Fronte Sovranista (di 🇷🇺KasperCarlo🇵🇸) - canale anti imperialista, anti sionista & pro Pal -
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Non sono graditi Qanon militanti, pro-vax, gente che crede ai 'chip nei vaccini' e ai rettiliani

In questo canale domina il pensiero CRITICO e RAZIONALE, bandito ogni fideismo e culto, di qualsiasi genere

Linea politica - Borghi/Fusaro/Paragone/Rizzo -
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Diego Fusaro:

Continua senza posa, in una vera e propria climax disastrosa, la propaganda russofobica e bellicistica gestita, organizzata e propagata dall'occidente sotto cupola liberal-finanziaria. Adesso l'Unione Europea e la Nato si spingono ad asserire che la Russia sta per attaccare l'Europa: la danno ormai come una certezza ineluttabile, tant'è che, stando a quel che apprendiamo dal mainstream giornalistico, Francia e Polonia si stanno organizzando per reagire all’attacco ormai giudicato inevitabile. Come dicevo poc'anzi, si tratta del non plus ultra della propaganda, buona soltanto a preparare l'opinione pubblica europea alla guerra voluta non certo dalla Russia di Putin, ma dall'Europa stessa, serva sciocca di Washington e del suo imperialismo senza frontiere: imperialismo che, come sappiamo bene, fin dagli anni Novanta aspira a neutralizzare l'ex potenza sovietica e a renderla una colonia tra le tante al servigio di Washington, trovando tuttavia in Vladimir Putin un baluardo di resistenza e di opposizione. Così deve, oltretutto,essere spiegata la guerra d'Ucraina, che è il conflitto che l'occidente a stelle e strisce ha scatenato contro la Russia di Putin, utilizzando come arma bellica il guitto di Kiev, l'attore Nato Zelensky, prodotto in vitro di Washington se non di Hollywood. L'opinione pubblica europea viene continuamente manipolata e tenuta sotto scacco, di modo che pensi che a volere la guerra sia la Russia. Soprattutto, a giudizio dello scrivente, deve essere tenuta sotto osservazione la Polonia, animata da una atavica russofobia: potrebbe rappresentare lei la scaturigine di un conflitto con la Russia che, lo ribadiamo ancora una volta, è voluto da Bruxelles e non da Mosca. Anche Giorgia Meloni, nei giorni scorsi, si è avventurata a sostenere che la Russia di Putin sta provocando l’italia e l'Europa, "ma noi non risponderemo": sempre la solita propaganda russofobica, naturalmente, tesa ad alimentare la paura dei cittadini europei e a prepararli psicologicamente alla guerra come nuova normalità, per riprendere l'espressione recentemente adoperata dalla signora von der Leyen, sacerdotessa dei mercati apatridi.

https://x.com/DiegoFusaro/status/2101578681009262629
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Diego Fusaro su X

Continua la giusta e meritata batosta per il cancelliere teutonico Merz. L'AfD vince anche in Meclemburgo-Pomerania, mentre Berlino va alla Linke. Il partito del cancelliere Merz guadagna consensi minuscoli, venendo di fatto travolto da una vera e propria valanga. AfD, come già abbiamo sottolineato, trionfa per la sua opposizione fermissima alla guerra contro la Russia. La Linke, per parte sua, si impone grazie a un programma incardinato sul sociale e rappresentante, oltretutto, la prova che la sinistra, se rinuncia ai ridicoli simboli dell'arcobaleno e della green economy, ottiene consensi. In ogni caso, esce pesantemente sconfitto il neoliberismo imperialista del cancelliere teutonico, che vuole la guerra e azzera il sociale. La sonante batosta subita da Merz procede di conserva con il grande successo conquistato da Vladimir Putin alle elezioni per il rinnovo della Duma: il partito di Putin trionfa con il 57,31% dei voti, seguito dal Partito Comunista Russo, quello che, per inciso, accusa Putin di essere troppo morbido e accomodante con l'Occidente. Naturalmente, per la grancassa politicamente corretta del mainstream liberale e atlantista si tratta, more solito, di elezioni truccate da parte dell'autocrate e zar rossobruno Vladimir Putin: la vera democrazia è sempre e solo quella dell'Occidente, ove la pluralità dei partiti disponibili si risolve nel loro essere articolazioni interscambiabili del Partito Unico fintamente articolato del capitale. Sia quel che sia, il fabula docet è che i russi sono con Putin, mentre gli europei non sono con Merz, von der Leyen e con gli altri ierofanti del verbo unico europeisticamente corretto che vogliono portarci alla guerra inevitabile con la Russia stessa.
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Pierfilippo Fazio su X

L’Italia è complice del genocidio in Palestina.
Non è un’iperbole da comizio. È un giudizio giuridico.
La Convenzione del 1948 vieta il genocidio e, all’articolo III, vieta anche la complicità.
Chi fornisce armi, copertura diplomatica e legittimità politica a chi distrugge un popolo è complice.
Il governo italiano ha continuato a trasferire materiale militare a Israele dopo l’ottobre 2023.
Ha sospeso le nuove licenze, ma ha lasciato correre le forniture già autorizzate.
Nel 2025 sono partiti oltre ventidue milioni di euro di materiali militari sotto vecchie licenze.
Nello stesso anno l’Italia ha importato dall’industria bellica israeliana per circa ottantacinque milioni.
La legge 185 del 1990 vieta l’export verso Paesi in conflitto armato e autori di gravi violazioni.
Il Palazzo ha scelto l’interpretazione elastica, quella che si usa quando gli affari coincidono.
Non è solo questione di armi.
L’Italia ha ostacolato sanzioni europee, ha condizionato il riconoscimento della Palestina, ha calibrato ogni voto Onu sul minimo indispensabile.
Ha tagliato o congelato fondi all’UNRWA mentre a Gaza si moriva di fame e di bombardamenti.
Ha rifiutato di dare seguito ai mandati della Corte penale internazionale.
Ha parlato di «diritto di difendersi» mentre i numeri dei civili, dei bambini e degli ospedali parlavano da soli.
Non è una guerra simmetrica. È un’operazione di distruzione sistematica di un popolo assediato.
La Commissione d’inchiesta dell’Onu ha concluso che si tratta di genocidio.
La Corte internazionale di giustizia ha ordinato misure provvisorie già nel 2024.
Da quel momento ogni Stato terzo ha l’obbligo di prevenire e di non assistere.
L’Italia ha fatto l’opposto.
Ha trattato Israele come partner privilegiato finché la pressione interna non è diventata ingestibile.
Solo allora ha sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare.
Non per principio. Per calcolo.
Il popolo italiano, nelle piazze e nei sondaggi, ha espresso un giudizio opposto a quello del governo.
Settantacinque per cento di opinione sfavorevole.
Scioperi generali, blocchi ai porti, denunce all’Aia.
Il governo ha risposto chiamando i manifestanti teppisti.
Questa è la cifra della complicità: sapere e continuare.
Sapere che i bambini muoiono sotto le macerie e firmare comunque le carte.
Invocare il diritto internazionale quando conviene e ignorarlo quando costa.
L’Italia che si vanta di essere culla del diritto.
L’Italia che ricorda le leggi razziali e poi copre un’altra forma di cancellazione.
Non esiste alibi. Non esiste «ma Hamas».
Il crimine di genocidio non si giustifica con il crimine precedente.
La complicità non si lava con le dichiarazioni di circostanza.
Chi arma, chi vota, chi tace per convenienza è parte del meccanismo.
L’Italia è parte di quel meccanismo.
E lo resterà finché non interromperà ogni forma di sostegno materiale e politico.
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Pierfilippo Fazio su X

Un capo di governo non commette da solo un’impresa di questa portata. Lo sterminio di una popolazione rinchiusa, bombardata, affamata e spinta verso il confine non è un capriccio di un uomo solo. È un progetto che richiede soldati, piloti, artiglieri, funzionari, medici militari, giornalisti, rabbini, sondaggisti e, soprattutto, un pubblico che guarda e non si ribella. Quella collaborazione gli è stata concessa.

Dopo il 7 ottobre la società ebraica israeliana non ha chiesto moderazione. Ha chiesto di più. I sondaggi ripetevano la stessa cifra: una frazione irrisoria considerava eccessiva la forza impiegata a Gaza; la stragrande maggioranza la giudicava adeguata o insufficiente. Si chiedeva se a Gaza esistessero innocenti. Metà della popolazione è sotto i diciotto anni. La risposta di massa fu che no, innocenti non ce n’erano.

Non è un dettaglio. Un esercito di cittadini non è un corpo estraneo. Chi demolisce case, chi spara su ambulanze, chi riduce quartieri in polvere è il vicino, il cugino, il figlio del collega. I filmati circolavano. Si vedevano i festeggiamenti, le danze, le scritte sui muri delle abitazioni rase al suolo. Nessuno può pretendere di non aver saputo. I tedeschi, almeno, potevano tentare la menzogna del «non sapevamo». Qui il materiale era in tasca a tutti.

Si insiste a scaricare tutto su un solo nome, come se bastasse sostituire l’inquilino di un ufficio per cancellare il resto. È una comodità. Il consenso sul «risolvere la questione Gaza» — svuotarla, renderla inabitabile, tenerne un perimetro militare — attraversa partiti e campi. Chi protestava lo faceva soprattutto per i propri ostaggi o per il costo interno della campagna, non per il destino di chi stava sotto le macerie.

Chiamare «guerra» quello che è accaduto serve a nascondere l’oggetto. In una guerra si distinguono combattenti e civili, obiettivi e danni collaterali. Quando il danno collaterale è la regola, quando si colpiscono ospedali, scuole, tende, file per il pane, e quando questo schema dura mesi e anni, l’etichetta di guerra diventa un alibi. L’intento si legge nei fatti e nelle parole: rendere la vita impossibile finché la terra non sia libera da chi la abita.

Nessun leader ottiene questo risultato se la nazione gli volta le spalle. Qui non gli ha voltato le spalle. Gli ha fornito gli uomini, il silenzio, l’applauso e la certezza che, una volta finita la polvere, si sarebbe tornati a discutere di altro. Quello che è stato fatto a Gaza non è il delitto di un isolato. È il prodotto di una società che ha deciso che quella popolazione poteva essere trattata come un problema da eliminare. Lui ha soltanto usato ciò che gli è stato messo in mano.
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di Caitlin Johnstone:

Più il mondo odia Israele, più ci viene detto che l'"antisemitismo" è una sorta di pregiudizio mondiale incorporato in ogni aspetto della nostra società, come il misogino o la supremazia bianca. La maggior parte dei non ebrei passa pochissimo tempo a pensare agli ebrei e all'ebraismo (e ne passava ancora meno prima del 2023), ma ora ci viene detto che in realtà si tratta di una condizione massiccia che ci colpisce tutti in modi di cui potremmo non essere pienamente consapevoli.

E fa così ridere, perché, tipo, sono io. Conosco i miei stessi pensieri e sentimenti. So che raramente pensavo alla ebraicità finché non è iniziato un genocidio trasmesso in diretta e la gente ha iniziato a chiamarmi antisemita per essermi opposto. E la stessa cosa vale per la stragrande maggioranza dei non ebrei in tutta la nostra società. Sappiamo tutti che non "odiamo gli ebrei" né proviamo sentimenti speciali nei loro confronti in un senso o nell'altro, ma ci viene aggressivamente detto di credere che sia un grosso problema che abbiamo tutti.

Ci viene detto di non credere alla nostra stessa conoscenza dei nostri pensieri e sentimenti, e di fidarci del fatto che in realtà c'è qualcosa di represso in profondità dentro di noi che odia segretamente i membri di una piccola fede abramitica. È una forma davvero fastidiosa di gaslighting, se ci pensi. Non va bene far questo alle persone.

https://x.com/caitoz/status/2101786394171711993?s=20
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di Pierfilippo Fazio su X:

Non ha un cognome in edicola. Haaretz lo chiama Yuval: trentaquattro anni, programmatore, Ramat Hasharon, reduce “d’onore”. Basta così. Il cognome serve ai processi. Qui serve il meccanismo.

Si chiama sparare e piangere. Non è un lapsus dell’anima. È un genere letterario. Prima il grilletto, poi il divano, poi l’intervista. Il cadavere non parla; il carnefice, sì, e con un lessico da seminario: “ferita morale”, “danno identitario”, “mostro”. Haaretz, giornale della buona coscienza, gli offre il confessionale. Il pubblico deve fare la sua parte: commuoversi.

Yuval racconta Khan Yunis, dicembre 2023. Un drone vede “figure sospette”. Lui spara “come un pazzo”. A terra un vecchio e tre ragazzi. Disarmati. Organi fuori. Silenzio. Arriva il comandante di battaglione. Uno sputa sui corpi e urla che è quello che succede a chi se la prende con Israele. Yuval non apre bocca. “Sono un perdente, un codardo senza fegato.” Poi, a Tel Aviv, festa di congedo, applausi, “eroe”. Lui si sente un mostro. Butta gli specchi. Ha paura della vendetta. Due giorni dopo l’intervista finisce in psichiatria. “Non c’è perdono. Non c’è espiazione.”

Notate il trucco. Il fatto è l’omicidio. Il titolo è il rimorso. I palestinesi restano “figure”. Lui ha nome, quartiere, lavoro, terapeuta. Loro hanno una fossa e, se va bene, un numero. Questa è la depravazione specifica del sionismo detto liberale: non nega il sangue, lo estetizza. Lo rende un conflitto interiore dell’occupante. Lo Stato spara; Haaretz piange; l’Occidente applaude la “complessità”.

Non è pietà. È riciclaggio. Il senso di colpa diventa prova di umanità, e l’umanità diventa alibi. “Abbiamo sofferto per quello che abbiamo fatto” è la frase più cinica della lingua militare israeliana. Tradotta: pretendiamo di restare i protagonisti anche nel delitto. Il nazista volgare dice che la vittima non è umana. Quello sentimentale dice che lui, uccidendola, ha perso un pezzo di sé. Entrambi tengono il centro della scena.

La “ferita morale” è controversa proprio per questo: trasforma il carnefice in paziente. Decine di migliaia di soldati in cura, tentativi di suicidio, incubi. Tutto vero, e tutto secondario. Chi è sotto le macerie non ha incubi. Non ha specchi da buttare. Non va al Prado a crollare davanti a un Goya. Non ottiene un pezzo da copertina.
Yuval ha sparato. Il comandante ha sputato. L’esercito ha coperto. Il giornale ha inquadrato. La società ha fatto festa. Poi qualcuno ha chiesto compassione per i nervi di chi ha premuto il grilletto. No. Il nome è Yuval. Il resto è letteratura di occupazione. La giustizia non è un fazzoletto.
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Alan Watson su X

Vladimir Putin non si è svegliato il 24 febbraio 2022 e ha deciso: «Penso che invaderò l'Ucraina orientale oggi», né la campagna statunitense per espandere la NATO in Ucraina è stata una manovra dell'ultimo minuto. Documenti del Dipartimento di Stato USA mostrano che l'adesione futura dell'Ucraina è stata discussa già nel 1994. L'Ucraina aderì al programma "Partnership for Peace" della NATO durante l'amministrazione di Bill Clinton nel 1994 e partecipò all'esercizio di addestramento "Peace Shield" della NATO nel 1996. Fu stabilita una partnership formale, la Commissione NATO-Ucraina, con la carta NATO-Ucraina nel luglio 1997. Al vertice NATO di Bucarest nell'aprile 2008, George W. Bush annunciò che l'Ucraina era su un "percorso immediato verso la NATO". Bill Burns, ambasciatore in Russia, inviò una nota alla segretaria di Stato Condoleezza Rice: «In tutta la gamma», scrisse, «la classe politica russa mi ha detto che l'Ucraina è la linea rossa delle linee rosse – "Nyet means nyet"». Dicembre 2021, in un'ultima occasione per la pace, Joe Biden respinse gli accordi di sicurezza reciproca proposti da Putin che avrebbero lasciato l'Ucraina "neutrale" intatta. Biden, che definì Putin un dittatore omicida, disse: «La Russia non decide chi può aderire a
#NATO». Le preoccupazioni di sicurezza russe furono una volta di più accantonate. Secondo l'ex consigliera di Biden Amanda Sloat, che era direttrice senior per l'Europa al Consiglio di Sicurezza Nazionale, #Ucraina e l'Occidente avrebbero potuto evitare la guerra nel dicembre 2021 con un solo passo: «La dichiarazione di neutralità ucraina», disse, «avrebbe impedito la distruzione e la perdita di vite».
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di Pierfilippo Fazio su X:

Fermiamo questi folli

L’establishment politico parla della guerra con la Russia come si parla di un gioco da tavolo.
Dichiarazioni sconsiderate, minacce da studio televisivo, slogan lanciati da chi non ha mai visto un campo di battaglia.
Nessuno di loro manderà i propri figli.
La strategia è vecchia quanto l’impero: lascia che il proxy e l’avversario si dissanguino a vicenda.
Quando entrambi sono esausti, entra in scena chi ha aspettato.
Questa volta il calcolo è sbagliato.
L’esercito russo di oggi non è quello del 2022.
È più grande.
È temprato.
È riarmato e tecnologicamente più avanzato di quanto i briefing osino ammettere.
Mandare i nostri soldati adesso non è strategia: è macelleria.
Non è un teatro lontano.
La guerra arriverà nelle nostre città.
Gli Oreshnik non resteranno sul Donec.
Cadranno sulle nostre teste.
Non si sconfigge e non si distrugge la più grande potenza nucleare del mondo.
Chi lo sostiene mente o è folle.
La sconfitta è già il miglior esito possibile.
L’alternativa è la pioggia nucleare.
Chiamano “fermezza” quello che è avventurismo.
Chiamano “valori” quello che è cinismo.
Trattano intere popolazioni come carne da cannone e poi si indignano se qualcuno lo dice.
Hanno trasformato una guerra per procura in un’escalation che non controllano più.
Ogni dichiarazione sconsiderata alza la posta.
Ogni riga rossa immaginaria avvicina il momento in cui non ci saranno più linee.
Loro resteranno nei bunker climatizzati.
Noi no.
Non c’è vittoria militare contro uno Stato nucleare determinato a non crollare.
C’è solo rovina reciproca, o rovina unilaterale nostra.
Hanno giocato col fuoco finché il fuoco non ha imparato il loro indirizzo.
Adesso fingono sorpresa.
Non è coraggio.
È irresponsabilità storica.
È il lusso di chi non paga il conto.
Il conto arriverà.
Arriverà in forma di missili, di città devastate, di un inverno che non finisce.
Chi oggi parla di “vittoria totale” sta firmando la sentenza.
La sentenza non sarà solo per i soldati.
Sarà per tutti.
E loro, come sempre, avranno già un altro discorso pronto.
Se ci sarà ancora qualcuno ad ascoltare.
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di Pierfilippo Fazio su X:

Si proclama garante della civiltà e nel frattempo consuma il pianeta come nessuna altra istituzione sulla Terra.
L’esercito degli Stati Uniti è il più grande consumatore istituzionale di combustibili fossili del mondo.
Se fosse uno Stato, figurerebbe tra i primi cinquanta emettitori di gas serra del pianeta.
Brucia ogni anno miliardi di litri di carburante per aerei, navi e veicoli che non servono a nutrirsi, ma a proiettare forza.
Circa l’ottanta per cento del consumo energetico dell’intero governo federale americano è militare.
Più di settecento basi sparse in decine di paesi: una rete di avamposti che sparge veleni mentre parla di sicurezza.
A Kyoto si fece esentare. A Parigi restò facoltativo dichiarare le proprie emissioni.
Chi pretende di dettare le regole del clima si è sottratto alle regole.
Dal 2001 al 2017 ha riversato nell’atmosfera oltre un miliardo e duecento milioni di tonnellate di gas serra.
Quattrocento milioni di quelle tonnellate sono state bruciate per condurre guerre.
Il Vietnam fu defogliato con l’Agente Arancio: foreste ridotte a deserto chimico, corpi e suolo avvelenati per generazioni.
In Iraq i pozzi incendiati e l’uranio impoverito lasciarono una terra che ancora ansima.
Nelle basi americane le schiume antincendio hanno disseminato PFAS, i “chemicals eterni”, in falde e pozzi.
Centinaia di siti contaminati, bonifiche rinviate di decenni, comunità costrette a bere acqua imbottigliata.
Il Pentagono stesso classifica il clima come “moltiplicatore di minacce”.
È un’ironia che non è ironia: è confessione.
Si prepara a combattere le conseguenze di ciò che continua a produrre.
Gli eserciti del mondo, presi insieme, emettono circa il 5,5 per cento dei gas serra globali.
Più dell’aviazione civile. Più della navigazione mercantile. Quarto “paese” del pianeta, se fossero uno.
E l’esercito americano ne è il nucleo più pesante, il più mobile, il più esente da controllo.
Non è un effetto collaterale. È la struttura stessa della potenza.
La macchina da guerra ha bisogno di petrolio come i polmoni hanno bisogno d’aria.
Ogni aumento di bilancio è un aumento di carbonio. Ogni nuova portaerei è un forno itinerante.
Si parla di transizione energetica nei summit, mentre gli hangar restano pieni di cherosene.
Si piangono i ghiacciai e si finanziano i bombardieri.
Chi distrugge il sistema che rende possibile la vita umana non può poi presentarsi come suo protettore.
Questa non è geopolitica. È un atto di predazione planetaria mascherato da destino manifesto.
Le vittime non stanno solo sotto le bombe. Stanno nelle falde avvelenate, nei raccolti bruciati, nei polmoni dei bambini lontani dal fronte.
Il silenzio su questi numeri non è ignoranza. È complicità.
Si conta ogni grammo di CO₂ di una centrale a carbone. Si omette il jet che la sorvola.
Si condanna il contadino che brucia stoppie. Si assolve chi incendia un paese.
La riflessione è semplice : un ordine mondiale che chiama “sicurezza” la devastazione sistematica della biosfera ha già perso il diritto di parlare di futuro.
Non c’è difesa della civiltà che possa poggiare sulla rovina delle condizioni stesse della civiltà.
Il primo distruttore del sistema ecologico mondiale ha un nome, un bilancio, una flotta e una rete di basi.
E continua.
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🔴 Riassumiamo il film degli eventi in Romania da novembre 2024 - Alis Popa :

« Călin Georgescu – Esecuzione rituale »

1. Le elezioni vengono brutalmente interrotte nel bel mezzo del secondo turno, mentre il primo turno era stato validato legalmente.

2. La Corte costituzionale annulla l’intero processo elettorale, senza fondamento giuridico e senza presentare la minima prova che giustifichi questa decisione.

3. Le autorità dell’epoca, Klaus Iohannis e Marcel Ciolacu, scaricano la colpa sui « russi ». Sempre senza alcuna prova.

4. Il processo elettorale viene riavviato da zero, con altri candidati: tutto ciò che era stato votato in precedenza viene semplicemente cancellato.

5. Il candidato che era in testa nelle intenzioni di voto si vede vietare di ricandidarsi.

6. Lo stesso candidato, Călin Georgescu, viene arrestato in mezzo al traffico e accusato di false dichiarazioni, propaganda legionaria e « complicità in un tentativo » di rovesciare lo Stato fallito. Viene poi costretto a presentarsi ogni settimana al controllo giudiziario. Sempre senza alcuna prova.

7. Compare poi « Harpalete » (l’attuale « presidente ») un candidato che non figurava nemmeno nelle liste di novembre: è stato tirato fuori dal cappello in seguito. Riceve circa 12 milioni di euro di spese di « campagna » versate dallo Stato rumeno. Non dichiara l’elenco preciso delle persone o organizzazioni che lo hanno finanziato.

8. La Romania viene messa in ginocchio. Seguono un collasso economico, tagli alle pensioni e agli stipendi, nonché misure draconiane e abusive che impoveriscono e radicalizzano la popolazione. Si donano massicciamente alla Moldavia e all’Ucraina. Si contrae un debito pesante. Si cedono risorse ad altri Stati.

9. A quasi due anni dall’annullamento delle elezioni, non è ancora stato prodotto alcun rapporto contenente prove concrete per giustificare questa decisione. Eppure, il racconto sui « russi » continua.

10. A quasi due anni dall’annullamento delle elezioni, il candidato vietato, Călin Georgescu, viene di nuovo arrestato in mezzo al traffico. Si sfonda la sua porta, si traumatizzano i suoi figli, si sequestrano 5.000 euro a casa sua (mentre nessuno pone la minima domanda sui 12 milioni di « Harpalete »). Viene posto in detenzione cautelare per « truffa », in una questione civile – quindi non con lo Stato – a seguito della denuncia di un uomo d’affari controverso.

P.S. Ecco la Romania di oggi. Dopo 36 anni di « democrazia » e di « pro-europeismo ».

https://x.com/Galadriell__/status/2102308958404784524?s=20
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🇮🇹⚡️🇺🇦 LUCIANO CANFORA: “IL PARAGONE RESISTENZA-KIEV GRONDA DI BUGIE E PROPAGANDA”
Luciano Canfora, è in auge la tesi per cui in nome della Resistenza italiana non possiamo non sostenere militarmente l’Ucraina, che sta facendo un’analoga resistenza.
Di fronte a un concetto simile, la mia reazione mi costringe a citare il grande Leopardi: non so se il riso o la pietà prevale. È una tesi che gronda malafede, eppure viene riproposta di continuo.

Una delle argomentazioni è che gli Alleati sostennero la Resistenza con le loro armi.
Una volta ero con Mieli in televisione e mi disse la stessa cosa. Gli ricordai che a fine 1944, il comandante inglese Alexander diede un duro colpo alla Resistenza, non solo negando le armi, ma chiedendo di limitare le operazioni. Senza contare che anche quando le armi arrivavano, attraverso i famosi aviolanci, gli Alleati non volevano che finissero alle formazioni comuniste.

Dunque la Resistenza ebbe uno sviluppo separato dal supporto degli Alleati?
La Resistenza italiana fu mal sopportata non solo dal re, ma anche dagli anglo-americani, i quali avrebbero preferito conservare la monarchia e impedire che il faticoso ottenimento dello status di co-belligeranti diventasse una carta troppo buona da giocare al momento dei trattati di pace. Gli Alleati boicottarono il tentativo di trasformare il CLN nella base di un governo nazionale. La Resistenza era guardata con attenzione. Oggi invece abbiamo 27 Paesi europei e gli Usa (in modo intermittente a seconda di chi governa) che conducono una guerra alla Russia attraverso l’utilizzo dell’Ucraina, dopo che fallì il processo di smembramento della Federazione russa iniziato con Eltsin.

C’è una specificità ideologica della Resistenza italiana?
Certamente, perché esiste la specificità del contesto del nazifascismo. Tanto è vero che da decenni esiste una disputa ridicola intorno alla parola fascismo, al concetto di neofascismo e così via. Il fascismo è stato tante cose diverse nel corso di quei 20 anni, ma bisogna guardarsi da ogni analogia ingannevole, mentre invece oggi si tende a riproporre quei concetti a sproposito.

Non abbiamo, noi democrazie, un obbligo morale contro i regimi e le loro violazioni del diritto internazionale?
Ah, certamente: possiamo iniziare dal Sud Sudan, poi intervenire militarmente contro Israele e pure contro gli Stati Uniti. La malafede consiste nell’isolare un singolo caso, manipolarne le ragioni profonde e dire che si tratta di una questione morale. Non funziona così.

La sproporzione delle forze in campo però rimanda al concetto di Resistenza?
Ma i Paesi europei stanno mandando quattrini a non finire senza sapere neanche che fine facciano. Le stesse armi circolano poi in un commercio illegale. Gli oligarchi ucraini si stanno rimpannucciando a spese dei nostri stupidi governi che svenano i propri Paesi per “morire per Danzica”. Si stimano 10 milioni di ucraini scappati in Europa dall’inizio della guerra e ospitati nei vari Paesi: benissimo, ma perché quando arrivano 50 disgraziati su un barchino casca il mondo come se fosse un’invasione?

La scarsa fiducia nel governo ucraino è un elemento che pesa sul suo giudizio?
La corruzione regna sovrana. Si immagina Parri che rubacchia o si rivende le armi della Resistenza? La Resistenza italiana era fatta di piccole formazioni spontanee, clandestine, mentre da una parte c’era un regno amico degli Alleati e dall’altra una Repubblica sociale gestita dai fascisti. In Ucraina non stiamo dando armi a una resistenza, ma a un Paese che col suo esercito combatte una guerra con un altro. E con un esito molto diverso dalla fine della Seconda guerra mondiale.

In che senso?
Mi prenderò come sempre del putiniano, ma con questo prolungare il conflitto il pericolo è di andare verso il peggio, invece che mettere fine alla guerra.
Prima ha accennato alla spontaneità: fu un elemento caratterizzante della Liberazione?
Certo, perché rende la Resistenza una lotta di popolo. In Ucraina non è così.
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L’articolo 11 della Costituzione si concilia con gli aiuti militari?
Purtroppo l’articolo 11 è bellissimo, ma da decenni è messo da parte. Da quando siamo entrati nella Nato, nel 1949, siamo vincolati a un’Alleanza che consente di aggirare la Costituzione, perché ogni conflitto viene presentato come difensivo, ogni intervento giustificato con qualche minaccia del nemico. Perciò quando si discute di queste cose è complicato, perché le carte sono truccate. Devo dire però che metterla in termini storiografici è un’operazione da palati fini, nel senso che il momento propagandistico, anche nel giornalismo, impone una censura di guerra e non esita a ricorrere alla malafede.

-Fatto Quotidiano

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di Pierfilippo Fazio, su X

Wallace Shawn. Attore ebreo, drammaturgo, voce di Rex e Vizzini. Non un pamphlettista da campus: un uomo di ottant’anni che, da dentro la stessa storia, ha detto quello che l’apparato ebraico-americano considera peccato mortale.
Ha detto che gli israeliani sono, in certi punti, peggio dei nazisti. Non perché il bilancio numerico sia identico. Perché i nazisti, almeno, tentarono di coprire. Gli israeliani pubblicano, filmano, rivendicano, trasformano la devastazione in prova di forza e la fame in «pressione». È un male che non chiede più il buio. Chiede il palcoscenico.
Questa non è una battuta da podcast. È il punto in cui la memoria di Auschwitz smette di essere monito e diventa scudo. Uno Stato potente, armato, sostenuto, occupante da decenni, si presenta ancora come l’eterno bambino perseguitato. Chi osa rompere il copione viene marchiato: ebreo che odia se stesso, utile idiota, antisemita. Il ricatto è semplice: se critichi la politica, profani i morti.
Shawn ha nominato i fatti che l’industria della sofferenza preferisce tenere fuori campo. Case prese. Territorio preso. Una popolazione rinchiusa, bombardata, privata di medicine e cibo mentre si proclama che «non c’è alternativa». Poi lo stesso apparato che invoca i forni per ottenere immunità morale accusa di oscenità chi nota l’oscenità presente.
I nazisti avevano bisogno del segreto perché sapevano che l’Europa, se avesse visto tutto, avrebbe dovuto scegliere. Qui si fa il contrario: si mostra, si giustifica, si chiama «autodifesa» ciò che è punizione collettiva, e si pretende che il mondo abbassi lo sguardo per rispetto dei nonni sterminati. È un capovolgimento. I morti di allora vengono usati contro i vivi di adesso.
Non è «odio per gli ebrei». È rifiuto di trasformare il genocidio in patente permanente. Un popolo che ha sofferto l’abisso non acquista il diritto di produrre un altro abisso e chiamarlo sicurezza. Chi lo sostiene sa, o dovrebbe sapere, che ogni giorno di questo spettacolo aumenta l’odio in una misura che nessuna campagna di pubbliche relazioni potrà cancellare.
Shawn ha aggiunto il dettaglio che brucia: se ne vantano. Non è solo la violenza. È l’assenza di vergogna. È la convinzione che la propria storia autorizzi qualsiasi mezzo, qualsiasi numero, qualsiasi bambino senza insulina. Hitler voleva che certe cose restassero nell’ombra. Qui l’ombra è considerata debolezza.
Chi non riconosce il male, ha detto, vive in un altro universo. Non è una frase da attore. È la constatazione di chi ha visto come la sacralizzazione della catastrofe ebraica sia diventata un’industria: libri, musei, lobby, fondi, veti. Tutto serve a una funzione: impedire che si giudichi Israele con gli stessi criteri con cui si giudica qualsiasi altra potenza.
Tra dieci anni qualcuno, anche lì, si sveglierà e chiederà come abbia potuto giustificare. Lo si è già sentito dopo altre campagne, altre «operazioni», altri quartieri rasi al suolo. La memoria vera dei campi non chiede silenzio sui palestinesi. Chiede che quella memoria non venga prostituita.
Wallace Shawn ha nominato l’attore. Ha nominato lo Stato. Ha nominato il meccanismo. Il resto è rumore di chi ha bisogno che i morti restino utili e i vivi restino invisibili.
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di Pierfilippo Fazio su X

La sala si svuota. Netanyahu resta. Sorride.
«Se ci fosse qualche altro codardo morale che non abbia ancora lasciato questa sala, per favore lo faccia ora.»
Così parla, dal pulpito delle Nazioni Unite, l’uomo che da tre anni dirige un’operazione che ha ridotto una striscia di terra in un cimitero a cielo aperto.
Chi è il codardo? Chi si alza e se ne va, o chi resta seduto ad ascoltare la giustificazione di un massacro e poi torna a casa a firmare comunicati sul «diritto di difendersi»?
Lui chiama «bugia del secolo» l’accusa di genocidio.
I numeri non sono una bugia. I corpi ammassati sotto le macerie non sono una bugia. I bambini senza arti, le partorienti operate senza anestesia, gli ospedali trasformati in bersagli, le università rase al suolo, i giornalisti uccisi a dozzine: non sono una bugia.
È un registro. Un registro che i tribunali internazionali hanno già iniziato a leggere.
Un indagato della Corte penale internazionale sale sul podio, insulta chi rifiuta di prestargli l’orecchio e si vanta dell’impunità.
Non è audacia. È la sicurezza di chi sa che un veto, un aereo, un corridoio diplomatico lo proteggeranno ancora.
Ride perché può. Ride perché finora ha potuto.
Invoca la memoria dello sterminio per coprire lo sterminio.
Trasforma «mai più» in «mai più a noi, e di nuovo a loro».
I figli dei sopravvissuti che diventano amministratori di un assedio, di una fame pianificata, di una distruzione sistematica delle condizioni di vita di un popolo: questa è l’inversione che la storia non perdonerà, qualunque sia il verdetto dei giornali di oggi.
Chi lascia la sala non fugge dalla verità. Fugge dalla recita.
La recita dell’uomo che agita un cercapersone come trofeo, che parla di «avere evitato un genocidio» mentre Gaza viene cancellata quartiere dopo quartiere, che accusa di ipocrisia i governi i cui leader, in privato, gli stringono la mano e in pubblico voltano lo sguardo.
L’impunità non è eterna.
Le fosse comuni non spariscono perché un oratore le chiama propaganda.
Le delegazioni che se ne vanno non sono vigliacche: sono l’unico gesto rimasto, in quella stanza, a chi ancora riconosce che un crimine non diventa virtù solo perché viene pronunciato in inglese, con la bandiera giusta alle spalle e la protezione della potenza dominante.
Lui ride.
La sala è mezza vuota.
Fuori, i morti non ascoltano il discorso.
E i vivi che hanno lasciato l’aula hanno almeno rifiutato di fargli da coro.
Un assassino.
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Per un'intera giornata, informazioni terrificanti hanno circolato in tutti i media dell'Unione Europea e tra i politici.

La CIA avverte che la Russia sta preparando un attacco contro i paesi europei.

Per un'intera giornata, milioni di residenti dell'UE hanno guardato mappe tracciate dalla CIA e sono rimasti inorriditi all'idea che la Russia stia preparando un attacco.

Verso sera, la CIA rilascia una dichiarazione affermando che non ha fornito tali informazioni a nessuno e che si tratta di notizie false.

Poi, entro sera, i paesi dell'UE iniziano a dire che non è vero e che la CIA non ha fornito loro tali informazioni.

Per un'intera giornata, milioni di persone sono state spaventate da questa disinformazione, e poi a Bruxelles ci parlano di ondate di disinformazione lanciate dal Cremlino.

Quindi, chi ha lanciato quest'onda di disinformazione?

Come hanno potuto i capi di stato rimanere in silenzio fino a sera sul fatto che non avevano ricevuto tali informazioni dalla CIA?

Perché spaventare la propria popolazione?

Che diritto avete di spaventare la vostra popolazione per il semplice profitto finanziario?

https://x.com/anatoliisharii/status/2103372835913654573?s=20
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Forwarded from Giuseppe Salamone
Questa è più o meno come la provetta di Colin Powell, ve la ricordate? Quella provetta sventolata al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che mostrava come prova delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein. Armi mai trovate e relativa aggressione all'Iraq da parte degli USA che costò qualche milione di morti.

Netanyahu ha sventolato all'ONU, minacciando come un mafioso, un cercapersone, richiamando con orgoglio un atto di terrorismo di Stato tra i più gravi e atroci della storia. Ovvero l'esplosione controllata da parte dello Stato terrorista di Israele di migliaia di cercapersone in Libano.

Immaginate se una cosa del genere l'avesse fatta la Russia in Ucraina. Invece l'ha fatta lo Stato più terrorista del mondo, che lo rivendica con orgoglio all'ONU. Nonostante quell'atto terroristico abbia ucciso, mutilato, accecato e sfigurato bambini, civili e intere famiglie. Anche negli ospedali, nelle panetterie, dal barbiere. Ovunque.

Poi, se dici che Israele è uno Stato terrorista che si comporta come si comportarono i nazisti, ti dicono che sei antisemita e ci fanno pure una legge per punirti. Andatevene a fare in culo. Voi e Netanyahu pure.

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Pierfilippo Fazio su X

L’Unione Europea ha inviato agli Stati una lettera. Il tono è quello di sempre: tecnico, compassato, “responsabile”. Tagliare i consumi di gas e di elettricità. Limitare le temperature negli edifici pubblici. Spegnere le luci. Prepararsi all’inverno. Come se si trattasse di un evento atmosferico. Come se la crisi fosse caduta dal cielo. Non è caduta dal cielo. Prima si è deciso di fare la guerra per procura. Poi si sono imposte sanzioni a raffica, si è spezzata una fornitura energetica a basso costo che teneva in piedi industrie, case, ospedali. Si è proclamato che era una questione di principi. Si è detto che l’Europa non poteva più dipendere. Si è detto che il prezzo, qualsiasi prezzo, andava pagato. Quel prezzo, si scopre ora, non lo pagano i firmatari delle comunicazioni ufficiali. Oggi i depositi europei sono più bassi dell’anno scorso. I prezzi salgono. Il commissario scrive ai ministri e invita a “ridurre la domanda per tutto il tempo necessario”. Tradotto: razionate. Fate freddo. Fate buio. Fate meno. E chiamatelo resilienza. Questa è la sequenza classica del potere che non rende conto a nessuno. Prima si crea il disastro con una decisione politica. Poi si presenta il disastro come un dato di natura. Infine si chiede al popolo di adattarsi, in nome della comunità, della sicurezza, della “crisi di approvvigionamento”. L’approvvigionamento non è mancato per magia. È stato interrotto. È stato sostituito con forniture più care, più lontane, più volatili. Qualcuno ci ha guadagnato. Qualcun altro dovrà spegnere il termosifone. Si parla di “misure volontarie”. È la formula prediletta di chi non vuole pronunciare la parola razionamento. Volontario, finché lo è. Poi diventa raccomandazione. Poi diventa obbligo. Poi diventa spegnimento selettivo. La burocrazia ha sempre un vocabolario per non dire quello che sta facendo. Chi ha votato quelle sanzioni non passerà l’inverno a 19 gradi. Chi ha applaudito ogni nuovo pacchetto di sanzioni non spegnerà l’illuminazione del palazzo. Chi ha trasformato la politica energetica in un’arma continuerà a parlare di valori mentre le bollette fanno quello che le armi non osano fare in pubblico: colpire i civili in casa loro. Ci sia almeno un minimo di onestà. Se la scelta era la guerra e l’embargo, se si è deciso di spezzare i tubi e di comprare altrove a prezzo di mercato, allora si abbia il coraggio di dire: abbiamo scelto noi questa povertà energetica. Non è un incidente. Non è Putin che chiude il rubinetto stanotte. Non è un mistero meteorologico. È il conto di una politica. Invece no. Arriva la lettera. Arriva l’invito a consumare meno. Arriva la predica sull’efficienza. Arriva, puntuale, la morale a senso unico: il cittadino deve sacrificarsi perché i decisori non debbano mai ammettere di aver sbagliato. È una infamia precisa. Non è un errore di calcolo. È il trasferimento sistematico del costo di una strategia geopolitica sulle spalle di chi non l’ha disegnata e non può revocarla. Si bombarda il mercato dell’energia e poi si chiede alla famiglia di abbassare il riscaldamento. Viene chiamata responsabilità. È predazione con timbro europeo. Basta con questa follia. Basta con la finzione che il razionamento sia virtù e la continuità della stessa linea sia coraggio. Il coraggio sarebbe dire che si è preferito il conflitto al calore, la posa morale al pane, la comunicazione alla verità. Finché non lo si dice, ogni nuova lettera su gas ed elettricità è solo l’ultimo capitolo di un ricatto: prima vi abbiamo portato qui, ora spegnete la luce.
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