Fronte Sovranista (di 🇷🇺KasperCarlo🇵🇸) - canale anti imperialista, anti sionista & pro Pal -
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Non sono graditi Qanon militanti, pro-vax, gente che crede ai 'chip nei vaccini' e ai rettiliani

In questo canale domina il pensiero CRITICO e RAZIONALE, bandito ogni fideismo e culto, di qualsiasi genere

Linea politica - Borghi/Fusaro/Paragone/Rizzo -
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Chi “sfiora” e chi spara
Di Marco Travaglio

Il Partito della Guerra ha capito tutto del voto sempre più anti-europeista degli europei. Infatti parla solo di riarmo e lo giustifica con famosi “attacchi russi” all’Europa. Possibilmente quotidiani. Ma, non trovandone di veri, è costretto a inventarli. Il famoso “attentato a Zelensky” col “drone russo” che “sfiora il suo aereo in Moldova” è rapidamente sparito dalle cronache perché smentito da Moldova, Russia e Ucraina, ma soprattutto perché il drone sfiorante ha mancato il presunto bersaglio di 160 km. Allora la Lituania ha lanciato un allarme droni (ovviamente russi) e chiuso l’aeroporto di Vilnius, mentre i caccia Nato si alzavano in volo per abbatterli: purtroppo era uno stormo di uccelli, non si sa se russi o ucraini, ma ora basterà interrogarli. Poche ore dopo, in Ucraina, un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno per Varsavia senza fare morti né feriti, ma costringendo a fermarsi il convoglio retrostante con a bordo i consiglieri militari di Italia, Germania, Francia e Regno Unito, l’ex capo Cia Petraeus e l’ex premier Johnson. Un normale atto di guerra contro consiglieri e spioni che aiutano militarmente Kiev e contro i treni che portano armi per colpire obiettivi civili e raffinerie in Russia, senza cambiare di un iota le sorti del conflitto, ma facendo morti e danni (specie alle nostre economie: infatti Trump ha intimato a Zelensky di piantarla). Ma, siccome non si butta via niente, la stampa guerrafondaia ne approfitta per gridare alla “guerra ai confini dell’Europa” (Corriere e Stampa) e all’“avvertimento alla Ue” perché “i droni di Putin sfiorano il treno dei diplomatici” (Rep). Ora, che ci sia una guerra in Ucraina, da sempre ai confini dell’Ue, si sa dal 2014. E il fatto che l’attacco russo sia avvenuto a 2 km dal confine polacco non significa che sia contro la Polonia o l’Ue: l’Ucraina, anche a 2 km dalla Polonia, è sempre Ucraina. Se poi i consiglieri militari vanno a Kiev per aiutarla ad attaccare la Russia, sono legittimi bersagli e il minimo che possa accadere è che rischino la pelle. Il che peraltro non è avvenuto, perché il loro treno è rimasto intatto. Però – dicono i trombettieri – è stato “sfiorato”: concetto piuttosto elastico, visto che il drone che ha “sfiorato” Zelensky s’è schiantato a una distanza superiore a quella fra Torino e Milano.

Intanto, mentre i presunti droni russi (uccelli inclusi) “sfiorano” a destra e a manca, i killer dei servizi ucraini si ammazzano fra loro, piazzano bombe a Montecarlo, trucidano rivali in affari a Bali, uccidono politici dissidenti, giornalisti, generali e ragazze in Russia, fanno esplodere gasdotti, bombardano petroliere nei nostri mari, sempre con danni, morti e feriti. Coi nostri soldi e le nostre armi. Ma che sarà mai: l’importante è che non “sfiorino” nessuno.

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Pierfilippo Fazio su X

Il conduttore Raviv Drucker ha scritto su Haaretz di aver visto NAZA. Ha dichiarato: «Non ho mai avuto tanta difficoltà a guardare un film. Mi sono fisicamente rattrappito sulla sedia. “NAZA” mi ha fatto sentire come un tedesco che viveva durante la Seconda Guerra Mondiale e sentiva ciò che il suo popolo aveva fatto.»
Drucker vive a Tel Aviv. Non a Zurigo, non a Brooklyn, non in un bunker. Vive nella città da cui partono gli ordini, i droni, i calcoli. I crimini non sono un segreto di Stato sepolto in un archivio. Sono in rete da tre anni. Video di interi isolati polverizzati di notte. Bambini estratti dalle macerie. Soldati che filmavano se stessi. Rapporti di +972 Magazine, Local Call e The Guardian che descrivevano già nel 2023-2024 i sistemi Lavender, le quote di civili accettate in anticipo, gli attacchi sulle case private. Tutto pubblico. Tutto accessibile. Tutto ignorato o giustificato.
Le autorità non hanno solo tollerato. Hanno auspicato. Ministri hanno parlato di «Amalek», di rasare Gaza, di rendere la vita impossibile. Il capo di Stato maggiore ha definito il film una calunnia e ha minacciato passi legali. La ministra della Cultura ha chiesto di revocare la cittadinanza ai due registi israeliani. Il Knesset ha applaudito. I sondaggi, per anni, hanno mostrato maggioranze pronte ad accettare un numero ancora più alto di morti civili purché «Hamas» fosse sconfitto. La popolazione non è stata ingannata. Ha votato, ha tifato, ha condiviso, ha taciuto.
Ora un documentario di ottanta minuti, girato di notte sui tetti della stessa Tel Aviv, con ventiquattro voci anonime di ufficiali e soldati che descrivono il meccanismo dall’interno, fa rattrappire il giornalista sulla sedia. Come un tedesco del 1943 che «sente» ciò che il suo popolo ha fatto. Il tedesco del 1943 non aveva lo smartphone. Non aveva i cadaveri in diretta. Non aveva i numeri aggiornati ogni sera. Non aveva i propri figli che tornavano dal servizio e raccontavano. Drucker sì.
Questa non è scoperta. È recita. È l’ultimo gesto di un’élite «liberale» che ha bisogno di sentirsi ancora umana dopo aver accettato, per tre anni, che un’intera popolazione fosse trasformata in «NAZA»: acronimo burocratico per danni collaterali calcolati in anticipo. Venti civili per un obiettivo di basso rango. Centinaia per uno di alto. Case intere di notte, quando le famiglie dormono. L’algoritmo che sbaglia e uccide comunque. Il cecchino sul civile che cerca cibo. Il soldato che parla di videogioco.
Drucker si è rattrappito. Poi, nello stesso articolo, è tornato a fare il giornalista israeliano: il film omette il contesto, Hamas, i dettagli non verificabili, il rischio di alienare «gli israeliani che dovrebbe raggiungere». Esatto. Il meccanismo è questo. Lo shock è concesso solo se resta interno, se non minaccia il consenso, se può essere riassorbito nella narrazione del «siamo costretti».
I crimini erano in rete. Le autorità li hanno voluti. La popolazione li ha approvati. Il conduttore che ora si sente tedesco del 1943 vive nel posto in cui quel popolo continua a vivere, a votare, a mandare i figli a fare il servizio. L’ipocrisia non è un incidente. È il sistema. Il film non ha rivelato un segreto. Ha solo reso più difficile fingere di non aver saputo. E anche questo, a quanto pare, è già troppo.
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di Pierfilippo Fazio:

L’Occidente non ascolta i crimini israeliani. Ascolta solo chi ha il passaporto giusto per raccontarli. Finché a parlare è il palestinese che ha visto la casa crollare, il figlio sotto le macerie, il campo raso al suolo, quella voce è propaganda. Diventa “testimonianza” solo quando a ripeterla è un israeliano pentito, un colonnello in pensione, un regista di Tel Aviv, un intellettuale sionista in crisi di coscienza. Questo non è scrupolo. È razzismo.
Il razzismo non sta solo nel peso diverso dei cadaveri. Sta nella gerarchia della credibilità. Il palestinese è testimone inaffidabile per definizione: troppo coinvolto, troppo arabo, troppo “narrativa”. L’israeliano, anche quando confessa lo stesso massacro, è complesso, tormentato, degno di un festival, di un saggio, di una prima serata. Il sangue è lo stesso. Cambia il colore di chi lo descrive.
Gli intellettuali sionisti hanno monopolizzato il microfono. Possono dire quasi tutto, purché resti loro il diritto di tradurre la realtà palestinese in una lingua accettabile per le capitali europee. Il palestinese deve sparire dietro il loro commento. Deve diventare materiale grezzo, non soggetto. Se parla in prima persona è “incitamento”. Se parla l’ex soldato israeliano è “coraggio morale”.
I registi occidentali e israeliani hanno perfezionato il trucco. Il documentario premiatissimo non parte dal campo profughi. Parte dalla coscienza dell’occupante. Lo sguardo è sempre quello di chi spara, poi dubita, poi racconta il dubbio. Lo sguardo di chi viene sparato arriva, se arriva, come illustrazione. Il funerale palestinese è scenografia. Il rimorso israeliano è trama.
Così l’Occidente si lava le mani. Non ha bisogno di credere ai palestinesi. Ha bisogno di un ebreo, meglio se israeliano, che gli autorizzi l’indignazione. Senza quella autorizzazione, Gaza è “complicata”. Con quella autorizzazione diventa un film, un libro, un dibattito civilissimo tra persone perbene. I morti restano fuori dalla sala.
Questa è la forma contemporanea del razzismo coloniale: non più solo il disprezzo aperto, ma il filtro etnico della verità. Il nativo non è credibile sul proprio sterminio. Deve aspettare che il padrone, o l’ex padrone pentito, lo confermi. Fino ad allora il suo dolore è rumore. Il suo elenco di crimini è “versione”. La sua memoria è sospetta.
Non è un incidente mediatico. È un sistema. Redazioni, università, festival, case editrici: tutti sanno che una denuncia palestinese nuda è un rischio. La stessa denuncia, passata dalla bocca di un israeliano “di sinistra” o di un intellettuale sionista disilluso, è un prodotto. Si può vendere, si può applaudire, si può archiviare senza toccare i rapporti di forza.
Il razzismo sta proprio qui: nella presunzione che la verità sul corpo palestinese debba essere certificata da chi quel corpo lo ha governato, bombardato, schedato, umiliato. Finché l’Occidente pretenderà l’interprete israeliano per credere al crimine israeliano, non starà ascoltando. Starà scegliendo chi ha diritto alla parola. E quella scelta ha un nome preciso. Non è equilibrio. È disprezzo.

https://x.com/Pierfil99385506/status/2099606807480078418
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IlSofista su X

L'Ue racconta che la Russia vuole attaccare l'Europa.
Continua a raccontarlo nonostante manchino le condizioni materiali e tecniche per un tale attacco.
Continua a raccontarlo nonostante gli interessi economici e strategici della Russia sarebbero lesi da un tale attacco.
Continua a raccontarlo, a dire che dobbiamo pagare miliardi per armarci in vista di un tale attacco.
Orbene, oltre all'evidente marchetta alla lobby delle armi, è chiaro il motivo di tale insistenza.
Dopo trent'anni di devastazione dell'economia europea, l'Ue è odiata dai popoli, sta implodendo.
Ecco dunque cosa si sono inventati i suoi fautori: creare una nuova coesione europea imperniata sul militarismo, su un folle nazionalismo costruito intorno all'odio contro un comune nemico.
È l'ultima spiaggia dell'europeismo: disprezzato dai popoli che dovrebbe unire, tenta di tenerli insieme con la paura.
Dopo aver predicato contro il nazionalismo, tenta di sopravvivere invocando il nazionalismo, l'imprevisto patriottismo contro l'invasore russo.
È la fine indecorosa del più ridicolo tentativo di unificazione - dopo i molteplici tentati dagli eserciti - che l'Europa abbia mai subito; quello tentato dagli usurai.
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Forwarded from InsideOver
“Free Palestine”: due parole gridate dal palco del MetLife Stadium il 4 settembre, seguite da Hind's Hall, il brano dedicato a Hind Rajab, la bambina di sei anni uccisa a Gaza nel 2024.

Tre settimane dopo Macklemore è fuori dal tour di Ed Sheeran.

Il rapper indica Robert Kraft, proprietario dello stadio e dei New England Patriots, come responsabile dell'esclusione: Kraft ha telefonato a Sheeran e avrebbe mobilitato anche gli altri proprietari di stadi con un ultimatum. O esce Macklemore o niente concerti.

Kraft ha confermato il veto: “Considerati i recenti comportamenti di Macklemore, il materiale condiviso dal palco e una più ampia storia di retorica e immagini antisemite che riteniamo profondamente offensive per la comunità ebraica, abbiamo stabilito che la sua partecipazione avrebbe superato il limite”.

Ma chi è Robert Kraft? 85 anni, miliardario, da decenni tra i più importanti sostenitori di Israele negli Stati Uniti.

#Macklemore #EdSheeran #RobertKraft #Israele
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Il Parlamento Ue vota lo scudo anti-ingerenze. Ma solo se sono russe
di Lorenzo Giarelli - Il Fatto Quotidiano
Con l’ok di FI e Pd. Un Centro per contrastare la guerra ibrida, ma a senso unico: ignorate le interferenze di alleati tipo Qatar, Israele e Usa

L’Unione europea ha un modo tutto suo per combattere le ingerenze straniere. Stando alla risoluzione approvata ieri dall’Eurocamera, si dovrà dotare di un “Centro per la resilienza democratica” per contrastare la guerra ibrida. Con due problemi principali irrisolti: il primo, il perimetro d’azione di questo scudo democratico, affinché non interferisca a sua volta con le libere elezioni e la libera stampa; il secondo, un’attenzione totale a Mosca e qualche altro “nemico”, a scapito delle ingerenze di americani, israeliani, qatarioti e simili.

La risoluzione è stata votata con 420 sì, 220 contrari e 26 astenuti. Tra gli italiani, si sono espressi a favore Forza Italia, Pd, Verdi e Azione, mentre Lega, FdI, M5S e Futuro Nazionale hanno votato contro e Sinistra Italiana si è astenuta. Ma cosa contiene il testo? Si tratta del mandato alla commissione a implementare il famigerato scudo democratico di cui si parla da anni, una serie di iniziative che dovrebbero proteggere le democrazie in tempi di fake news, attacchi informatici, sabotaggi, eccetera.

Si arriva però al problema del doppiopesismo, come denuncia il 5Stelle Danilo Della Valle: “Invece di uno studio serio sui rischi reali per le nostre democrazie, siamo davanti al solito schema: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord sono le principali minacce, ma bisogna chiudere gli occhi verso le ingerenze vere e già note se provengono da quelli che dovrebbero essere gli alleati”.

Nella risoluzione la Russia viene citata 134 volte. La si definisce “uno Stato sponsor del terrorismo” e “la principale minaccia esterna alla sicurezza e all’integrità territoriale dell’Europa”. Si chiede alla commissione di proteggere le infrastrutture, di dotarsi di strumenti anti-deepfake, di stare in guardia dalle minacce del Cremlino. Altri Stati vengono però praticamente ignorati. Israele non compare mai nella risoluzione, nonostante, per dire, lo scandalo di spionaggio col software Pegasus.

Altra amnesia è sul Qatar, citato en passant solo nelle lunghe premesse: “Attori malevoli di Paesi terzi hanno cercato di interferire con il Parlamento e esercitare un’indebita influenza, (…) come dimostrato da casi quali il cosiddetto Qatargate”. Eppure lì la guerra ibrida era stata più concreta che mai, con tanto di trolley pieni di contanti. Anche gli Usa restano molto sullo sfondo, vengono menzionati un paio di volte Meta e X, su cui vengono sollecitate indagini su “opacità nell’algoritmo” in grado di “interferire con il voto”. Indicazioni tiepide di cui dovrà occuparsi questo nascituro Centro per la resilienza democratica. Secondo FdI, “una deriva pericolosa” perché “potrebbe trasformarsi in uno strumento di pressione sulle realtà nazionali che non piacciono a Bruxelles”.

Del resto in tema di Russia l’Ue è impegnata pancia a terra. Proprio in queste ore in plenaria è arrivata anche la modifica al Bilancio dell’Unione. Tra le pieghe, c’è anche l’assunzione di 53 funzionari ucraini per esigenze di “gestione finanziaria, di bilancio e giuridica” relative “al prestito a sostegno dell’Ucraina, che necessita di competenze supplementari per la sua attuazione da parte della Commissione”.

Per gestire gli oltre 90 miliardi approvati per i prossimi anni, l’Ue si affida dunque anche a burocrati e tecnici di Kiev. Di questi 53 assunti, 41 sarebbero a tempo indeterminato per un costo stimato di 3,2 milioni di euro l’anno. La notizia sta facendo storcere il naso negli uffici di Bruxelles anche perché arriva proprio mentre diversi Paesi, come riportato da Politico, stanno invece insistendo per tagliare in maniera consistente i funzionari a libro paga dell’Ue. Quelli degli Stati membri.

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di Pierfilippo Fazio su X:

Elly Schlein si presenta a Villa d’Este e parla come se stesse tenendo un corso serale di educazione civica per ritardati. «Basta disfattismo sull’Europa». È la formula classica di chi non ha più argomenti e deve trasformare il dissenso in patologia. Non esiste il fallimento della governance europea: esiste solo chi non applaude abbastanza. Non esiste il calo industriale, l’energia cara, la burocrazia che strozza, la dipendenza strategica: esiste il «disfattista». Così si liquida un continente intero di fatti.
Poi arriva la perla. L’Unione sarebbe «il miglior antidoto» allo smantellamento del multilateralismo. Si noti il trucco. Il multilateralismo, nella sua forma più elementare, è il diritto di un soggetto politico a dire no. L’unanimità è proprio quello: il residuo di eguaglianza formale tra Stati. Lei la definisce un inconveniente da condominio. Non si governa un palazzo con il veto di tutti, dunque non si governa l’Europa. La metafora è rivelatrice. Per costoro gli Stati non sono comunità politiche: sono inquilini rumorosi. Il proprietario, si capisce, sta a Bruxelles, o meglio nel nucleo che decide quando il nucleo è d’accordo.
Superare l’unanimità «perché i trattati non si cambiano» e passare alle cooperazioni rafforzate non è un dettaglio tecnico. È il riconoscimento che la via federale è bloccata dalla realtà e che allora si procede per cerchi concentrici: chi sta nel cerchio comanda, chi resta fuori viene descritto come cavallo di Troia di Putin o di Trump. Il veto degli altri è sempre tradimento; il proprio è sempre «responsabilità». Questa non è difesa del multilateralismo. È la sua liquidazione selettiva. Si smantella il diritto dei deboli a fermare i forti e si chiama il risultato «salto in avanti».
Sui soldi la maschera cade del tutto. «Dobbiamo proseguire sugli investimenti comuni, nel solco del Next Generation EU, perché non abbiamo il margine fiscale della Germania». Traduzione: non siamo in grado di stare nelle regole che abbiamo accettato, quindi le regole devono diventare un prestito collettivo a tempo indeterminato. Il Next Generation non è un totem morale. È debito, condizionalità, riforme scritte altrove, e una classe politica che ha scoperto che «Europa» è la parola più comoda per non spiegare agli elettori perché da decenni l’Italia non produce il margine che produce Berlino. Non è un destino geologico. È il prodotto di vincoli scelti e di governi — anche di centrosinistra — che hanno preferito la narrazione alla contabilità.
Si vota costoro così: si vota una teologia. L’Europa non è più uno strumento. È l’alibi permanente. Ogni crisi nazionale diventa prova che serve «più integrazione». Ogni rifiuto altrui diventa prova che gli altri sono provinciali, sovranisti, agenti del disordine. Ogni limite fiscale italiano diventa prova che serve debito comune. Il Paese sparisce. Resta un corridoio verso un’istanza superiore che non risponde, non paga il conto da sola e non si presenta alle elezioni italiane.
Il multilateralismo vero è faticoso: presuppone soggetti che possono dissentire. Quello che propongono è un condominio in cui il regolamento lo scrivono i piani alti e chi protesta viene accusato di voler far crollare l’edificio. Non è un programma di sopravvivenza. È un programma di esproprio della responsabilità. E si continua a chiedere il voto come se fosse un atto di fede, non un contratto. La fede, almeno, di solito non pretende anche i soldi degli altri.
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di PierfilippoFazio su X

Israele si proclama democrazia. Lo fa da decenni, con la stessa insistenza con cui un commerciante d’armi si proclama paladino della pace. Poi arriva il macellaio di Gaza e, con un video, spiega come si tratta chi osa dire quello che l’esercito ha fatto.
Due progetti di legge. Il primo: revocare la cittadinanza a chi “diffama” i soldati. Il secondo: moltiplicare per venti le multe. La formula è da capo-banda, non da capo di governo: «Il loro posto non è tra noi». Li colpiremo «nella cittadinanza e nel portafoglio». Non è un lapsus. È la dottrina.
Il peccato non è l’occupazione. Non è il bombardamento. Non è il bambino sotto le macerie. Il peccato è nominarlo. Un generale in pensione dice che un Paese sano non uccide bambini per hobby: tradimento. Un video di abusi su un detenuto filtra fuori: tradimento. Chi raccoglie testimonianze interne su come si sceglie un bersaglio e quanti civili si considerano “accettabili”: tradimento. La verità, quando esce di casa, diventa reato.
Questa è la democrazia che punisce i propri. Non l’occupato, non lo “straniero”, non il nemico dichiarato. I propri. Quelli nati sotto la stessa bandiera, che hanno fatto l’esercito, che parlano ebraico, che hanno osato guardare Gaza senza la lente della propaganda di Stato. La cittadinanza, qui, non è un diritto. È un premio di fedeltà. Lo Stato che ha costruito la propria legittimità sul ricordo di chi fu reso apolide ora minaccia di rendere apolidi chi documenta i suoi crimini. L’ironia è così pesante che solo chi ha smesso di pensare può non vederla.
Si dirà: è solo un annuncio, non è ancora legge. Come se la minaccia non fosse già la legge. Come se designare il dissidente, radunare la folla sotto casa sua, far parlare i ministri di “tradimento” e promettere “ogni strumento a disposizione” fossero dettagli. Lo Stato non ha bisogno di condannare. Basta indicare. Una volta che sei “fuori da noi”, il resto è amministrazione.
E il portafoglio. Perché la punizione deve essere doppia: identità e soldi. Non basta espellerti dalla comunità politica. Devi anche pagare. Venti volte. Come se la calunnia fosse il cadavere e non chi l’ha prodotto. Come se il danno fosse all’onore dell’uniforme e non al corpo di chi vi stava sotto. In questa teologia dello Stato, l’unica cosa sacra è il soldato. Tutto il resto — il diritto, i civili, la parola stessa — è negoziabile.
Chiamano “diffamazione” la descrizione di una pratica. Chiamano “odio di sé” il rifiuto di coprire. Chiamano “antisemitismo” la misura applicata a se stessi. È il trucco più vecchio del nazionalismo armato: chiunque confronti i tuoi atti con il metro che pretendi per gli altri diventa, per definizione, un nemico interno. Non serve più dimostrare che mente. Basta dimostrare che ha parlato.
Una democrazia che sopravvive solo a condizione che i suoi cittadini non guardino ciò che fanno i suoi soldati non è una democrazia in crisi. È un regime che ha smesso di fingere. Il macellaio lo ha detto chiaro: il loro posto non è tra noi. La domanda, a questo punto, non è se quei due progetti passeranno. È chi, dopo Gaza, ha ancora il coraggio di dire che quel “noi” meriti di chiamarsi Stato di diritto.
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Elena Basile:

- Sembra impossibile, no, che tutti stiano aderendo a questa ideologia delirante della necessità della guerra, della normalizzazione della guerra, insomma di questa Europa che ha veramente nulla, ma neanche dell'Europa degli anni '90 che almeno si in parte si contrastava le politiche neoconservatrici. Oggi questa Europa è espressione dei neoconservatori americani con le loro logiche di dominio finanziario e bellico. E l'associazione al Canada, come del resto si era anche detto, al Regno Unito e all'Ucraina è parte di questo cordone sanitario contro la Russia.

- E quindi la Von Der Leyen che ovviamente risponde a Washington e non ad altri, a Washington come Stato Profondo americano, non a Trump. a Washington come Stato Profondo americano, si è assunta questo onere di fabbricare il nemico russo e di contrastarlo con una crescita che mai si è avuta in precedenza.

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Forwarded from Fiore, canale pubblico.
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CANADA MEMBRO ASSOCIATO DELL'UE, OSSIA: COME L'IMPERO BRITANNICO ACQUISISCE PIÙ POTERE IN UE

Chi è Mark Carney, il primo ministro canadese?
Carney ha guidato due Banche centrali (Ottawa e Bank.
Ora spinge per creare la Defence, Security and Resilience Bank (DSRB), una banca della Nato. I primi ad aderire all'iniziativa canadese, Albania, Belgio, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Romania, Turchia e Ucraina.
Si tratta di una nuova banca multilaterale, pensata per raccogliere capitale pubblico e privato e offrire finanziamenti per guerra e difesa.
Il riarmo ha bisogno di una banca e i padroni del mondo di un potere sui popoli senza limiti.

In video, Claudio Celani per Visione tv.
Link alla fonte: https://www.youtube.com/live/RthphWRdhFo?is=FzGx5aFJQAfpe8eh
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di Pierfilippo Fazio su X

«Non siamo come tutti gli altri, ed è per questo che le leggi che si applicano a tutti gli altri non si applicano a noi.»
Lo dice Hanoch Milwidsky, deputato del Likud, dalla Knesset.
Non è un lapsus. È un programma.
Hanoch Milwidsky non sta teologizzando. Sta rivendicando l’impunità.
Ogni volta che un popolo ha preteso di stare sopra la legge comune, ha prodotto orrore.
Qui la «elezione» non è più un peso morale. È un lasciapassare.
I profeti ebrei non dicevano: siamo diversi, dunque siamo esenti.
Dicevano il contrario: proprio perché si pretenda un’alleanza speciale, si è tenuti a una giustizia più severa, non più lasca.
Hanoch Milwidsky fa l’operazione inversa.
Prende il vocabolario sacro e lo piega a coprire ciò che il diritto internazionale chiama crimine.
Respinge i diplomatici come «cose straniere» mentre pretente dal mondo armi, soldi e silenzio.
«Terra di miracoli e virtù»: lo recita lo stesso Milwidsky mentre intere città sono polvere, mentre famiglie intere spariscono sotto le macerie, mentre si discute se tutto è lecito «se è un Nukhba».
È lo stesso Hanoch Milwidsky che ha dichiarato di preferire «omicidi ebrei a omicidi arabi».
Ora spiega che le regole universali non lo riguardano.
Questa non è distintività. È suprematismo con paramenti teologici.
È la pretesa, antica e sempre criminale, che un gruppo sia troppo speciale per essere giudicato.
Il diritto internazionale non esiste per umiliare i popoli. Esiste perché nessun popolo, per quanto si senta benedetto, ha il diritto di fare eccezione quando uccide, occupa, affama, deporta.
Chi, come Milwidsky, rivendica l’eccezione rivendica il privilegio di commettere ciò che ad altri sarebbe vietato.
E lo fa con la doppia faccia di chi si presenta contemporaneamente come vittima eterna e come giudice inappellabile.
Le «fonti religiose» invocate da Hanoch Milwidsky non sono la tradizione della giustizia. Sono una selezione di comodo per sacralizzare la forza.
Quando un parlamentare di uno Stato che si dice democratico afferma che le leggi degli altri non valgono per lui, non sta facendo teologia.
Sta dichiarando che il suo Stato opera in uno spazio extra-legale.
Uno spazio extra-legale non è sovranità. È licenza.
Non è un discorso isolato. È la dottrina che avanza: la memoria della persecuzione trasformata in permesso di perseguitare.
L’unicità del dolore trasformata in unicità dell’impunità.
Il mondo ha già sentito queste note.
Sempre, quando un popolo si è convinto di non essere «come tutti gli altri», ha finito per trattare tutti gli altri come meno che uomini.
Le leggi che secondo Milwidsky «non si applicano a noi» sono precisamente le leggi che proteggono chi non ha carri armati, aerei e veto.
Rifiutarle non è fedeltà a una tradizione. È il suo tradimento più cinico e più banale.
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di Pierfilippo Fazio su X

La storia non sarà clemente. Chiederà perché tanti che insegnano la Shoah hanno rifiutato di applicare la sua lezione più elementare: il crimine non cambia nome quando a commetterlo sono i propri. Hanno descritto i vagoni, la rampa, i forni e il numero tatuato. Poi hanno taciuto sui 20.179 bambini palestinesi uccisi secondo la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU del giugno 2026. Hanno ripetuto «mai più» mentre Gaza veniva dichiarata in carestia dall’IPC nell’agosto 2025 e mentre, anche dopo il cessate-il-fuoco dell’ottobre 2025, UNICEF registrava un bambino ucciso al giorno. Yad Vashem, Facing History, i grandi musei della memoria: silenzio, «complessità», eccezione palestinese. Il Museo della Shoah di Los Angeles ha cancellato il post che diceva «Never again non può significare solo mai più per gli ebrei». La Corte Internazionale di Giustizia, nel gennaio 2024, ha ritenuto plausibile il rischio di genocidio e ha ordinato misure provvisorie. L’Associazione Internazionale degli Studiosi di Genocidio ha votato nel 2025 che Israele ha commesso genocidio a Gaza. Pochi studiosi della Shoah — Bartov, Segal, Goldberg, Blatman — hanno parlato. La maggioranza delle istituzioni ha preferito non vedere. Oltre 73.000 morti palestinesi secondo il ministero della Sanità di Gaza. Cinquemilatrentuno bambini sotto i cinque anni. Ospedali, scuole, tende, neonati: bersagli. Il passato di vittima è diventato patente di impunità. «Autodifesa» e «contesto» lavano i cadaveri sotto le macerie. Chi insegna Auschwitz e non vede Rafah ha tradito il mestiere. La Shoah non è proprietà privata né assicurazione contro ogni accusa. Il ghetto di Varsavia non autorizza il ghetto di Gaza. La selezione sulla rampa non giustifica la selezione dei rifornimenti e della fame. La storia terrà il registro dei professori muti, di chi ha detto «è complesso» mentre i neonati morivano di bombe e di fame. Di chi ha invocato l’unicità per vietare ogni analogia morale. Il crimine si chiama crimine anche quando lo commette chi ha il pedigree della sofferenza. Anche quando lo commette lo Stato che si proclama rifugio degli scampati. La lezione era semplice: deumanizzare, affamare, bombardare i civili è sempre lo stesso atto. Non diventa sacro se lo fanno «i propri». Chi ha insegnato il contrario ha sporcato la memoria. Ha usato i morti di ieri per coprire i morti di oggi. La storia non perdonerà questo scambio. Chiederà i nomi di chi ha taciuto.
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Io non ne capisco di economia, ma se quello che dice qui Varoufakis è vero, mi sembra di una gravità inaudita...

fonte: https://www.youtube.com/watch?v=QZFD6B7qMv0
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Gianandrea Gaiani:

Quindi l'Europa si sta veramente sputtanando in tutti gli ambiti e settori dello scibile umano. Cioè stiamo facendo una figura da dilettanti, da babbei di fronte agli occhi di tutto il mondo, su tutti i campi, e questo è il vero problema: è la classe dirigente

https://www.youtube.com/watch?v=vKSpd5dDtGA
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Gianandrea Gaiani:

Quando è la presidente della Commissione Europea che di fronte al disastro che ha provocato ti dice "ma la ricetta ce l'ho" a parte che dice che siamo fortissimi, che non è vero, ma dobbiamo insistere sulla strada che ci ha portato al disastro, allora è ora di toglierla di mezzo.

Così come i tanti governi che ci hanno portato sul rischio della guerra nucleare con la Russia, guerra nucleare che i russi possono combattere perché ce le hanno le armi nucleari, noi no.

https://www.youtube.com/watch?v=vKSpd5dDtGA
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