"[...] Non è bastato, insomma, il grido nietzschiano che non esistono fatti ma solo interpretazioni (con le sue relative declinazioni novecentesche), non è bastata la denuncia foucaultiana del carattere assoggettante di ogni dispositivo (anzitutto, quindi, di quello ermeneutico) per sottrarre il conflitto delle interpretazioni alla sua pretesa veritativa che è, in quanto tale, nuova volontà di dominio, nuova pretesa di imposizione delle une sulle altre, nuova “soggettivazione” (e, quindi, per dirla ancora con Foucault, nuove forme di assoggettamento). Anzi, continua Gatto, «anziché incrinare l’assolutezza del vero, [il post-modernismo] ha creato uno spazio potenzialmente vergine, un vuoto ideale che ha finito per essere occupato dalla ragione del più forte, e da una ragione che si scopre ora più forte perché liberata anche dalla necessità di trovare nella realtà – nella sua univoca oggettività, negli stati di cose che la definiscono – la giustificazione del proprio dominio» (p. 10). Dove tramonta la presa della verità, fosse pure in forza dello smascheramento della propria infondatezza, si riaffacciano i demoni che proprio la sua “istituzione” (nelle forme certo più differenti) aveva tentato di addomesticare. E si ripresenta quello che è, per antonomasia, lo spettro del pensiero filosofico: l’istanza sofistica, ora libera da ogni debito o vincolo nei confronti di una realtà ormai priva di qualsiasi consistenza. Che fare allora? Come ripensare lo spazio di questo dissidio? Nel riproporre il problema della verità, spiega Gatto, c’è da chiedersi «non tanto, o non solo, per quale ragione esista qualcosa come l’epoca della post-verità, ma perché siamo, almeno a partire dal moderno, ossessionati dalla verità» (p. 11). È qui che si gioca la partita. E di questo titanico incontro – tuttora in corso – Gatto intende raccontare la storia e indicare gli esiti; o, per impiegare un’espressione che meglio si addice al registro lessicale del libro: gli effetti."
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