Giuseppe Masala Chili 🌶
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La distopia delle motoseghe del pnrr: quando i fondi per l'ambiente finiscono per abbattere gli alberi
In questi ultimi mesi nelle cronache in giro per l'Italia è emerso in maniera forte un meccanismo perverso, tanto semplice quanto assurdo: dal momento che i fondi del PNRR non consentono di finanziare interventi di manutenzione del patrimonio esistente, come quelli necessari a potare, curare, mettere in sicurezza il patrimonio forestale già presente, molti comuni hanno finito con l'optare spesso per progetti relativi a "nuove opere".
Diversi progetti di rigenerazione urbana per far rientrare un intervento nei parametri del bando, non potendo prendersi cura di quanto già presente, hanno finito per decretare l'abbattimento del verde storico per poi ripiantare da zero.
Del resto gli alberi maturi gravano sui bilanci comunali come una voce di spesa corrente continua — che prevede monitoraggi statici, potature, interventi di sicurezza — mentre i nuovi impianti finanziati dal PNRR portano con sé un obbligo di manutenzione a carico dell'appaltatore (ma SOLO per i primi due-cinque anni).
Alla fine della fiera i comuni si ritroveranno a gestire, con le proprie risorse, alberelli giovani (sempre che questi riescano ad attecchire) invece che piante mature — e se da un lato hanno risparmiato sui costi immediati, i bilanci di assorbimento della CO2, di filtrazione degli inquinanti, di mitigazione del calore urbano sono destinati a crollare drammaticamente nel breve-medio periodo.
C'è anche un problema tecnico, meno noto ma non meno rilevante: le perizie che giustificano gli abbattimenti si basano quasi ovunque sul metodo VTA (Visual Tree Assessment), una valutazione visiva della stabilità utilizzata in pochi altri paesi europei.
A Roma, dove tra maggio e autunno 2025 sono stati abbattuti circa 90 olmi e 50 tigli nei quartieri di Monteverde e dell'Eur, comitati hanno denunciato un conflitto di interesse strutturale: le stesse imprese incaricate della manutenzione del verde partecipano spesso anche alle verifiche che stabiliscono quali alberi vadano abbattuti.
Idem a Bologna, dove il Comitato Tutela Alberi ha stabilito che si sia proceduto con oltre 1.500 abbattimenti legati a opere pubbliche negli ultimi anni.
In entrambi i casi la richiesta dei comitati è la stessa: perizie indipendenti, prima del taglio, non dopo.
Un paradosso europeo, dal momento che la stessa l'Unione Europea, con il regolamento sul ripristino della natura (la cosiddetta Restoration Law), nel quale si valorizza il "canopy cover", la copertura arborea delle chiome e non certo il numero di piante: se un Comune non dimostra che un abbattimento non comprometta il "miglioramento del verde urbano" richiesto dall'Europa, l'opera è di fatto illegittima.
Parte dei fondi pensati per la transizione ecologica hanno finito per autorizzare, nei fatti, il contrario di ciò per cui sono nati — piste ciclabili e nuove pavimentazioni drenanti al posto di viali alberati, target numerici di "nuovi alberi piantati" spesso destinati a non attecchire veramente.
Per evitare che si ripeta a Livorno ciò che i cittadini di Monteverde, dell'Eur o della Bolognina hanno dovuto affrontare a lavori già iniziati, si può e si deve chiedere per tempo tre cose
- che gli interventi di rigenerazione urbana siano preceduti da un censimento pubblico e da una valutazione indipendente delle alberature esistenti, prima della progettazione esecutiva, applicando il metodo CAVAT (Capital Asset Value for Amenity Trees) o i-Tree Eco, strumenti che traducono in euro il valore di ogni albero (ombreggiamento, assorbimento CO2, valore estetico). Se ad esempio il progetto prevede l'abbattimento di un platano dal valore ecosistemico di 18.000 € per piantarne 10 di 400 € l'uno, la perdita economica patrimoniale deve essere scritta nero su bianco nel Piano Economico Finanziario dell'opera. Se non c'è, è un'irregolarità contabile che può essere contestata.
- che il metodo di verifica della stabilità non sia lasciato alla sola discrezionalità dell'impresa appaltatrice. Le VTA sono valide, ma solo come screening preliminare, non come diagnostica finale: pertanto, per evitare lo stesso conflitto di interesse denunciato altrove, gli abbattimenti programmati devono essere validati da un secondo perito indipendente (magari dell'Università o dai Carabinieri Forestali) con indagini strumentali non invasive (tomografia sonica o resistografo). Inoltre, nei capitolati d'appalto, va previsto che la ditta che esegue le VTA non possa essere la stessa che esegue gli abbattimenti, pena l'esclusione dalla gara (ex art. 28 del Codice dei Contratti Pubblici).
- creazione di una Consulta del verde — composta da cittadini, associazioni, tecnici indipendenti — il cui parere venga reso "obbligatorio e preclusivo" per gli abbattimenti di alberi con circonferenza superiore a 80 cm o 100 cm, con la conseguente modifica del regolamento del verde pubblico, così che il taglio debba passare dal vaglio di una commissione tecnica mista, prima che la motosega, e non la potatura, diventi la risposta di default.
#restorationlaw #patrimonioverde #vialemameli
In questi ultimi mesi nelle cronache in giro per l'Italia è emerso in maniera forte un meccanismo perverso, tanto semplice quanto assurdo: dal momento che i fondi del PNRR non consentono di finanziare interventi di manutenzione del patrimonio esistente, come quelli necessari a potare, curare, mettere in sicurezza il patrimonio forestale già presente, molti comuni hanno finito con l'optare spesso per progetti relativi a "nuove opere".
Diversi progetti di rigenerazione urbana per far rientrare un intervento nei parametri del bando, non potendo prendersi cura di quanto già presente, hanno finito per decretare l'abbattimento del verde storico per poi ripiantare da zero.
Del resto gli alberi maturi gravano sui bilanci comunali come una voce di spesa corrente continua — che prevede monitoraggi statici, potature, interventi di sicurezza — mentre i nuovi impianti finanziati dal PNRR portano con sé un obbligo di manutenzione a carico dell'appaltatore (ma SOLO per i primi due-cinque anni).
Alla fine della fiera i comuni si ritroveranno a gestire, con le proprie risorse, alberelli giovani (sempre che questi riescano ad attecchire) invece che piante mature — e se da un lato hanno risparmiato sui costi immediati, i bilanci di assorbimento della CO2, di filtrazione degli inquinanti, di mitigazione del calore urbano sono destinati a crollare drammaticamente nel breve-medio periodo.
C'è anche un problema tecnico, meno noto ma non meno rilevante: le perizie che giustificano gli abbattimenti si basano quasi ovunque sul metodo VTA (Visual Tree Assessment), una valutazione visiva della stabilità utilizzata in pochi altri paesi europei.
A Roma, dove tra maggio e autunno 2025 sono stati abbattuti circa 90 olmi e 50 tigli nei quartieri di Monteverde e dell'Eur, comitati hanno denunciato un conflitto di interesse strutturale: le stesse imprese incaricate della manutenzione del verde partecipano spesso anche alle verifiche che stabiliscono quali alberi vadano abbattuti.
Idem a Bologna, dove il Comitato Tutela Alberi ha stabilito che si sia proceduto con oltre 1.500 abbattimenti legati a opere pubbliche negli ultimi anni.
In entrambi i casi la richiesta dei comitati è la stessa: perizie indipendenti, prima del taglio, non dopo.
Un paradosso europeo, dal momento che la stessa l'Unione Europea, con il regolamento sul ripristino della natura (la cosiddetta Restoration Law), nel quale si valorizza il "canopy cover", la copertura arborea delle chiome e non certo il numero di piante: se un Comune non dimostra che un abbattimento non comprometta il "miglioramento del verde urbano" richiesto dall'Europa, l'opera è di fatto illegittima.
Parte dei fondi pensati per la transizione ecologica hanno finito per autorizzare, nei fatti, il contrario di ciò per cui sono nati — piste ciclabili e nuove pavimentazioni drenanti al posto di viali alberati, target numerici di "nuovi alberi piantati" spesso destinati a non attecchire veramente.
Per evitare che si ripeta a Livorno ciò che i cittadini di Monteverde, dell'Eur o della Bolognina hanno dovuto affrontare a lavori già iniziati, si può e si deve chiedere per tempo tre cose
- che gli interventi di rigenerazione urbana siano preceduti da un censimento pubblico e da una valutazione indipendente delle alberature esistenti, prima della progettazione esecutiva, applicando il metodo CAVAT (Capital Asset Value for Amenity Trees) o i-Tree Eco, strumenti che traducono in euro il valore di ogni albero (ombreggiamento, assorbimento CO2, valore estetico). Se ad esempio il progetto prevede l'abbattimento di un platano dal valore ecosistemico di 18.000 € per piantarne 10 di 400 € l'uno, la perdita economica patrimoniale deve essere scritta nero su bianco nel Piano Economico Finanziario dell'opera. Se non c'è, è un'irregolarità contabile che può essere contestata.
- che il metodo di verifica della stabilità non sia lasciato alla sola discrezionalità dell'impresa appaltatrice. Le VTA sono valide, ma solo come screening preliminare, non come diagnostica finale: pertanto, per evitare lo stesso conflitto di interesse denunciato altrove, gli abbattimenti programmati devono essere validati da un secondo perito indipendente (magari dell'Università o dai Carabinieri Forestali) con indagini strumentali non invasive (tomografia sonica o resistografo). Inoltre, nei capitolati d'appalto, va previsto che la ditta che esegue le VTA non possa essere la stessa che esegue gli abbattimenti, pena l'esclusione dalla gara (ex art. 28 del Codice dei Contratti Pubblici).
- creazione di una Consulta del verde — composta da cittadini, associazioni, tecnici indipendenti — il cui parere venga reso "obbligatorio e preclusivo" per gli abbattimenti di alberi con circonferenza superiore a 80 cm o 100 cm, con la conseguente modifica del regolamento del verde pubblico, così che il taglio debba passare dal vaglio di una commissione tecnica mista, prima che la motosega, e non la potatura, diventi la risposta di default.
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