chiudere quel luogo non spegne le passioni, le rende soltanto più corte, più crude.
La paura non aspetta il dibattito: cerca un volto, una colpa, una data in cui tutto dovrà finire.
Ridurre la politica a spettacolo non addomestica il conflitto: lo priva delle sue regole.
Il fascismo, allora, non è un incidente, ma ciò che occupa lo spazio lasciato vuoto dalla rappresentanza.
Non sempre arriva con le camicie nere; arriva con la promessa di decidere, dopo anni in cui si è soltanto gestito.
Porta con sé il nemico interno, aggiornato ogni stagione, e la menzogna presentata come verità.
Gli intellettuali di corte spiegano che i tempi sono eccezionali, che il popolo non capirebbe e che chi resiste è un relitto o un agente.
È la vecchia musica, soltanto più pulita.
Si parla di responsabilità mentre si fugge la scelta, di stabilità mentre si sospende il dissenso.
Un ordine che disprezza il consenso si fabbrica un popolo muto finché obbedisce e selvaggio appena alza la voce.
Poi si grida al fascismo come se fosse piovuto dal cielo. Non è piovuto: è stato invitato.
Lo ha invitato una politica ridotta a cerimonia, un mandato confuso con la sopravvivenza, una legge ridotta a comunicato.
Lo ha invitato chi ha trattato i governati come residuo statistico e i fini come slogan di campagna.
La storia non chiede il permesso alle segreterie e non attende il prossimo congresso.
Entra dalla porta lasciata aperta, la porta della delegittimazione.
Chi aveva promesso rappresentanza ha prodotto spettacolo; chi aveva promesso ascolto ha prodotto disprezzo.
Il vuoto non resta vuoto: lo riempie chi offre protezione, identità e castigo in una sola frase.
Basta un fallimento ripetuto e una classe incapace di chiedere scusa.
Basta un’emergenza che non finisce mai e il distacco trasformato in sistema.
A quel punto il comando ritorna, e ritorna senza pudore.
Non perché la gente ami il giogo, ma perché il giogo, almeno, ha un nome.
La politica può recitare tutto, tranne la propria irrilevanza.
Può simulare il conflitto, non può fingere all’infinito il consenso.
Quando smette di temere i governati, i governati smettono di riconoscerla e cercano altrove chi pretenda di parlare in loro nome.
Si era creduto di aver chiuso la storia dentro le istituzioni; la storia, da sola, si è riaperta.
Ogni fine non nominato ritorna come mito; ogni conflitto rimosso ritorna come vendetta.
Chi promette di ricomporre il paese con un gesto solo ripete quello che è stato già noto in Europa.
Il fascismo lo si riconosce tardi, quando le istituzioni sono ancora in piedi ma il loro senso è già caduto.
Allora non si tratta più di salvare una formula, ma di vedere chi ha preso casa nel vuoto.
Non è il popolo a essere impreparato alla libertà; è la classe politica a essere impreparata alla propria illegittimità.
Ha scambiato il silenzio per assenso, la stanchezza per maturità, la desertificazione del dibattito per governabilità.
Ha chiamato moderazione ciò che era soltanto paura di nominare i fini.
E i fini, non nominati, sono tornati a parlare con un’altra voce.
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Prof. Martino Mora

“Emma Bonino era una femminista radicale. Suo malgrado, la sua immagine pubblica è stata indissolubilmente legata a tre uomini.
Il primo è Marco Pannella, suo mentore, quasi pigmalione, e per decenni suo capo partito.
Il secondo è George Soros, che almeno negli ultimi vent’anni è stato alla luce del sole il principale finanziatore della sua attività politica.
Il terzo è Jorge Mario Bergoglio, suo illustre pubblico elogiatore e frequentatore.
È un trio che già dice tutto.
Liberale, liberista, libertina e libertaria, come Pannella definiva i Radicali, Emma Bonino è stata il simbolo stesso dell’abortismo in Italia, che per sua stessa ammissione praticò illegalmente, sia come paziente che poi come mammana. Ma non è stata ovviamente solo questo.
Femminista, eutanasista, omosessualista – ovviamente pure vaccinista pandemica – fu anche immigrazionista fanatica (e per questo tanto amata dal meticcista Bergoglio che la definì “grande italiana”). Sostenitrice della “grande sostituzione”, odiatrice della famiglia e di ogni ordine naturale e civile, sempre a favore del caos come del grande capitale, voleva svuotare le carceri come le culle. E liberalizzare la droga.
I radicali separarono del tutto il Sessantotto istintualista dal marxismo, e inventarono anche in Italia i “diritti civili” sul modello anglosassone. Qui sta la loro importanza decisiva.
Sposarono il modello di una società “aperta” anglosferica, costituita da atomi fluttuanti consumatori, sostanzialmente intercambiabili, dediti esclusivamente a rapporti economici ed edonistici in avversione a qualsiasi concezione cristiana trascendente del sacro, come a qualsiasi dovere comunitario. Sempre rivendicanti “diritti “, specie dal bassoventre in giù.
È l’antropologia materialista degli “ultimi uomini” ridotti ad atomi, ma anche ridotti a bestie – alla pura animalità – che si presumono il dio di sé stesse.
Nichilismo puro, purtroppo oggi di massa. Il trionfo dell’ignoranza spirituale.
Fanaticamente pro-UE, sempre atlantista in politica estera, sostenitrice della “guerre umanitarie” nei Balcani e nel Medio Oriente, delle “primavere arabe” in Nord Africa, sionista radicale (anche se negli ultimi tempi stranamente ostile a Netanyahu), Emma Bonino ha incarnato il mondialismo allo stato puro. Il mondialismo delle plutocrazie.
Benvoluta da Berlusconi perché liberale e mercatista, benvoluta a sinistra perché artefice panerotista della sovversione dei costumi, ha esercitato cariche di grande importanza pur godendo di scarsissimi consensi elettorali.
Era ovviamente amatissima, oltre che presso il grande capitale a stelle e strisce e la burocrazia di Bruxelles, tra nani e ballerine del mondo dello spettacolo, in quanto ella stessa consustanziale al sistema orgiastico-mercantile che li esprime.
La Meloni ha già proposto per la Bonino i funerali di Stato. È giusto. Un Paese e una civiltà che odiano loro stessi, con le frontiere colabrodo, il caos nelle strade e le culle vuote, non possono che esaltare chi fu regina del suicido collettivo.”

https://x.com/CarloMVigano/status/2098479142010335455
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La enorme bugia che ci hanno raccontato 25 anni fa è stata la base per costruire il mondo distopico in cui viviamo oggi:

• Tutti i sistemi del paese più potente del mondo sono falliti e il suo esercito non è riuscito a intercettare nessuno dei 4 aerei "dirottati" per oltre 45 minuti
• Non sono state trovate le scatole nere, ma sono stati trovati i passaporti dei terroristi tra le macerie
• In tutta la storia, solo 3 edifici sono crollati a causa del fuoco. I 3 sono crollati lo stesso giorno (11/Sett/2001)
• Gli edifici sono crollati alla velocità della gravità (persino quelli che non sono stati colpiti dagli aerei, come il WTC 7)
• Il Pentagono, l'edificio più sicuro del pianeta, non ha telecamere che mostrino un aereo che impatta contro l'edificio (e non sono mai stati trovati resti della fusoliera)
• Anche a Shanksville, il volo United Airlines 93 si è disintegrato al suolo, senza lasciare alcuna traccia se non un cratere nella terra
• Le transazioni finanziarie precedenti all'attacco, che hanno reso multimilionari alcuni da un giorno all'altro, sono state una pura casualità
• Nessun mezzo di comunicazione ha indagato sui 5 agenti di intelligence israeliani, che sono stati arrestati mentre filmavano e festeggiavano l'attentato. Successivamente questi sono stati estradati nel loro paese, dove sono stati liberati.
• Sono stati incolpati gruppi terroristici del Medio Oriente, che coincidentemente sono paesi ricchi di petrolio e nemici di Israele.

Se i padroni del mondo sono riusciti a convincere così tanta gente di una bugia così vile e chiaramente stupida (e chiamare "complottisti" quelli che hanno messo in discussione la narrativa ufficiale), allora possono convincerci di qualsiasi cosa.

#911Rememberance #NeverForget

https://x.com/eltemagv/status/2098406223187955990
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Era l’ennesima bufala - Toh, l’“attentato” a Zelensky è già sparito dai media
di Tommaso Rodano - Il Fatto Quotidiano
La grande stampa riprende l’allarme norvegese senza verifiche, poi fischietta
Giornaloni con le visioni: “Attentato a Zelensky”. Mancava solo l’attentato

Poco importa: la grande stampa italiana è in costante, inderogabile assetto da terza guerra mondiale. La realtà dei fatti rimane un dettaglio sostanzialmente trascurabile: doveva essere attentato, e attentato sia.

Ricapitoliamo: la sera del 9 settembre il premier norvegese Jonas Gahr Støre racconta che il jet del presidente ucraino, in partenza dalla Moldavia, sarebbe stato “quasi colpito” da un drone russo. È una notizia enorme e, come tutte le notizie enormi, avrebbe forse richiesto una noiosissima verifica. Si sceglie invece una trafila più agile: agenzia, sito, allarme, titolo; disastro imminente.

Repubblica conquista subito la maglia rosa. Il 10 settembre esce in edicola con un sobrio “Attentato a Zelensky” in apertura di prima pagina, con caratteri cubitali adatti all’assassinio di Sarajevo. Sul sito, conferma: “Zelensky nel mirino dei russi: un drone ha sfiorato il suo aereo”. Si affaccia perfino l’ipotesi di un “tentativo di distruggere il velivolo”. Non manca un simpatico cortocircuito: la sera precedente la stessa Repubblica aveva già pubblicato – online – la versione della presidenza ucraina, secondo cui era “esagerato” sostenere che Zelensky fosse stato in pericolo. E aveva già riportato la ricostruzione moldava: il jet era rimasto a terra durante l’allarme. Nelle ore successive si aggiungono dettagli inequivocabili: il drone precipita intorno alle 17:15, a circa 160 chilometri dall’aeroporto; Zelensky decolla alle 17:58. Uno “sfioramento” con 43 minuti e 160 chilometri di margine: la contraerea del giornalismo italiano aveva abbattuto lo spazio-tempo. Il dettaglio più ironico – insistiamo – è che lo stesso articolo di Repubblica conteneva già gli orari che rendevano assai complicato il proprio titolo. Ma è un solido principio del giornalismo, in guerra e in pace: se i fatti disturbano il titolo, peggio per i fatti.

Anche il Corriere della Sera ha un’interpretazione baldanzosa: “Il jet di Zelensky sfiorato dal drone”, “quasi colpito”, “ipotesi attentato”. Poi si ravvede con una verifica quasi vintage. Leonard Berberi e Marta Serafini ricostruiscono tempi, distanze e traiettorie e scrivono nero su bianco: “Non c’è stato alcun attentato”, l’aereo non è stato sfiorato e non c’è stato nemmeno un contatto ravvicinato. La Stampa si arrabatta con una soluzione creativa, diplomatica: titola “Drone sfiora il volo di Zelensky” e, nella stessa prima pagina, informa che secondo Kiev Zelensky non ha corso alcun pericolo. Giornalismo quantistico: l’aereo viene sfiorato e non viene sfiorato contemporaneamente.

Il Foglio, invece, non si lascia intimidire dal senso del ridicolo. Prima: “Un drone ha quasi colpito l’aereo di Zelensky”. Il giorno dopo, quando la ricostruzione rende sempre meno sostenibile l’ipotesi, il drone diventa “probabilmente” arrivato in Moldavia “per attentare” al viaggio del presidente ucraino.

Notevole anche lo sforzo intellettuale del Giornale online, a ritroso: alle 9:24 pubblica la ricostruzione prudente, alle 11:04 informa che Zelensky è decollato soltanto dopo la caduta del drone, alle 12 riscopre il “mancato attentato”. La capacità di smentire una notizia e rilanciarla prima di pranzo merita una medaglia.

Quella d’oro però nessuno può toglierla dal collo di Repubblica, che non è tornata sui suoi passi nemmeno ieri, a freddo. Nessuna scusa ai lettori per l’attentato fake, ma una via d’uscita molto più acrobatica: si cambia solo vocabolario: il drone ora aveva “minacciato” l’aereo. A fianco, nell’iperbolica intervista all’attivista ucraina Oleksandra Matvijcuk, Zelensky diventa addirittura preda di un “safari umano”: “Il drone che ha cercato di uccidere Zelensky? È purtroppo la realtà quotidiana di tanti ucraini”.

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Alla domanda “I governi europei ci stanno preparando alla guerra?” Waters mi ha risposto così:

“Gli ostacoli sono il neo liberal-imperialismo e il capitalismo. I problemi politici dell’Ucraina sono tutti imposti dall’esterno, dagli USA. Con il colpo di stato di Maidan è scoppiata una guerra civile tra l’amministrazione di Kiev – legata all’estrema destra – e la popolazione russofona dell’Ucraina orientale. Il conflitto non si è mai fermato e gli Accordi di Minsk non sono stati rispettati perché dalla morte di soldati ucraini e russi si ricavano enormi profitti. Profitti che finiscono nelle mani dei plutocrati degli USA, forse anche in Germania o nel Regno Unito, ma soprattutto nell’industria bellica statunitense. I colloqui tra Trump, Putin e Zelensky sono irrilevanti, sono delle marionette anche se Putin è molto più lucido e acuto. Quando Trump morirà – e sarà un buon giorno per l’umanità – un altro burattino sarà già pronto a prenderne il posto: potrebbe chiamarsi Marco Rubio o JD Vance. Non conta il nome ma il sistema: quello dei Palantir, dei Peter Thiel, di quelli che vogliono costruire uno stato fascista globale, controllato dall’IA, con moneta digitale, dove possono decidere di silenziare chiunque, semplicemente togliendogli tutto. Non credono nello stato di diritto ma solo nella legge della giungla”.

Fabrizio Rostelli

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/01/23/da-kiev-a-gaza-la-guer-ra-e-solo-per-profitto/8266105/?fbclid=IwdGRzaAUR5HdjbGNrBRHkbHBkb2YBZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEeYG5lvjBW8zHpYDD21cvEPq1pcS5sH7kX7CrCgp91doqDj3tNzEWkVfOFmIA_aem_1lzpZdiaj871NfjSq5U08Q&utm_id=97758_v0_s00_e0_tv2_a1demonfqr6q0r

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Elena Basile: "io credo che se alla fine l'escalation sarà fuori controllo e noi arriveremo alla guerra, beh, la responsabilità maggiore, come dice lo stesso Jacques Baud è dei media, cioè di questa propaganda, di questo pensiero unico che è riuscito a entrare nei geni delle persone e non cè discorso che tenga."

https://youtu.be/BSjnDZo9OMU?is=ksarj46lDGM3nru6
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Angelo d'Orsi:"oggi noi
dobbiamo mettere da parte le etichette, dobbiamo concentrarci sui contenuti e quindi anche la dicotomia destra-sinistra, fascismo, antifascismo è diventata obsoleta. Eh, a me fa ridere che adesso ci si straccia le vesti perla vittoria di AFD in Germania dicendo che tornano i fascisti, ma i fascisti non sono quelli che sono già al potere in Europa? La Von der Leyen non esprime pienamente il nuovo fascismo?"
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Diego Fusaro su X:

Nei giorni scorsi, Vladimir Putin è tornato sulla vexata quaestio della guerra con l'Europa. E ha rilasciato due dichiarazioni degne della massima attenzione. Ha detto che l'Unione Europea vuole la guerra con la Russia: se in precedenza Putin si era limitato a dire che la Russia non aveva alcun piano per aggredire l'Europa, adesso si spinge oltre e afferma senza perifrasi edulcoranti che è l'Europa che si sta adoperando in ogni modo per occasionare il conflitto con la Russia. La tesi di Putin appare inconfutabile, suffragata com'è da una miriade di fatti registrati in questi ultimi mesi, non da ultimo il ridicolo episodio del drone su Lipsia, subito identificato dalla Germania come drone russo. In secondo luogo, il presidente russo ha dichiarato testualmente che se l'Unione Europea invia le truppe in Ucraina, allora è a tutti gli effetti guerra con la Russia. Anche in questo caso le sue parole sono difficilmente smentibili: è infatti del tutto evidente che l'invio di truppe europee in Ucraina, così come era stato per la prima volta sciaguratamente suggerito tempo addietro da sire Macron, comporterebbe ipso facto l'ingresso dell'Europa stessa in guerra con la Russia di Putin. Anche un bambino di sei anni può capire facilmente il perché: se l'Ucraina è in guerra con la Russia e se l'Europa manda truppe a combattere dalla parte dell'Ucraina, è lampante che l'Europa entri in guerra. Insomma, Vladimir Putin ha detto a chiare lettere ciò che era chiaro a tutti ormai da mesi: l'Unione Europea, treno in corsa verso l'abisso, sta facendo letteralmente di tutto per propiziare la guerra con una Russia che, di per sé non avrebbe alcun interesse al conflitto con l'Europa.
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Forwarded from Andrea Zhok
L'emendamento governativo approvato l'altroieri al Senato - se non verrà smentito in seguito - mette la parola fine a qualunque possibilità di forze esterne al Parlamento di entrarvi.

Esso definisce il numero di firme necessarie per accedere alla scheda elettorale portandole dalle 1.500-2.000 per collegio plurinominale di oggi a 6.000-7.000 firme.

Come ricorda Pino Cabras, per accedere alle elezioni, in rapporto alla popolazione, l'Italia chiede circa 85 firme ogni diecimila abitanti, la Russia 14, la Spagna 8, la Germania 3, il Regno Unito 1.

Per raccogliere un tale numero esorbitante di firme richieste bisogna, in sostanza:

a) possedere già una struttura nazionale organica con sedi territoriali ovunque;

b) poter pagare dei certificatori su tutti i territori (c'è un ovvio limite a quanto si può chiedere come "volontariato" a un avvocato o un notaio amico - e se non sei già un insider difficilmente puoi ricorrere a consiglieri comunali, regionali o parlamentari per certificare.)

In sostanza, solo un partito modello Forza Italia, che nacque aprendo 300 sedi territoriali in un paio di mesi grazie alla profondità del portafoglio del fondatore, avrebbe oggi qualche possibilità di entrare in Parlamento dall'esterno.

Altrimenti da qui all'eternità chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

In sostanza, per chi non l’avesse capito, hanno deciso che dobbiamo andare in guerra e hanno deciso che nessuno deve disturbare il manovratore in questo percorso.

E tu chiamala se vuoi, democrazia.
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Pierfilippo Fazio su X:

Paolo Gentiloni intitola il pezzo su Repubblica «La Ue e i nostalgici del nazismo». Non è un’analisi. È una condanna. In Sassonia-Anhalt quasi un tedesco su due ha votato AfD. Gentiloni non si chiede perché. Decide che è tornato il 1933. È il suo metodo. Quando il voto smentisce la linea, Gentiloni non discute la linea: patologizza l’elettore. Non è rabbia per l’immigrazione, per l’energia, per l’Est svuotato, per una guerra pagata a debito mentre scuole e ospedali crollano. Per Gentiloni è nostalgia del Reich. Chi ha messo quella X non è un cittadino. È un redivivo. Gentiloni è stato premier, commissario, voce di Bruxelles e di Repubblica. La stessa classe che ha trattato l’Est come un protettorato, predicato l’accoglienza e poi scoperto di non saper integrare, trasformato la memoria in liturgia e poi si è stupita che qualcuno la contestasse. Ora Gentiloni scopre che i tedeschi sono di nuovo nazisti. Comodo. Se il popolo sbaglia, il popolo è malato. Se il popolo ha ragione, crolla l’edificio di Gentiloni. Il cordone sanitario, che Gentiloni difende ancora, è l’ammissione del fallimento. Non si convince più nessuno, quindi si esclude. Non si risponde su confini e identità, quindi si grida Hitler. La memoria dei campi, che dovrebbe essere intoccabile, Gentiloni la usa come mazza. Ogni volta che l’Est alza la voce, tira fuori Auschwitz. Non per i morti. Per zittire i vivi. Se davvero un Land intero è in mano ai nostalgici, Gentiloni dovrebbe dire che la Repubblica federale è un esperimento fallito. Non lo fa. Parla di «messaggio sinistro», di «due vie» per gli europeisti, di Brandmauer come se fossimo nel 1948. Cita l’Olanda, cita persino l’Italia, dove secondo la teologia di Gentiloni chi arriva al governo si normalizza. La realtà è più rozza: al 44 per cento il problema non è più AfD. È chi ha prodotto quel 44 per cento e finge, come fa Gentiloni, di non capirlo. Chiamare «nostalgia nazista» quel voto non è moralità. È pigrizia armata di sacro. È il rifiuto di Gentiloni di ammettere che l’ordine che ha servito ha perso l’Est, i lavoratori, i giovani di quelle province. Finché Gentiloni ragiona così, il risultato non si ferma. Si allarga. E il prossimo titolo sarà ancora più alto, e ancora più falso.
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